Introduzione del 19° Rapporto sui diritti globali. Il mondo malato e quelli di sotto

Introduzione del 19° Rapporto sui diritti globali. Il mondo malato e quelli di sotto

Pubblichiamo qui alcuni estratti dall’introduzione del curatore Sergio Segio al 19° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2021, Futura editrice, presentato a Roma il 10 dicembre, Giornata mondiale per i diritti umani

 

Indice

    1. Il pianeta che brucia. 2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro. 3. L’estrattivismo assassino e suicida. 4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica. 5. Senza giustizia ambientale non c’è pace. 6. Alle radici del Covid-19. 7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze. 8. Lobby e think-tank contro il clima. 9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano. 10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano. 11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano. 12. Il vaccino diseguale. 13. L’economia pandemica. Grandi ricchezze crescono. 14. Pandemia, guerre e pericoli per la democrazia. 15. L’orologio dell’apocalisse al tempo del Covid-19. 16. Afghanistan: vent’anni di morte e distruzione, nessun risultato. 17. Il ritorno dell’Isis e la spirale della rappresaglia. 18. Biden e la polpetta afghana, avvelenata da Trump. 19. I veri conti e costi della guerra in Afghanistan. 20. Afghani senza asilo, l’Europa rimane fortezza. 21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex. 22. Partire è sempre più morire
      Riferimenti bibliografici

 

  1. Il pianeta che brucia

Il disastro ambientale è davvero ormai sotto gli occhi di tutti: di chi drammaticamente e in prima persona ha la propria vita o l’abitazione messe a rischio o addirittura distrutte, ma anche della maggioranza della popolazione che vede le immagini della catastrofe al telegiornale, sotto forma di incendi indomabili, di alluvioni e di frane altrettanto devastanti. Situazioni sempre più frequenti negli ultimi anni, ampiamente previste dagli scienziati, regolarmente ignorate dai decisori politici, prontamente scordate da chi non le ha vissute direttamente su di sé. È rimasta latitante ogni seria politica di prevenzione, manutenzione e gestione oculata del territorio. È stata ricorrente – anno dopo anno, incendio dopo incendio – la constatazione dell’insufficiente dotazione di aerei Canadair per spegnere i roghi, regolarmente dimenticata il giorno dopo dell’emergenza. Si tratta di catastrofi sempre meno definibili “naturali”.

Così, di omissione in omissione a livello locale e a livello globale, si è arrivati all’estate 2021, con il mese di luglio più caldo di sempre, in un’escalation che dura ormai da tempo: dicono i meteorologi che l’ultima volta che il globo ha avuto un luglio più fresco della media del XX secolo è stato nel 1976 e che quello del 2021 è stato il mese più caldo in 142 anni di registrazione (Borenstein, 2021). Ma già il 2020, documenta la World Meteorological Organization, era stato uno dei tre anni più caldi mai registrati, con una temperatura media globale di circa 1,2 °C al di sopra del livello preindustriale. Circostanza che è andata a cumularsi alla pandemia da Covid-19 in corso, con i relativi effetti moltiplicati sulla salute e, per una parte del mondo, sull’insicurezza alimentare. La pandemia ha, inoltre, complicato gli sforzi di riduzione del rischio di catastrofi (WMO, 2021).

Per quanto del tutto prevedibile e previsto, ancorché irresponsabilmente ignorato, il disastro è arrivato inesorabile, con un quotidiano bollettino di guerra estivo: inondazioni in Germania; piogge torrenziali nella regione cinese dell’Hubei; alluvioni in Turchia; terremoto ad Haiti; immani roghi in Grecia e Cipro; sud dell’Italia in fiamme e tromba d’aria a Pantelleria con morti e feriti; inondazioni nel nord-est della Spagna, con gravi danni e stagione turistica compromessa, e poi incendi con migliaia di evacuati; alluvioni nel sud-est dell’Inghilterra con stato di calamità in ospedali londinesi; incendi in Cabilia e nelle altre regioni del nord dell’Algeria; il Dixie Fire, il secondo maggiore incendio nella storia dello Stato, che ha incenerito oltre 200.000 ettari in California; l’uragano Ida nel nord-est degli Stati Uniti con almeno 46 morti e New York allagata; inondazioni e fiumi esondati in India, con interi villaggi sommersi dall’acqua; alluvioni e fiumi straripati in Giappone con morti, dispersi e cinque milioni di sfollati; un’area di quasi seimila chilometri quadrati interessata da roghi in Canada.

Sino all’incendio più grande, nella Siberia nord-orientale, con una linea del fuoco lunga duemila chilometri, che potrebbe risultare il maggiore della storia. E il più devastante: non solo per la perdita di 13 milioni e mezzo di ettari bruciati registrati ad agosto 2021 a livello nazionale, ma per la produzione di un record di 505 megatoni di anidride carbonica, ad aggravare la già drammatica situazione del riscaldamento globale che non a caso vede nell’Artico temperature medie che stanno aumentando oltre tre volte più velocemente del resto del mondo (The Moscow Times, 2021).

Migliaia i morti (2.200 solo ad Haiti, nell’agosto 2021 martoriata da un terremoto di magnitudo 7,2 e contemporaneamente da una tempesta tropicale dal nome ferocemente beffardo, Grace), decine di migliaia i feriti, centinaia di migliaia i senza casa, milioni gli sfollati; sono le prime cifre delle catastrofi dell’estate 2021. Bilanci provvisori che quasi sempre dimenticano di citare le centinaia di milioni di animali, selvatici e domestici, uccisi dai disastri, a loro volta indice di una tragedia che non si esaurisce nella contingenza dell’emergenza ma si ripercuoterà nella distruzione degli habitat, condizionando il futuro. E c’è stato anche chi in Italia, nonostante le distruzioni degli incendi con almeno venti milioni di animali morti, ha disposto l’inizio anticipato della stagione venatoria. A dimostrazione che alla pulsione ecocida talvolta non esiste davvero limite. Un campo nel quale, per la verità, anche nel 2021 è apparsa ineguagliata la politica del presidente del Brasile, dove al sostegno del sistema dell’agribusiness e delle attività estrattive, alla devastazione amazzonica e di millenari ecosistemi si accompagnano la repressione delle comunità indigene, le violenze e gli omicidi contro i difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

 

  1. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro

«L’ecocidio da cui derivano i megaincendi è anche un etnocidio. Distruggere la foresta, compartimentalizzarla, privatizzarla, sfruttarla o disboscarla su aree immense a beneficio dell’estrazione mineraria, degli allevamenti, delle coltivazioni di soia transgenica o di palma da olio, significa, allo stesso tempo e con altrettanta violenza, distruggere culturalmente i popoli che la abitano» (Zask, 2021).

Con Bolsonaro, presidente dal gennaio 2019, la distruzione della foresta amazzonica, il principale polmone verde del globo, si è fortemente intensificata. Nonostante ciò, gli appetiti della lobby Bancada ruralista non sono ancora soddisfatti: a maggio 2021 una forte mobilitazione popolare e dell’opposizione parlamentare è riuscita a bloccare, almeno temporaneamente, l’ennesimo tentativo di fare passare un disegno di legge (n. 490/2007) sul “Marco Temporal” che vuole introdurre limiti temporali alla demarcazione delle terre dei popoli indigeni, modificando i diritti acquisiti e sanciti a livello costituzionale, in base ai quali vi sono terre loro riservate – complessivamente 440.000 ettari con una popolazione di 70.000 persone. Ma sono circa 900.000 gli indigeni che vivono in Brasile in 305 tribù.

Una decisione al riguardo da parte del Supremo Tribunale Federale, prevista per il 25 agosto 2021, è stata rinviata, mentre Brasilia era inondata dalla mobilitazione di seimila indigeni in rappresentanza di 176 popoli di tutte le regioni del paese e dei loro diritti. A partire da quello alla vita. La nuova norma, perseguita dagli speculatori, interromperebbe la politica del “no contact”, adottata a partire dagli anni Ottanta, che tutela il diritto dei gruppi indigeni di vivere isolati e quindi protetti dal degrado ambientale. I contatti forzati risulterebbero devastanti per le foreste e gli ecosistemi ma anche per le popolazioni che li abitano, tanto più in epoca di pandemia, dato che esse non hanno memoria immunologica. Già ora il tasso di mortalità del Covid-19 tra le popolazioni indigene è del 9,6% a fronte del 5,6% tra la popolazione brasiliana in generale (Magri, 2021; Fernández, 2021).

«Noi siamo quelli che soffrono, ecco perché siamo qui per combattere». «Il Marco Temporal rappresenta per noi, popoli indigeni, una dichiarazione di sterminio», hanno detto alcuni dei partecipanti alla settimana di mobilitazione dell’agosto 2021. Una iniziativa che ha potuto contare sulla solidarietà internazionale, con una delegazione che comprendeva un membro del parlamento spagnolo, attivisti sindacali e due membri dello staff del Congresso degli Stati Uniti che partecipavano a titolo personale. A richiamare e ribadire il fatto che il destino di quei popoli e dell’Amazzonia riguarda davvero tutto il pianeta.

Un destino compromesso non solo da quella legge, perché gli appetiti dell’agribusiness non si fanno comunque scrupolo di azioni illegali, come le invasioni delle terre indigene a opera di gruppi armati e violenti. Gruppi criminali «incoraggiati da Bolsonaro, che ha fatto una campagna sulla promessa che, se eletto presidente, “non ci sarà un centimetro delimitato per le riserve indigene” e ha fatto commenti razzisti e genocidi sui popoli indigeni durante la sua carriera» (Fishman, 2021).

Anche la crisi sanitaria legata al Covid-19, peraltro, è divenuta occasione e pretesto per «procedere con una serie di decreti, ordinanze, disposizioni normative, provvedimenti provvisori e disegni di legge per legalizzare reati e sminuire il costituzionale diritto dei popoli indigeni». Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB), aggregazione e riferimento del movimento indigeno in Brasile, non esita ad accusare Bolsonaro di aver favorito «l’aggravarsi della violenza contro le popolazioni indigene durante la pandemia», creando un’atmosfera di terrore nella quale il governo federale sostiene «la furia avida dell’agroindustria, delle società minerarie, delle società e degli investimenti dei fondi internazionali» (APIB, 2020).

Le politiche estrattiviste e deforestatrici vedono in Bolsonaro un accanito promotore, ma le corresponsabilità sono tuttavia distribuite nel sistema finanziario globale. Come denunciato da Global Witness, una quota considerevole nella società brasiliana SLC Agricola era posseduta da un hedge fund britannico, Crispin Odey. Questa società ha distrutto almeno 30.000 ettari del Cerrado, una vastissima regione di savana boscosa e un delicatissimo ecosistema. È solo uno dei tanti possibili esempi, che non riguardano unicamente il Brasile: sei delle maggiori società dell’agribusiness (tre operanti in Amazzonia, due nel bacino del Congo e una in Nuova Guinea) tra il 2013 e il 2019 sono state finanziate per 44 miliardi di dollari da oltre 300 società di investimento, banche e fondi pensione con sede in tutto il mondo (Global Witness, 2020).

 

  1. L’estrattivismo assassino e suicida

In America Latina il sistema dell’agribusiness e dell’allevamento intensivo, della monocultura e del settore minerario e in generale il modello estrattivista sono particolarmente concentrati e sviluppati, oltre che favoriti da classi politiche locali spesso espressione del latifondismo e permeate da fenomeni di corruzione. Come già – e tuttora – per l’Africa, la ricchezza di risorse naturali e minerali diventa una dannazione, poiché calamita gli interessi devastatori delle grandi corporation e dei fondi di investimento, nonché dei governi dediti al land e water grabbing, in cui latita ogni responsabilità sociale ed ecologica. Il Cile, ad esempio, possiede circa il 40% delle riserve mondiali di litio, un metallo strategico fondamentale nell’elettronica e nelle nuove tecnologie il cui già intenso sfruttamento è destinato a lievitare nell’attuale fase di transizione ecologica con la necessità di produzione di energia da fonti rinnovabili. Uno dei giacimenti maggiori di litio, forse il più grande al mondo, è però in Afghanistan. La stima comprensiva di altri metalli e terre rare presenti nel sottosuolo afghano arriva al valore di tremila miliardi di dollari. Il pluridecennale stato di guerra, prima con l’Unione Sovietica poi con gli Stati Uniti e la NATO, ne hanno sinora impedito lo sfruttamento che potrebbe però cominciare nel prossimo futuro, anche per sopperire alle necessità economiche del regime talebano tornato al potere e per dare ristoro allo stato di prostrazione del paese e della sua popolazione dopo una guerra così lunga. E di questo si avvantaggerebbe probabilmente la Cina, abilmente posizionatasi per tempo.

La questione riguarda anche l’Unione Europea, come rimarcato dalla coalizione di 180 associazioni e accademici che ha denunciato i piani sulle materie prime contenuti nel Green Deal europeo, basati su un’idea contradditoria e incoerente di “crescita verde”, che porterà «a un drammatico aumento della domanda di minerali e metalli che la Commissione Europea prevede di soddisfare attraverso un gran numero di nuovi progetti di estrazione mineraria, sia all’interno che all’esterno dell’Unione». Tra questi metalli vi è, appunto, anche il litio. Pure qui, come per le fonti fossili, oltre al danno ambientale che colpisce tutti per favorire il profitto privato, vi è la beffa dei sussidi pubblici europei di cui beneficiano le compagnie minerarie e i loro azionisti, nonostante il Green Deal, che anzi diventa occasione per nuovi fronti di saccheggio di beni comuni e nuovi guadagni da parte di grandi gruppi, lobby e corporation.

A tutto discapito e con precise responsabilità anche riguardo i diritti umani: «La domanda della UE di minerali e metalli dall’estero porta a conflitti sociali, uccisioni di difensori dell’ambiente e dei diritti umani, distruzione ambientale ed emissioni di carbonio in tutto il mondo. L’attuale politica commerciale della UE ha come unico obiettivo la liberalizzazione del settore delle materie prime senza riguardo per i diritti umani, l’ambiente e la sovranità dei paesi del Sud globale, intrappolando queste nazioni in un ciclo di estrattivismo e dipendenza cronica» (AA.VV., 2021).

Il paradigma della crescita infinita, pur se tinta di verde e di dichiarata transizione verso fonti rinnovabili, rimane pratica che distrugge ogni equilibrio e dunque suicida. Come già emerge in tutta evidenza dai dati relativi all’ultimo mezzo secolo: dagli anni Settanta del secolo scorso la popolazione mondiale è raddoppiata (e anche quella demografica è questione trascurata e rimossa), ma il prodotto interno lordo globale è quadruplicato.

In quel paradigma gli appetiti e i profitti crescono, autoalimentati dalle dinamiche speculative della finanza, e con essi aumentano la violenza contro chi difende territori e popolazioni e i conflitti ambientali: 3.516 quelli sinora registrati (Environmental Justice Atlas, 2021).

Il modello estrattivista contraddistingue il processo di accumulazione per spossessamento, a sua volta caratteristico del dominio del capitale finanziario; il suo principale strumento «è la violenza, e i suoi agenti sono, indistintamente, poteri statali, parastatali e privati, che spesso lavorano insieme perché condividono gli stessi obiettivi». «La violenza e la militarizzazione dei territori sono la regola, sono una parte inseparabile dal modello; i morti, i feriti e le persone seviziate non sono il risultato di eccessi accidentali dei controlli polizieschi o militari. È il modo “normale” di agire dell’estrattivismo nella zona del non-essere. Il terrorismo di Stato praticato dalle dittature militari distrusse i gruppi di ribelli e spianò la strada all’avvio delle miniere a cielo aperto e delle monocolture transgeniche. Successivamente, le democrazie – conservatrici e/o progressiste – approfittarono delle condizioni create dai regimi autoritari per approfondire l’accumulazione per spossessamento» (Zibechi, 2016).

Non è, insomma, un caso se la gran parte delle uccisioni di difensori dei diritti umani è concentrata in quella parte del globo dove questi processi sono più intensi, ma anche maggiormente contrastati da collettività e popolazioni. Secondo Front Line Defenders, nel 2020 ne sono stati assassinati 331, la gran parte (69%) impegnati nella difesa della terra, delle comunità indigene e dei diritti ambientali. Ben 264 degli omicidi sono avvenuti nelle Americhe, di cui 16 in Brasile, 20 in Honduras, 19 in Messico, 15 in Guatemala; con il record della Colombia che ha avuto 177 difensori assassinati (Front Line Defenders, 2021). Global Witness ha invece censito 227 uccisioni di difensori della terra e dell’ambiente nel corso del 2020. Più della metà sono stati concentrati in soli tre paesi: Colombia (65), Messico (30) e Filippine (29); seguono Brasile (20), Honduras (17), Repubblica Democratica del Congo (15), Guatemala (13), Nicaragua (12). Almeno il 30% degli attacchi mortali ha riguardato difensori impegnati a contrastare disboscamenti e sfruttamento intensivo delle risorse. Maggiormente colpiti (oltre un terzo degli assassinati), sono stati i rappresentanti delle popolazioni indigene, pur se quelle comunità costituiscono solo il 5% della popolazione mondiale (Global Witness, 2021).

Naturalmente e purtroppo, la dimensione complessiva della violenza, della repressione e della violazione dei diritti umani e anche degli omicidi sociali e politici in quei paesi è assai più vasta (ne riferiamo qui nei capitoli Diritti Globali e Osservatorio sulle impunità) e indubbiamente la Colombia vede un terribile e storico primato negativo, che ha spinto il Tribunale Permanente dei Popoli a dedicarvi nel 2021 una Sessione sul genocidio politico, impunità e crimini contro la pace. La sentenza, emessa il 17 giugno 2021, ha riconosciuto lo Stato colombiano colpevole del crimine di genocidio, portato avanti nel corso dei decenni (Tribunal Permanente de los Pueblos, 2021).

Un genocidio che continua, a opera degli stessi poteri e governi collusi con gli interessi economici che ne devastano i territori, con 115 difensori e leader sociali e 36 ex guerriglieri uccisi nel 2021 (al 28 agosto). Un genocidio che non riesce però a fermare la protesta popolare che ha segnato il 2021, con il paro nacional, una rivolta cominciata il 28 aprile contro il governo Duque e la sua riforma tributaria e per un pacchetto di misure sociali su reddito, istruzione e salute. Dall’inizio della protesta al 26 giugno si sono registrati 4.687 casi di violenza da parte della polizia, 2.005 detenzioni arbitrarie, 82 feriti gravemente agli occhi, 75 uccisi nel corso delle manifestazioni, già saliti a 80 al 23 di luglio (INDEPAZ, 2021; Temblores, 2021).

 

[…]

 

  1. Senza giustizia ambientale non c’è pace

Come tutte le guerre, anche questa è un piano inclinato, troppo facile da cominciare e complicata da frenare e interrompere. Come tutte le guerre, il carburante che la tiene in vita è la religione del profitto, l’interesse dei pochi contro i diritti dei molti. Per fare la pace con la Terra – e con la maggioranza di coloro che la abitano – bisogna cambiare l’attuale sistema, che, con la potenza dell’informazione condizionata e del dominio culturale e grazie al vassallaggio e passività di gran parte della classe politica, fa apparire il suo tramonto e superamento un trauma impensabile, un cambiamento impossibile.

Certo, quella trasformazione radicale sarebbe un fatto enorme e ciò sembra fare ritenere questo sistema economico e sociale insuperabile, magari non il migliore ma senza alternative. Invece, ogni alternativa è preferibile all’apocalisse ambientale e all’estinzione di massa che si profila. L’alternativa c’è, è sul tavolo, peraltro così netta ed evidente da sembrare persino troppo semplice. Invece è quella giusta. È la riconversione ecologica dell’economia. La indicano da decenni gli scienziati non asserviti, le associazioni ambientaliste e, più di recente, le poche voci alte e libere come quella di papa Francesco e quella di una ragazzina molto determinata e capace di stimolare un movimento mondiale di giovani che rivendicano futuro, per sé e per tutti. «Abbiamo già la soluzione per la crisi climatica. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare. L’unica cosa che manca è che ci decidiamo. Economia o ecologia? Dobbiamo scegliere» (Thunberg, 2019).

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg iniziava la sua protesta solitaria davanti al parlamento svedese. Un sassolino che è divenuto valanga: Fridays For Future, un movimento che ha mobilitato milioni di persone in tutto il mondo, non per niente indirizzato a riconquistare quel futuro e quei diritti confiscati dai padroni del clima e dai distruttori dell’ambiente. Pochi mesi dopo, nell’ottobre di quello stesso anno, a Londra faceva la sua comparsa nelle piazze per la prima volta un altro movimento, Extinction Rebellion, che pure si mobilitava con decisione per la giustizia ambientale.

Quei movimenti e quella radicalità, divenuti globali, rappresentano le gambe, la testa e il cuore del cambiamento necessario e drammaticamente urgente. Hanno dimostrato e dimostrano che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiedono nella fede in tecnologie salvifiche di là da venire, né tanto meno nel greenwashing, ma in un soprassalto di volontà e lucidità politica, sino a oggi sacrificata ai dogmi della crescita e subordinata ai sacerdoti del mercato globalizzato.

La giustizia climatica impone di ripensare l’economia e di riconvertirla, questo è il punto ineludibile. Proprio come – purtroppo sinora in pochi casi – si è fatto con le industrie belliche. Interrompere le produzioni di morte e spostare investimenti e lavoro in quelle ecologicamente, eticamente e socialmente compatibili: non è impossibile, basta un cambio di prospettiva nello sguardo e nelle coscienze che faccia comprendere come le produzioni fossili comportino disastri, e dunque genocidio ambientale, in modo diverso ma con gli stessi effetti delle fabbriche di mine antiuomo o di missili. Basta che ci decidiamo, come scrive Greta. O – forse più esattamente – basta che chi sta in basso e paga i costi maggiori della distruttività del sistema costruisca la forza politica per imporre la decisione a chi può e deve prenderla, ma non lo vuole fare e non lo sta facendo. Quanto meno con l’urgenza e la determinazione necessarie.

Una riflessione, quella della decrescita, che si era affacciata una quindicina di anni fa è stata forse troppo sbrigativamente tolta dal tavolo e archiviata. Per quanto controversa, poneva la questione ineludibile sui limiti allo e dello sviluppo. Il drammatizzarsi dell’emergenza climatica dovrebbe riaprire interrogativi cruciali e capaci di prospettiva, a cominciare da quello se unico o determinante metro di misura possa continuare a essere quello del PIL.

 

  1. Alle radici del Covid-19

In modo simile, ed egualmente non innocente, in questi due anni di pandemia, dal dibattito politico e nei luoghi della riflessione pubblica, dai media e dai social è rapidamente scomparso un vocabolo che aveva fatto capolino: zoonosi. Un altro, sindemia, non è mai riuscito neppure ad affacciarsi.

Non è un caso. Attraverso di essi avrebbero potuto farsi strada gli interrogativi sulle cause – e sugli effetti diseguali – della pandemia, invece appunto prontamente rimossi e occultati, che a loro volta rimandano al sistema in cui l’intera umanità è immersa e costretta a vivere nel tempo della globalizzazione, quello del capitalismo fossile e finanziario. E a quel suo segmento che ha trasformato anche l’agricoltura e l’allevamento animale in sistema industriale di iper-sfruttamento, indifferente alle ricadute su ecosistemi ed equilibri tra specie. Un sistema predatorio e distruttivo, come ormai ci mostrano tutti gli indicatori sociali, economici e ambientali.

Un sistema gravemente malato che ha fatto ammalare il mondo. In questo caso, provocando e producendo una pandemia che non ha precedenti, quanto a diffusione e gravità, e che dimostra specificità assenti in quelle del passato, non solo per i processi di globalizzazione che hanno annullato le distanze geografiche e favorito l’estrema mobilità umana (sempre che non si sia poveri e migranti), ma semmai per quei processi – anch’essi connessi alla globalizzazione – relativi alle modalità di produzione di merci e di cibo, di accaparramento di materie prime, di sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche. Modalità che, nelle loro sinergie distruttive, hanno progressivamente portato il pianeta, e chi lo abita, sull’orlo del tracollo.

Nel caso di specie, causa scatenante è stata… il salto di specie, vale a dire lo spillover secondo la definizione anglosassone. Che per l’attuale pandemia è stato il passaggio del coronavirus dal pipistrello all’uomo, attraverso un passaggio intermedio, probabilmente il pangolino, facilitato dai mercati cinesi di animali vivi, dalle abitudini alimentari locali e dagli allevamenti intensivi di maiali installati ai margini delle foreste in cui vivono questi animali. Allevamenti industriali che sottraggono spazio agli habitat di specie selvatiche e costringono alla coabitazione forzata e ravvicinata animali selvatici, quelli allevati e l’uomo. Da qui la zoonosi, ovvero la malattia infettiva trasmessa dall’animale vertebrato all’uomo. I cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico hanno reso quest’ultimo più vulnerabile alle infezioni respiratorie, potendosi così parlare di sindemia, che è l’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, che colpisce particolarmente le fasce di popolazione svantaggiata, implicando una correlazione tra quelle malattie e le condizioni ambientali e socio-economiche.

Riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause: prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. Quest’ultimo rimane peraltro invisibile e nascosto nelle sue forme, drammatizzate dall’industrializzazione degli allevamenti, giganteschi lager e catene di montaggio dell’orrore, che se rivelate e conosciute diverrebbero intollerabili per la sensibilità comune. Sono questi temi e aspetti quasi totalmente assenti dalla riflessione e informazione pubblica, confinati nei ristrettissimi recinti di gruppi animalisti e di sparuti scienziati e filosofi antispecisti. Eppure, sono fondamentali e costituenti per una prospettiva di cambiamento, necessariamente radicale.

C’è, allora, da mettere in discussione e convertire il sistema economico ma c’è anche una questione di stili di vita e di culture del consumo da ripensare, cui anche la pandemia dovrebbe sollecitare.

«Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza» (Bergoglio, 2020). Di nuovo lo ha detto bene papa Francesco, spesso capace di parole di verità, di denunce e di proposte in materia sociale e ambientale che, dato il pulpito, ci si aspetterebbe fossero in grado di indurre mutamenti o almeno un dibattito incisivo e che invece rimangono inascoltate dai decisori politici, ma pure dallo stesso popolo della chiesa al cui vertice siede il pontefice: perché il cambiamento fa paura, perché permane come un fossato lo scarto tra ciò che si sa essere giusto e ciò che si mette in opera, essendo rara e costosa la capacità di coerenza e di conseguenza. E perché, alla fine e in misura sempre maggiore, nell’epoca della comunicazione globale ogni parola, anche la più giusta e autorevole, rimane smarrita nell’oceano indistinto e nel frastuono perpetuo che confonde e rende meno distinguibile ciò che è vero e vitale. Questo vale anche per la parola e l’evidenza scientifica, durante la pandemia messe in discussione da aree non ristrette di popolazione sia riguardo le cause, sia riguardo i rimedi.

Ciò che è successo – il passaggio di un coronavirus dal pipistrello all’uomo – era peraltro stato esattamente previsto già nel 2012 (Quammen, 2014). Del resto, nel corso dell’ultimo secolo le zoonosi sono state un centinaio e hanno avuto un’accelerazione negli ultimi due decenni. Vale a dire nel periodo storico che ha visto un deciso peggioramento delle complessive condizioni ambientali. Se, dunque, il Covid-19 è una zoonosi, «la pandemia è stata causata dai danni ambientali che l’umanità provoca per procurarsi le quantità sempre maggiori di risorse necessarie ad alimentare la crescita economica, i profitti e i consumi» (Pallante, 2021).

Ecco perché è sbagliato ricercare la causa che ha dato origine alla pandemia, tanto più se si cerca di attribuirla alle ipotesi di fuga del virus da un laboratorio di Wuhan, come ha insistentemente e strumentalmente provato a fare Donald Trump senza che ve ne fossero gli elementi. Considerando, oltretutto, che se è vero che in quel laboratorio in Cina erano in corso ricerche sul coronavirus dei pipistrelli, queste erano finanziate da EcoHealth Alliance, un’organizzazione sanitaria con sede negli Stati Uniti (Lerner, Hvistendahl, 2021).

Non si tratta solo della guerra commerciale e della competizione economica e politica con la Cina, che proprio con il precedente presidente americano avevano visto una decisa drammatizzazione, ma anche del fatto che proprio gli Stati Uniti, con lo stile di vita e il modello socio-economico che li contraddistingue, sono tra i più voraci consumatori di risorse naturali. Di cui, appunto, vi è necessità sempre ed esponenzialmente crescente. Proprio lì sta l’intreccio di cause alla base della pandemia in corso, come di molti dei problemi sociali, sanitari e ambientali che segnano l’epoca della globalizzazione neoliberista: il paradigma della crescita infinita e della libertà assoluta del mercato.

 

[…]

 

  1. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano

All’inerzia o – alla meglio – lentezza dei decisori politici, alla disinformazione truffaldina dei negazionisti climatici, al camaleontismo del greenwashing e a cosmetici e ingannevoli rebranding (come quello della compagnia petrolifera francese Total che nel maggio 2021 ha deciso di cambiare nome e logo: si chiamerà TotalEnergies e il marchio diventa di un’ecologica tinta arcobaleno) e al potere di condizionamento delle lobby dell’industria fossile tentano di fare fronte i movimenti globali che hanno invaso la scena negli ultimi anni, mettendo in gioco i propri corpi per conquistare il futuro che viene loro sottratto giorno dopo giorno, proponendo cambiamenti radicali di paradigma e lottando per la giustizia climatica.

Su altri piani e con altri strumenti, negli anni recenti sta crescendo anche un significativo fenomeno: quello dei contenziosi legali connessi ai cambiamenti climatici, con numeri importanti. Le controversie sono quasi raddoppiate in quattro anni, passando da 884 casi in 24 paesi nel 2017 a oltre 1.550 in 38 paesi nel 2020. Maggiormente concentrati nelle nazioni ad alto reddito, stanno comunque interessando anche aree del sud del mondo come Colombia, India, Pakistan, Perù, Filippine e Sudafrica. I querelanti sono ONG, gruppi di cittadini e di attivisti, comunità indigene. Sono chiamate in cause le aziende ma anche i governi incapaci di fare rispettare norme e impegni o inattivi rispetto a cambiamenti climatici e a eventi meteorologici estremi (UNEP, 2021).

Quando i cittadini si organizzano e gli attivisti si mobilitano i risultati arrivano, come comprova, ad esempio, la sentenza della Corte costituzionale tedesca dell’aprile 2021, che ha imposto al legislatore di cambiare la norma esistente per regolamentare in modo dettagliato e più rigidamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per il periodo successivo al 2030. O come dimostra il risarcimento di 111 milioni di dollari stabilito dalla Corte Suprema del Regno Unito nel maggio 2021 – a termine di una battaglia legale durata ben 13 anni – nei confronti di un gruppo di 42.500 agricoltori e pescatori nigeriani che hanno citato in giudizio la Royal Dutch Shell per anni di fuoriuscite di petrolio nel delta del Niger, con contaminazione di terreni e acque sotterranee. Sempre la Shell ha perso la causa intentata contro di lei da Friends of the Earth Netherlands e da altre sei ONG insieme a circa 17.000 singoli cittadini: il 26 maggio 2021, il Tribunale distrettuale dell’Aia ha ordinato alla compagnia di ridurre le proprie emissioni mondiali di CO2 del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019.

In attesa – e nella sollecitazione – di una capacità di governi e legislatori di far fronte in modo adeguato e generalizzato all’emergenza climatica e ai disastri ambientali, imponendo limiti e regole allo strapotere delle multinazionali, l’iniziativa dal basso dimostra una fondamentale volontà di rivendicare e anche di conquistare quei diritti ambientali troppo a lungo violati.

 

[…]

 

  1. Il vaccino diseguale

Pandemia che, a sua volta, per quella logica e per quel sistema economico è stata utilizzata quale occasione di immensi profitti.

Al colorito universo del negazionismo No-vax, insostenibile dal punto di vista scientifico, un robusto argomento arriva dalla innegabile, enorme, valenza economica legata ai vaccini, ai condizionamenti e allo strapotere di Big Pharma.

Se il green pass diventa strumento e pretesto per licenziamenti, discriminazioni e disciplinamento dei dipendenti o costo da riversare, al solito, sui cittadini costretti a pagarsi i tamponi – di nuovo alimentando il business sanitario privato – è arduo pretendere che da parte dei lavoratori e dei sindacati vi possa essere un’acritica adesione alla misura e alle modalità imposte. Se la salute, anziché essere affermata come diritto, viene gestita come un grande business, diventa più difficile convincere i cittadini della responsabilità individuale e sociale del vaccinarsi. Se il vaccino, anziché quale bene pubblico globale viene gestito come privilegio per la solita parte del mondo, quella più ricca e sviluppata, diventa meno credibile un discorso di sanità pubblica, per giunta articolata per decreti, imposizioni e misure d’eccezione.

Se venisse dai governi affermato – e tradotto in scelte conseguenti – un vaccino per la popolazione, anziché un vaccino per il profitto, le obiezioni svanirebbero rapidamente e in gran parte. Ma questo si traduce in un solo modo: un vaccino esente da brevetti. Che è la richiesta sin dall’inizio venuta da paesi come India e Sudafrica, sotto forma di moratoria temporanea su brevetti vaccinali e terapie anti Covid-19, così come dalle ONG, da reti associative, da innumerevoli personalità. Appelli rimasti però privi di risposte.

Nella Dichiarazione conclusiva del Vertice mondiale della salute, tenutosi a Roma il 21 maggio 2021, la questione è rimasta elusa, demandando al programma Covax, sostenuto dalle Nazioni Unite, con l’obiettivo di fornire due miliardi di dosi di vaccino a circa un quarto della popolazione dei Paesi più poveri entro la fine del 2021. Programma di per sé, comunque, insufficiente e obiettivo lungi dall’essere raggiunto, essendo fondato sulla benevolenza e beneficienza dei paesi ricchi anziché sull’affermazione del diritto universale alla salute. La Dichiarazione ribadisce piuttosto la centralità del mercato e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, accompagnandola alla retorica inconseguente del «garantire che nessuno venga lasciato indietro» (Global Health Summit, 2021).

Invece, le scelte globali in materia di vaccino anti Covid-19 stanno abbandonando la maggior parte della popolazione mondiale al proprio destino. Scelte sciagurate che rivelano la profonda inconsapevolezza e indifferenza al fatto che, proprio come per la questione climatica, la grande e tragica lezione che arriva da questa pandemia è che il destino del mondo è comune e che nessuno si salva da solo. Al 1° settembre 2021, il 39,9% della popolazione mondiale aveva ricevuto almeno una dose del vaccino contro il Covid-19 e 5,38 miliardi di dosi erano state somministrate a livello globale, ma solo l’1,8% delle persone nei paesi a basso reddito aveva ricevuto almeno una dose. A quella data, negli Emirati Arabi Uniti ogni 100 persone le dosi di vaccino somministrate erano 187 (con il 76% della popolazione completamente vaccinata), negli Stati Uniti le dosi somministrate erano 112, con il 53% della popolazione completamente vaccinata, in Israele, rispettivamente, 153 e 61%, nella Cina continentale 149 e 64%, in Italia 130 e 61%. Al capo opposto della piramide o del mappamondo, le cifre erano pari o vicine allo zero, con il Congo con 0,1 dosi somministrate ogni 100 abitanti e una percentuale di popolazione completamente vaccinata inferiore allo 0,1%, Haiti 0,3 e meno dello 0,1%, Siria 2,3 e 0,9%, Repubblica del Congo 5,4 e 2%, Ucraina 21 e 8,8%, Cisgiordania e Gaza 30 e 9,7%, Venezuela 33 e 12%, India 48 e 11% e così via (Our World in Data, 2021).

Un divario terribile che dice dell’egoismo di una parte del mondo e della colposa e suicida cecità di chi la governa e della passività delle grandi organizzazioni sovranazionali. Il G20 ministeriale sulla salute, tenutosi a Roma il 5 e 6 settembre 2021, con il conclusivo “Patto per Roma” ha confermato quanto deciso nel Vertice di maggio (G20 Health Ministers’ Meeting, 2021). Sia pur con un positivo – ma inconseguente – richiamo all’approccio olistico One Health, che mette in relazione la salute umana a quella animale e ambientale, il documento non contiene alcun riferimento e la minima apertura alla proposta di sospensione dei brevetti, lanciata da India e Sudafrica e ora sostenuta da cento nazioni: per i paesi poveri solo tante buone e vuote parole e pacche sulle spalle, condite dal solito slogan ipocrita («Nessuno deve restare indietro») e da impegni fasulli («In linea con l’OMS, sosteniamo l’obiettivo di vaccinare almeno il 40% della popolazione globale entro la fine del 2021». Per loro c’è già il programma Covax. Peccato che – al di là della logica di beneficenza sostitutiva del diritto alla salute – quel programma abbia già mostrato di non funzionare e che persino i pochi impegni assunti dai paesi ricchi sono stati elusi.

Si conferma così la miopia che non fa i conti con le caratteristiche globali di questa pandemia. Se il 75% dei vaccini è concentrato in soli dieci Paesi, mentre in Africa la copertura vaccinale non arriva al 2%, ne consegue che è il mondo intero a essere a rischio e a condannarsi a inseguire le continue varianti del virus, con terze, quarte ed ennesime dosi. Big Pharma, intanto, ringrazia. Gli enormi profitti sono confermati ancora a lungo.

 

[…]

 

  1. L’orologio dell’apocalisse al tempo del Covid-19

Il Doomsday Clock, simbolico orologio dell’apocalisse che ogni anno viene aggiornato dagli scienziati atomici americani a rappresentare il grado delle minacce globali che pesano sul futuro dell’umanità, per il 2021 conferma il dato già fissato nel 2020: mancano soli cento secondi alla mezzanotte del mondo, la distanza comunque più breve sinora fissata dall’apocalisse che porrebbe fine alla civiltà umana. Per gli scienziati nel corso del 2020 vi sono stati, in verità, elementi di peggioramento, legati alla diffusione del Covid-19. In particolare, proprio il negazionismo e l’ampia diffusione di disinformazione, il disprezzo per la scienza e il contagio delle teorie cospirative. Ma forse ancor più pericolosa viene considerata l’incapacità e l’impreparazione dei governi, che «troppo spesso hanno abdicato alle responsabilità, ignorato i consigli scientifici, non hanno cooperato o comunicato in modo efficace e, di conseguenza, non sono riusciti a proteggere la salute e il benessere dei loro cittadini».

La pandemia in corso viene perciò definita un «campanello d’allarme storico», una indiretta conferma ulteriore di quanto i governi nazionali e le organizzazioni sovranazionali siano impreparati a gestire le due minacce principali da tempo incombenti, le armi nucleari e il cambiamento climatico, oltre a quella di nuovi possibili pericoli, comprese le pandemie più virulente e le possibili guerre di nuova generazione, che gravano sul prossimo futuro.

Il rischio atomico, sempre presente da 75 anni a questa parte, è aumentato nel 2020: per l’accelerazione dei programmi nucleari in alcuni paesi, per lo sviluppo di armi ipersoniche e nuovi sistemi ibridi che possono utilizzare sia testate convenzionali sia nucleari e che dunque possono aumentare «la probabilità di errori di calcolo in periodi di tensione», ma anche perché eventi come l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti e il comportamento di Donald Trump, «hanno rinnovato le legittime preoccupazioni sui leader nazionali che hanno il controllo esclusivo dell’uso delle armi nucleari».

Anche il fronte del cambiamento climatico viene considerato con grande allarme dagli scienziati atomici nel corso del 2020: per le concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera, per la previsione che la produzione e l’uso di combustibili fossili nel prossimo decennio aumenterà anziché diminuire, per l’intensificarsi di incendi e cicloni catastrofici e per il fatto che i governi non sono stati in grado di affrontare adeguatamente il riscaldamento globale.

La somma di questi elementi peggiorativi riguardo nucleare, clima e disinformazione, dicono gli scienziati, potrebbe giustificare un aumento del pericolo rispetto all’anno passato. Ma la scelta di confermare per il 2021 il precedente livello di rischio – comunque altissimo e mai sinora raggiunto –, viene motivata con i segnali positivi che pur si sono affacciati nel 2020. In particolare, con il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha subito annunciato il rientro nell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e offerto di prolungare di cinque anni l’intesa sul controllo degli armamenti con la Russia (New Strategic Arms Reduction Treaty), in scadenza nel febbraio 2021 (Bulletin of the Atomic Scientists, 2021).

Nel panorama mondiale reso più cupo da una pandemia di inedita gravità e letalità, gli scienziati atomici fanno dunque un atto di fiducia e di speranza, forse eccessivamente influenzato (il loro pronunciamento è di fine gennaio 2021) dallo scampato pericolo della rielezione di Donald Trump. I mesi successivi hanno già dimostrato che il nuovo presidente americano ha sostanzialmente confermato i toni e la sostanza del rapporto teso con Russia e Cina ereditato dal predecessore e che, in ogni modo, alle positive dichiarazioni su clima e nucleare devono ancora seguire fatti coerenti, conseguenti e adeguati.

La disastrosa gestione del ritiro dall’Afghanistan – altra “polpetta avvelenata” lasciata da Trump – non sembra deporre per una rinnovata capacità e volontà di distensione e multilateralismo. Si tratterà di vedere nei prossimi mesi se l’Amministrazione Biden sceglierà una geopolitica e scelte strategiche sui grandi problemi globali davvero diverse dalle precedenti. Ma, soprattutto, se il “complesso militare-industriale-finanziario” glielo consentirà.

Pur condividendo le speranze dell’associazione degli scienziati atomici, rimane difficile essere ottimisti.

 

[…]

 

  1. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex

Si conferma dunque anche per l’Afghanistan la politica pilatesca messa in atto dall’Europa nel 2015 per fronteggiare la crisi dei profughi siriani: esternalizzare le proprie frontiere o, detta più crudamente, appaltare il lavoro sporco ad altri. Con l’ulteriore paradosso che allora i miliardi di euro vennero dati al sultano Erdogan, vale a dire al presidente autoritario di un paese comunque aderente alla NATO e a suo tempo richiedente l’ingresso nell’Unione Europea, mentre ora le risorse finiranno a Pakistan, Tagikistan e Iran; quest’ultimo è un paese già sottoposto a sanzioni anche da parte europea e nel quale i diritti umani sono forse ancor meno tutelati che non in Afghanistan, mentre il Pakistan è sempre stato protettore e ispiratore dei talebani, oltre che protettivo rifugio per Osama bin Laden.

Paradosso nel paradosso, viene richiamato anche in questa evenienza il «sostegno di Frontex nel proteggere le frontiere», vale a dire di una Agenzia da più parti accusata di violare i diritti umani e di respingimenti illegali, tanto che nel 2021 la Commissione Libertà civili del Parlamento Europeo ha istituito un gruppo di lavoro per approfondire la questione. Il report dell’indagine conoscitiva svolta, pubblicato solo un mese prima, afferma che, pur in assenza di prove conclusive sull’esecuzione diretta da parte di Frontex di respingimenti o espulsioni collettive, dunque illegittime, l’Agenzia, pur avendo prove a sostegno delle accuse di violazioni dei diritti fondamentali negli Stati membri con cui aveva un’operazione congiunta, «non ha affrontato e seguito queste violazioni in modo tempestivo, vigile ed efficace». Sull’attività di Frontex, peraltro, ha aperto un’inchiesta anche l’European Anti-Fraud Office (OLAF), l’organismo di vigilanza antifrode dell’UE (European Parliament – LIBE, 2021).

A parte la retorica populista e la pulsione xenofoba di alcuni paesi membri, evidentemente l’Europa non intende tenere in sufficiente conto che già in precedenza erano e sono i paesi limitrofi a sostenere il peso maggiore di chi fugge da quella guerra. Nel 2020 vi erano 1.450.000 rifugiati afghani in Pakistan, 780.000 in Iran, 181.100 in Germania, 193.300 in Turchia, 46.600 in Austria, 45.100 in Francia, 41.200 in Grecia, 31.300 in Svezia, 15.400 in Svizzera, 15.100 in India, 13.400 in Italia. Irrilevante il numero di quelli ospitati negli Stati Uniti. Da inizio 2021 ad agosto altri 550.000 afgani sono stati sfollati, l’80% dei quali sono donne e bambini, portando a circa 3,5 milioni il totale di quanti hanno dovuto abbandonare le proprie case. Una situazione destinata inevitabilmente ad aggravarsi, così come la crisi interna, laddove, già all’inizio del 2021, metà dei quasi 40 milioni di persone presenti in Afghanistan, tra cui 10 milioni di bambini, era bisognosa di assistenza umanitaria (IOM, 2021 a; BBC, 2021 b; Meer Baloch, Ellis-Petersen, 2021).

La stessa Europa, peraltro, non risulta particolarmente generosa nella concessione dell’asilo: nel primo trimestre 2021, quindi prima del tracollo e del ritiro degli occupanti in Afghanistan, le autorità nazionali degli Stati membri dell’Unione Europea hanno adottato 134.400 decisioni di primo grado riguardo richieste di asilo, solo nel 34% il responso è stato positivo. Su 11.350 presentate da afghani ne sono state accolte 7.060 (Eurostat, 2021).

Dopo la presa del potere da parte dei talebani e il profilarsi dell’onda migratoria, Emmanuel Macron ha subito chiamato in causa gli Stati Uniti, dicendo che non è l’Europa da sola a dover e poter fare fronte al problema e a un dramma durato vent’anni, e che dunque Francia, Germania e gli altri Paesi dell’UE devono organizzare una risposta «robusta, coordinata e unita» per prevenire l’immigrazione. La Casa Bianca, dal canto suo, si affida alla speranza che i talebani mantengano le promesse sui diritti umani, come ha affermato il portavoce del Dipartimento di Stato (France 24, 2021; RTS, 2021).

Le promesse hanno però suscitato anche diffusi scetticismi e, ovviamente, saranno tutte da verificare, mentre, nell’immediato, le potenze occidentali non sono sembrate disponibili o in grado neppure di evacuare tutti gli afghani che avevano collaborato con le forze occupanti e che si trovano sicuramente in stato di pericolo a seguito della vittoria talebana, tanto più nel riaffacciarsi del terrorismo jihadista all’interno. In ogni caso, molti dei problemi sono derivati dal fatto che prima dei civili era stata evacuata la gran parte dei militari e dal non aver predisposto un piano di esfiltrazione efficace e tempestivo per il gran numero di collaboratori afghani delle truppe occupanti e degli organismi internazionali.

Non diverse le scelte degli Stati Uniti che hanno “appaltato” a paesi dei Balcani di loro stretta osservanza, Macedonia del Nord, Albania e Kosovo, l’accoglienza dei primi gruppi di espatriati afghani, circa 1.300.

Insomma, la logica e l’organizzazione del ritiro sembrano essere state quelle del “si salvi chi può”; impostazione che, peraltro, era già facile leggere in filigrana nel testo dell’Accordo di Doha.

 

  1. Partire è sempre più morire

Quando si parla di rifugiati e migranti, però, sono molti quelli che non si salvano.

Dal 1993 al 1° giugno 2021 sono stati oltre 44.764 i migranti morti mentre cercavano di entrare in Europa. Almeno quelli riscontrati, in questo caso dal network UNITED for Intercultural Action, perché non pochi sfuggono a ogni rilevamento. Molte altre morti sono avvenute nel Mediterraneo, da tempo propriamente definibile un “cimitero marino”: dal 1° gennaio al 30 agosto 2021 i decessi di migranti registrati sono stati 1.311, più del doppio del corrispondente periodo dell’anno precedente, quando erano stati 625, con una forte riduzione dovuta alle minori partenze nel periodo più intenso della pandemia, ma anche inferiori alle 1.094 dei primi otto mesi del 2019. Anche in questo caso una cifra sicuramente meno elevata rispetto alla realtà, dato il minor numero di navi umanitarie presenti nel Mediterraneo e allestite dalle ONG, osteggiate da istituzioni nazionali e comunitarie in quanto testimoni non graditi degli effetti letali delle politiche disumane di chiusura delle frontiere e dei porti.

Politiche che non riguardano solo l’Europa, anche se il Mediterraneo rimane l’area più micidiale. A livello mondiale, nello stesso periodo dei primi otto mesi del 2021, le vittime sono state in totale 2.727 (erano state 2.079 l’anno precedente e 3.326 nel 2019). Oltre ai 1.311 morti nel Mediterraneo, le aree più letali sono state le Americhe, con 572 vittime, e l’Africa, con 513 (UNITED for Intercultural Action, 2021; IOM, 2021).

Quali che siano il continente e i governi, si tratta sempre di morti impunite a causa di scelte di “realismo” e di convenienza che quotidianamente fanno carta straccia delle Convenzioni internazionali in materia di diritti umani e di rifugiati e del principio di non-refoulement, a ulteriore dimostrazione che anche il diritto internazionale risponde prioritariamente e quasi sempre alla legge del più forte.

Se molte morti sfuggono a ogni rilevazione e sono impossibili da quantificare, anche su quelle decine di migliaia corredate di date, fonti, modalità, quando possibile nomi e provenienza, il silenzio è assoluto. Tombale, verrebbe da dire.

È una guerra anche questa, non dichiarata ma con i medesimi devastanti effetti, che colpiscono la parte più debole e bisognosa delle popolazioni a livello mondiale. Chi pure sopravvive non ha comunque vita facile nel tempo dei populismi e della pandemia.

A fine 2020 gli sfollati forzati in tutto il mondo erano 82,4 milioni, 48 milioni all’interno del loro stesso paese, persone private di tutto e in balia di politiche sempre più restrittive, costrette a lasciare le loro case a causa di guerre e violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, crisi politiche e sociali. E, sempre più e in misura preponderante, a causa di disastri ambientali e degli effetti del riscaldamento globale (UNHCR, 2021 a; UNHCR, 2021 b; IDMC, 2021).

Con questo Rapporto annuale, la nostra costitutiva scelta è di provare a leggere il mondo – con i suoi tanti, intrecciati e spesso drammatici problemi, aggravati e approfonditi durante la pandemia del Covid-19 – anche con i loro occhi di rifiutati e sommersi, di annegati e torturati, di rinchiusi in campi di concentramento dopo essere stati costretti dalle bombe o dalla carestia a fuggire dalle proprie case.

Più in generale, anno dopo anno, cerchiamo di analizzare ciò che succede a livello globale dall’angolatura visiva di quelli di sotto. Con lo sforzo di fare scaturire dal ragionamento e dalla denuncia proposte costruttive, nella prospettiva della giustizia ambientale, economica e sociale, della democrazia integrale e dello Stato di diritto. In una parola, dei diritti globali.

Una scelta che è, a un tempo, politica, culturale ed etica. Che ci pare necessitata dalla parzialità interessata attraverso cui vengono invece rappresentati dal mainstream la realtà e i suoi problemi. Cercare di capire la prima, per poter affrontare i secondi, significa allora allargare lo sguardo e l’analisi, o meglio abbassarli. Perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento.

* Sergio Segio, curatore del Rapporto e direttore dell’Associazione Società INformazione

*****

19° Rapporto sui Diritti Globali | 2021
Stato dell’impunità nel mondo
Un altro mondo è possibile

Prefazioni di Pier Antonio Panzeri, Maurizio Landini

Introduzione di Sergio Segio

Promosso da Association Against Impunity and for Transitional Justice

Curato da Associazione Società INformazione Onlus

con la partecipazione di CGIL

 Futura editrice

Collana Rapporti

Formato 17 x 24
Pagine 424 (64 pagine a colori)
Prezzo 26,00 euro
ISBN/EAN 978­88­230­2350­5

Presso l’editrice Futura si può acquistare l’edizione italiana qui in cartaceo. È disponibile anche in versione ebook

L’edizione internazionale, in lingua inglese, è pubblicata dall’editore Milieu, in cartaceo e in ebook

Qui l’indice generale e altri materiali



Related Articles

Il mondo è malato, i governi omettono i soccorsi

Nel video realizzato da Collettiva.it, il curatore Sergio Segio sintetizza il quadro che emerge dal 19° Rapporto sui diritti globali, appena pubblicato da Futura editrice

Zaki e gli altri: se ne parla venerdì alla presentazione del 19° Rapporto diritti globali

Del caso di Patrick Zaki e dell’omicidio di Jamal Khashoggi disposto dalle autorità saudite, della repressione e delle violazioni in tanti paesi del mondo tratta il 19° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2021 che verrà presentato a Roma venerdì 10 dicembre, alle ore 11,30, presso la Sala Santi, in Corso d’Italia 27

Quale democrazia?

Pier Antonio Panzeri, presidente di Fight Impunity (Association Against Impunity and Transitional Justice) interviene alla CGIL nazionale, alla presentazione del 19° Rapporto sui diritti globali, il 10 dicembre 2021, Giornata mondiale per i diritti umani

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment