Missione compiuta. Gli Stati uniti lasciano Kabul e salutano con una strage

Missione compiuta. Gli Stati uniti lasciano Kabul e salutano con una strage

Il Pentagono: «Colpita auto di attentatori carica di esplosivo» Ma le vittime sono ancora dei civili: dieci, tra cui sei bambini

Un’altra famiglia afghana in lutto. Nuove vittime civili, tra cui diversi bambini, alla vigilia del ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan, che andrà completato oggi. Si chiude “coerentemente” la lunga permanenza militare degli Stati uniti in Afghanistan.
Domenica un raid aereo ha colpito un quartiere residenziale di Kabul, non lontano dall’aeroporto dove giovedì scorso la branca locale dello Stato islamico ha provocato circa 190 vittime civili, a cui si aggiungono 13 marines. Secondo il Pentagono, il raid di domenica avrebbe colpito un’auto carica di esplosivo, diretta verso l’aeroporto per un nuovo attentato.
Secondo le testimonianze raccolte a Kabul da diversi media locali e stranieri, tra cui il Washington Post, il New York Times e la Cnn, le vittime sarebbero invece civili. Dieci.

TRA LORO C’È ZEMARI AHMADI, 40 anni, un ingegnere che lavorava per Nutrition and Education International, organizzazione senza scopo di lucro con sede in California. I suoi vicini e i famigliari superstiti, parte dei quali secondo il New York Times hanno lavorato per le forze di sicurezza afghane, ripetono che Ahmadi non aveva alcun legame con i gruppi terroristici. Certo non li avevano i bambini che, vedendo arrivare nel cortile di casa l’auto del padre, gli sono corsi incontro. Finendo sotto il fuoco degli americani. Le vittime, secondo la Cnn, sono Faisal di 10 anni, Farzad di 9, Armin di 4, Benyamin di 3, Ayat e Sumaya, entrambi di due anni. Tra le vittime anche Zameer, di 20 anni, e Ahmad Naser, 30 anni, fidanzato di una delle figlie maggiori di Zemari Ahmadi, tornato da poco a Kabul da Herat, convinto di poter essere evacuato, avendo lavorato come contractor per l’esercito statunitense. I cui sistemi di difesa ieri hanno intercettato alcuni missili sparati verso l’aeroporto, anche questi rivendicati dalla “Provincia del Khorasan”, la branca locale dello Stato islamico contro cui pochi giorni fa il presidente Joe Biden aveva minacciato azioni militari.

I RAID AEREI CONDOTTI SABATO nella provincia di Nangarhar avrebbero colpito il pianificatore e un facilitatore dell’attentato all’aeroporto. Quello di domenica a Kabul ne avrebbe impedito un altro, imminente. Ma i testimoni raccontano un’altra storia. Come è un’altra storia quella raccontata dai superstiti dell’attacco all’aeroporto di Kabul: una parte dei morti sarebbe stata causata dagli spari dei marines, dopo che il kamikaze giovedì si è fatto esplodere tra gli afghani che cercavano di essere imbarcati.
La morte dei civili smonta la retorica degli ultimi giorni, durante i quali i soldati stranieri sono diventati angeli salvatori. E ricorda che i contingenti della Nato nel lungo conflitto afghano hanno provocato decine di migliaia di vittime civili. Specie i raid aerei. Gli stessi che Washington ha annunciato di voler usare anche in futuro. Per il presidente Biden sono il mezzo giusto per contenere le minacce terroristiche che dall’Afghanistan potrebbero arrivare in Europa e negli Stati Uniti.
Ma le operazioni «over the horizon» porteranno con sé nuove vittime civili.

I TALEBANI INTANTO PROVANO ad alzare la voce, più per dovere che per convinzione. Il portavoce Zabihullah Mujahid ha dichiarato che gli Usa «non hanno il permesso di condurre simili operazioni, devono rispettare la nostra indipendenza». La presenza dello Stato islamico indebolisce la loro pretesa di garantire sicurezza e pace al Paese, ma rafforza la convergenza degli attori regionali e internazionali nel contro-terrorismo, facilitando il loro compito più arduo: accreditarsi come interlocutori necessari. Proveranno a farlo come garanti della sicurezza sul terreno afghano. Qualcuno sostiene che siano perfino disposti a “scaricare” al-Qaeda, nel caso questo permetta loro di ottenere l’ambìto riconoscimento internazionale.

Quanto alla minaccia rappresentata dalla Provincia del Khorasan, tutto si risolverà una volta usciti di scena gli stranieri, dichiara il portavoce Mujahid.
Sono decine di migliaia gli afghani e le afghane «lasciati indietro» e che vorrebbero uscire dal Paese. Molti fanno parte delle liste già recepite dai contingenti stranieri, ma non sono riusciti a partire. 98 paesi, tra cui Usa, Italia e Francia, hanno dichiarato due giorni fa che i Talebani verranno giudicati in base al rispetto dell’impegno preso nel garantire il loro passaggio sicuro. Chiedono la creazione di zone sicure. Ma a decidere chi avrà le “carte in regola” per farlo saranno loro, i turbanti neri. Con la presenza diplomatica straniera ai minimi termini sarà più difficile monitorare e negoziare.
Si negozia molto anche all’interno del movimento dei Talebani. Ancora alle prese con le conseguenze della repentina caduta di Kabul. «Nessuno poteva prevederlo», ha sostenuto ieri il portavoce del Pentagono John Kirby.

CHE LA SPALLATA SU KABUL sia stata o meno un’accelerazione voluta dall’ala militarista dei Talebani, avallata obtorto collo dal leader supremo, ancora non è chiaro. Fatto sta che non erano pronti a governare. Tanto che, secondo un dettagliato resoconto del Washington Post, una volta caduta Kabul mullah Abdul Ghani Baradar avrebbe offerto due opzioni al generale statunitense McKenzie: assumersi la responsabilità di tutta la capitale o solo dell’aeroporto. Dopo aver consultato Biden, il generale avrebbe scelto la seconda ipotesi. Lasciando Kabul nelle mani dei Talebani. I quali ogni giorno sembrano sul punto di annunciare il nuovo governo. Senza averlo ancora fatto.
Uno stallo che, ha notato tra gli altri lo studioso Antonio Giustozzi, favorisce l’emersione delle divisioni interne, già presenti. Tra quanti scalpitano per una fetta di potere e quanti riconoscono che da soli i Talebani non possono reggere tutta la macchina governativa, che serve dunque negoziare, includere. Mentre tra quanti hanno capito di essere esclusi dalla spartizione della torta, qualcuno già ha cambiato casacca, indossando quella dello Stato islamico.

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto



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