Afghanistan, con la giustizia talebana è tornata la frusta

Afghanistan, con la giustizia talebana è tornata la frusta

Spalti gremiti allo stadio della città di Ghazni per assistere alla “giustizia” dei Talebani che riprende il suo corso. Un reportage dal capoluogo dell’omonima provincia afghana

 

GHAZNI. C’è un gran trambusto fuori dallo stadio di calcio di Ghazni, capoluogo dell’omonima provincia afghana, lungo la rotta che da Kabul, 140 km più a nord, porta a Kandahar, 350 più a sud. Lo stadio è appena fuori città, sull’altro lato della strada rispetto ai due minareti a pianta stellare del XII secolo, ciò che rimane della moschea di Bahramshah.

I MINARETI SVETTANO SOLITARI. Lo stadio, sulla strada che conduce all’università statale ancora chiusa, è accerchiato da auto, pick-up, motorette a tre ruote, motorini e biciclette. Gruppi di Talebani sostano all’esterno, scherzando. Giacche militari, bandiere sventolanti, barbe lunghe. Alcuni bambini allungano il collo da una collinetta. Gli spettatori sono tanti. Tra i due e i trecento almeno. Tutti uomini, vengono anche da distretti lontani. L’occasione è speciale: per la prima volta da quanto i Talebani sono arrivati al potere, nello stadio di Ghazni «si fa giustizia».

«Si tratta di due uomini, trovati in città a fare atti sessuali e giustamente puniti», sostiene un signore. Vive in città. Racconta che i Talebani nei giorni scorsi hanno annunciato l’esibizione tramite altoparlanti piazzati sulle automobili. «Io l’ho saputo alla moschea», spiega un ragazzo venuto dal distretto di Andar. «Se sono colpevoli è giusto punirli». Un altro uomo si lamenta. È arrivato in ritardo. Non è riuscito ad assistere alla punizione: frustate.

QUANDO TUTTO È FINITO, intorno allo stadio si alza un gran polverone. Ciascuno torna a casa a raccontare che è tornata la “giustizia” talebana. Di cui però non deve esserci traccia materiale. All’interno dello stadio non sono ammessi telefoni, macchine fotografiche, videocamere, giornalisti. Gli abitanti di Ghazni è bene che lo sappiano. Fuori, meglio di no.

«No, certo che la notizia non possiamo darla» spiega Mohammed (nome di fantasia), un giornalista di Ghazni con dieci anni di esperienza. «Qui ormai siamo rimasti pochi. I giornalisti delle agenzie internazionali, i collaboratori di Voa, Bbc, della tv iraniana, sono andati via da un bel pezzo. Qualcun altro è stato evacuato. Altri sono in Iran o Pakistan. Quanto a noi, siamo a ranghi ridotti». Nell’ente per cui lavora Mohammed «prima c’erano 25 tra giornalisti e tecnici, ora siamo in 6». Le colleghe, tutte a casa. I limiti sono auto-imposti. «Sappiamo bene quel che possiamo e non possiamo dire. Via la musica dai palinsesti e via i programmi politici. Quanto alle notizie, niente che sia contro i Talebani». Con il loro arrivo a Ghazni, Mohammed è scappato a Kabul, per tornare dopo una decina di giorni. «Sono preoccupato della situazione, certo. Lavorare così è difficile, ma che fare? Dobbiamo conviverci».

Affinché il patto di convivenza fosse chiaro, il responsabile del dipartimento per l’Informazione e la Cultura, mullah Abibullah Mujahid, ha convocato tutti i responsabili dei media della città, non appena si è insediato. «Ci ha detto che avremmo dovuto cooperare e sostenere l’Emirato».

MULLAH ABIBULLAH MUJAHID è un uomo corpulento con lo sguardo bonario, la barba lunga nera e una giacca militare che toglie solo per la foto d’occasione. «Ho 48 anni e da 27 faccio parte dei Talebani. Negli ultimi 14 sono stato il responsabile dell’Informazione per la provincia di Ghazni». Da due mesi, quello che era un ruolo-ombra, in attesa del rovesciamento della Repubblica, è diventato un ruolo ufficiale. Attorno a lui si muove la solita pletora di assistenti, vice-assistenti, portatori di tè. Sul tavolo dell’ampio ufficio, non manca il campanello con cui chiamare in caso di bisogno. Per il mullah, l’informazione locale va bene. È quella straniera che non funziona. «Siamo gente come si deve. È la propaganda degli americani che ci dipinge come persone terribili. Ma invito tutti, anche gli italiani, a venire a visitare l’Emirato».

GHAZNI È UNA CITTÀ straordinariamente ricca di storia. Qui le missioni archeologiche italiane hanno lavorato a lungo, offrendo un contributo importante. Tanti i siti archeologici. Mujahid sembra saperne poco. In più di un’occasione interviene il segretario: uno dei tanti che, per scelta o necessità, continua a fare il suo lavoro. Prima per le istituzioni della Repubblica islamica, ora per quelle, traballanti e non riconosciute, dell’Emirato. Per mostrarci le virtù del nuovo Emirato, ci conducono nella biblioteca, piena di sole e di libri, alcuni dei quali anche in inglese e su temi che un talebano scrupoloso potrebbe trovare inopportuni.

Ma più che far sparire i vecchi libri, l’Emirato ne pubblica di nuovi. All’ingresso ci sono opuscoli freschi di stampa: la vita e il pensiero di mullah Haibatullah Akhundzada, l’Amir ul-muminin, la guida dei fedeli che molti danno invece per morto; la struttura e le istituzioni dell’Emirato; le gesta di Jalaluddin Haqqani, fondatore dell’omonima rete del terrore e padre di Sirajuddin, numero due dei Talebani e ministro degli Interni con molte ambizioni.

Sono molto diversi i testi della biblioteca della Muslim University, «la più importante università privata di Ghazni», puntualizza il vice-rettore, Zia U-Rahman, un dottorato in corso in una università indonesiana e un master all’università di Washington. Nota in particolare per l’istituto di medicina e stomatologia, la Muslim University ha una biblioteca fornitissima, con libri in inglese di prestigiose case editrici internazionali. «Con il cambio di regime siamo rimasti chiusi 15 giorni. Appena avuto il via libera, abbiamo riaperto», spiega Zia U-Rahman.

I PROBLEMI SONO TANTI: «Abbiamo perso molti studenti. Prima ammettevano ogni semestre tra i 200 e 250 studenti, ora tra i 70 e i 100». Le classi si sono svuotate. «I libri di medicina sono molto costosi e la situazione economica è peggiorata per tutte le famiglie. Alcune mie amiche hanno abbandonato», ci spiega Shagufa, una studentessa di 19 anni, il cui sogno, «fin da piccola, è fare la chirurga». Racconta che anche pagare le tasse universitarie è diventato difficile. Che sono rimaste solo le studentesse le cui famiglie hanno più possibilità economiche.

In altre facoltà ad abbandonare sono stati i funzionari del ministero dell’Interno: «Sfortunatamente ne abbiamo persi molti. Tanti studenti lavoravano per il vecchio governo, qualcuno nell’intelligence», ci spiega Niamatullah Sherzad, docente alla facoltà di Diritto e politica.

PER MARIAM, 20 ANNI, l’arrivo al potere dei Talebani significa rinunciare alla sua ambizione professionale: «La mia famiglia ora mi dice “vedi, te lo avevamo detto che non dovevi studiare legge”. Mi manca un anno per completare gli studi. Ho sempre voluto fare la giudice. Cosa farò? Se ci saranno ancora i Talebani farò l’insegnante a scuola. Non ci permettono di fare altro».

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto

 

ph by isafmedia, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons



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