Perù. Lotta all’ultimo voto, Pedro Castillo sorpassa al fotofinish

Perù. Lotta all’ultimo voto, Pedro Castillo sorpassa al fotofinish

L’atteso sorpasso è avvenuto intorno alle 11.30 (ora locale) di ieri, dopo un’attesa lunga e snervante. Da quel momento il sogno di Pedro Castillo di poter cambiare il paese, liberandolo dall’eredità tossica del fujimorismo, si è man mano consolidato. Il margine, è vero, resta strettissimo – 50,165% contro 49,835%, con il 94,8% dei voti scrutinati – e c’è l’incognita del voto all’estero, di cui si avranno i dati tra oggi e domani, ma per il maestro e leader sindacale che ha acceso la speranza dei ninguneados, i nessuno del Perù profondo, la vittoria sembra ora a portata di mano.

A MEZZANOTTE DI DOMENICA, in base ai primi dati diffusi dall’Onpe (Ufficio nazionale dei processi elettorali) quando erano stati scrutinati poco più del 42% dei voti, Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore che oggi sconta una condanna a 25 anni di prigione, risultava in vantaggio con il 53% delle preferenze, contro il 47% assegnato al suo avversario.

Ma il direttore dell’Onpe, Piero Corvetto, era stato chiaro: «Restano ancora da scrutinare, oltre i voti all’estero, quelli delle aree rurali». Cioè le aree in cui il vantaggio del candidato di sinistra è schiacciante, anche con differenze tra 20 e 30 punti. Tant’è che Castillo, parlando a mezzanotte ai suoi simpatizzanti, aveva invitato tutti confidare nel rispetto della «volontà popolare» e a mantenere la calma: «Bisogna essere prudenti, il popolo è saggio, sa quello che fa».

Del resto, sulla stampa alternativa, l’unica non coinvolta nella campagna sporchissima, razzista e maccartista, scatenata contro il leader di Perú libre – tra un incontro e l’altro dei funzionari dell’ambasciata Usa con i vertici di Fuerza Perú – i commenti erano unanimi: se tutto andrà secondo le regole, non c’è dubbio che sarà Castillo a vincere le elezioni.

SOLO CHE ERANO IN MOLTI a dubitare che tutto andasse «secondo le regole», tanto più che erano stati gli stessi osservatori internazionali a esprimere preoccupazione per il trattamento diseguale riservato dai mezzi di comunicazione nazionali alle campagne dei due candidati.
E anche l’aggressione, all’uscita del seggio in cui si era recata a votare, contro Dina Boluarte, candidata alla prima vicepresidenza per Perú libre, era apparso un brutto segno: dopo essersi trattenuta a conversare con i giornalisti, esprimendo la sua speranza di cambiamento e ringraziando il popolo peruviano per il calore espresso durante la campagna elettorale, la candidata era stata inseguita dai simpatizzanti esagitati del fujimorismo fino alla porta di casa, in mezzo a pesanti insulti.

I timori e i sospetti, tuttavia, hanno lasciato spazio, con il passare delle ore, alla speranza, alimentata anche dall’annuncio dei dati definitivi del conteggio rapido non ufficiale di Ipsos Perú, in base ai quali Castillo avrebbe vinto le elezioni con il 50,2% contro il 49,8% della Signora K.

E IN EFFETTI, VOTO DOPO VOTO, la differenza tra i due si è andata sempre più riducendo, fino al sorpasso da parte del leader di Perú libre: l’anelito di cambiamento dei diseredati del Perù, e di tutte le forze realmente democratiche del paese, era troppo forte per venire calpestato nelle urne.

Così, ora, a meno di colpi di scena, c’è finalmente un motivo per fare festa in un paese in cui oltre il 20% dei bambini e degli adolescenti è costretto a lavorare; 2,7 milioni di abitanti, su una popolazione di 32,5 milioni di persone, sono analfabeti (per l’84% donne); il 60% della popolazione non ha accesso a Internet; il 40% non dispone nemmeno di un frigorifero e il 30,1% della popolazione si trova al di sotto della soglia della povertà, con un incremento del 9.9% rispetto al 2019.

UN DATO CHE RISENTE del catastrofico impatto della pandemia sul paese, il quale figura al primo posto al mondo per numero di morti (5.484) ogni milione di abitanti, per un totale di oltre 180mila vittime. Un record riconducibile a un sistema sanitario impreparato e senza fondi sufficienti, al numero limitato di letti in terapia intensiva, a una campagna di vaccinazione molto lenta.

Ma anche all’assenza di alternative da parte della classe lavoratrice, la quale, impegnata al 70% nell’economia informale – una delle percentuali più alte di tutta l’America latina – ha preferito esporsi al rischio di contagio che restare a casa a morire di fame.
Per tutti loro, la speranza si chiama Pedro Castillo, il candidato venuto dal popolo con una promessa nuova: «Mai più poveri in un paese ricco».

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto



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