Cop26. Nel Regno Unito proteste contro Johnson, «ambientalista» a carbone

Cop26. Nel Regno Unito proteste contro Johnson, «ambientalista» a carbone

Cop26. Da Londra a Manchester blocchi stradali. Finora oltre 700 arresti.

Mentre a Glasgow imperversa il coccodrillismo verde – il già eco-scettico ospite Boris Johnson che si traveste da ambientalista con una velocità da far prepensionare Arturo Brachetti mentre il suo governo, tanto per dirne una, approva la costruzione di una nuova centrale a carbone nel Nord-ovest, in Cumbria – il paese è attraversato da altre proteste contro l’ecocidio galoppante.

Ed è ancora la volta di Insulate Britain, gruppo di attivisti che da un paio di mesi paralizza strade e snodi-chiave della viabilità attorno alle grandi città con azioni a gatto selvaggio. Alle otto del mattino di ieri ci sono stati tre blocchi stradali nei pressi di Londra, Manchester e Birmingham, con decine di arresti. Due dozzine solo a Manchester, dopo il blocco di un’importante arteria stradale nei pressi dell’aeroporto. Si legge nel comunicato diffuso dai dimostranti: «La Gran Bretagna dovrebbe guidare il mondo in un radicale piano di decarbonizzazione della nostra società, mentre il governo sta attivamente applicando delle misure che faranno alzare le emissioni».

Tra le loro richieste figurano introdurre la coibentazione obbligatoria in tutta l’edilizia popolare britannica entro il 2025 e il renderla disponibile per le case già costruite entro il 2030. Ma lottano anche contro la cosiddetta fuel poverty, la precarietà energetica in cui versano milioni di cittadini, soprattutto anziani, che non riescono a pagare i costi sempre più siderali delle utenze domestiche.

Il gruppo continua ad agire sfidando l’esplicito divieto di simili azioni, imposto per ingiunzione su richiesta delle autostrade britanniche dopo le prime incursioni. I metodi di disobbedienza civile, l’assoluta nonviolenza e alcuni dei contenuti fanno immediatamente pensare a uno spin off di Extinction Rebellion, ed è infatti da lì che provengono alcuni dei fondatori. La tecnica è sempre la stessa: ci si siede in mezzo alla strada approfittando del semaforo rosso, alcuni fissando le proprie mani al suolo con colla superpotente, e ci si espone al prevedibile – solo talvolta giustificato – ludibrio automobilistico.

Tutto dura al massimo qualche ora, i dimostranti vengono poi rimossi dalla polizia per poi essere, spesso, arrestati. In questa fragorosa collisione incrociata fra bisogni collettivi e diritti individuali, ogni tanto qualcuno – nel gruppo figurano anche molti pensionati – viene trascinato via di peso dagli automobilisti inferociti.

L’inizio vero e proprio delle proteste è stato lo scorso settembre, con alcune azioni eclatanti tra cui il blocco del porto di Dover, per poi proseguire in ottobre, quando a essere sbarrato è stato il tunnel urbano di Blackwall, che congiunge il nord con il sud del Tamigi. Entrambe le azioni hanno creato ingorghi mostruosi in un sistema viario nazionale già palesemente incapace di sopportare il flusso esorbitante delle auto.

Finora gli arresti sono centinaia, con diciotto giorni di blocchi stradali da settembre. Prima delle azioni di ieri, il bilancio era di 770. Ma è lecito immaginare che se la Gran Bretagna non stesse ospitando proprio in questi giorni Cop 26, la reazione della ministra dell’Interno Patel sarebbe stata di certo – e da par suo – ben più dura. Ib sono ovviamente demonizzati dalla stampa di centro/destra e da alcune figure del governo, soprattutto Tories che confondono l’ecologia con il Chelsea Flower Market.

L’unico appoggio aperto che hanno a Westminster è quello dei Verdi. I consensi, secondo un sondaggio all’inizio di ottobre davano i contrari alle azioni del gruppo al 72%, il 18% erano a favore e il 10% incerti. È doveroso illudersi che, dopo il monito a babbo morto della conferenza scozzese sul clima, simili percentuali cambino.

* Fonte: Leonardo Clausi, il manifesto



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