Donne afghane tra diaspora o resistenza: il dilemma ai tempi dell’Emirato

Donne afghane tra diaspora o resistenza: il dilemma ai tempi dell’Emirato

Ieri a Kabul pestaggi e spari di kalashnikov in aria contro la protesta delle donne: «Lavoro e libertà». Il 15 agosto 2021 i Talebani tornavano al potere dopo 20 anni di fallimenti occidentali. I due futuri dei giovani: restare o fuggire

Le donne afghane resistono e protestano. Dopo dodici mesi di politiche discriminatorie, di apartheid di genere, di proteste e di repressione, ieri nella capitale afghana una cinquantina di donne ha manifestato per le vie di Kabul. Chiedendo «pane, lavoro e libertà», uno slogan diventato frequente in questo primo anno di riconquista talebana dell’Afghanistan.

I TALEBANI hanno disperso la manifestazione, sparando in aria e inseguendo alcune manifestanti fin dentro i negozi in cui si erano rifugiate. In un anno molto è cambiato nel Paese. Qualcuno ha trovato rifugio all’estero, molti altri sono rimasti.

Siamuddin è a Chicago da un paio di mesi e ha già trovato lavoro. Originario della provincia di Laghman, cresciuto a Jalalabad, il capoluogo della provincia orientale di Nangarhar, è a Kabul che si è fatto le ossa.

Prima come attivista, scrittore di libri, infaticabile costruttore di reti e relazioni, poi come funzionario di un ministero, fondatore di una scuola di inglese poi ceduta, infine come organizzatore di eventi e motivational speaker.

«Ma lascia perdere: in Afghanistan non funziona questo lavoro», gli ripetevamo con convinta insistenza. Fino a quando non lo abbiamo visto in una grande aula, nella capitale afghana.

DI FRONTE A LUI, centinaia di ragazzi e ragazze. Pronti a ripetere i suoi slogan di incoraggiamento. Pasthun nazionalista, ha sfidato i codici sociali per sposare la ragazza che amava, conosciuta all’università di Nangarhar, dove studenti e studentesse, ben prima dei Talebani, non potevano parlarsi tra di loro, pur frequentando la stessa classe.

Lo scorso agosto, è riuscito a salire su uno dei voli di evacuazione dei militari statunitensi. Dopo mesi di stallo in un campo militare in attesa che le procedure venissero completate, oggi è lontano da moglie e due figli, uno dei quali nato mentre lui era via. Loro sono in Pakistan.

È RIUSCITO a farli arrivare lì dall’India, dove si era trasferito per un master. Lo scorso agosto era a Kabul per caso, per salutare i parenti. Da mesi aveva capito che i Talebani avrebbero conquistato il Paese, sbagliando solo sui tempi.

Il padre e i fratelli sono rimasti a Jalalabad. Vivono in un quartiere periferico, dove hanno aperto una scuola per bambini e bambine. Gratuita. Nei mesi a «bagnomaria» nel campo militare, Siamuddin ha rischiato di deprimersi. Poi ha scritto un libro: Be your own boss. È alla ricerca di un editore.

ANCHE MASOUDA cerca editori, ma in Afghanistan il panorama editoriale è molto cambiato. Soprattutto per il suo genere preferito: la satira politica e sociale. A Kabul, nel novembre 2012, al ministero dell’Informazione e della cultura abbiamo assistito al primo seminario afghano sulla satira.

Partecipava anche un uomo smagrito e basso dalla faccia simpatica, Jalal Noorani, scrittore, giornalista, drammaturgo, consulente del ministero e autore de L’arte della satira, un corposo volume in lingua dari che da Orazio e Menippo arrivava al Novecento di Bergson e Bachtin, passando per il pioniere della scrittura satirica afghana, Mahmud Tarzi. La nostra copia del libro è custodita in un box metallico in una vecchia villa sgangherata di un quartiere popolare di Kabul.

I libri della scrittrice Masouda sono quasi introvabili, invece. Autrice di una decina di libri, perlopiù di satira ma anche racconti, è stata per anni la direttrice di un mensile satirico, Achar Kharbuza, Melone sotto-aceto.

Lo scorso maggio, quando l’abbiamo incontrata nella capitale, ci ha detto che ora scrive solo storie per bambini: «Ho perso buona parte della spinta a scrivere». Mentre veniva all’appuntamento, è stata fermata da militanti dell’Emirato: le contestavano l’abbigliamento pur castigato.

COME MASOUDA, anche Marziah è rimasta in Afghanistan. Non potrebbe fare altrimenti. Vive a Ghazni, lungo la strada tra Kabul e Kandahar. L’abbiamo incontrato nel novembre 2021, a pochi mesi dal ritorno dei Talebani al potere.

Nello stadio della città, era appena andata in scena la «giustizia» dei barbuti: frustrate per due uomini accusati di atti sessuali illeciti. Marziah rischiava di dover lasciare l’appartamento in cui viveva. Non aveva soldi per l’affitto. Non aveva soldi per cibo e vestiti delle quattro figlie.

Diceva di essere costretta a vendere la figlia più grande, 12 anni, «per curarmi e far sopravvivere le altre tre». Quell’ipotesi è scongiurata: la notizia, giunta ai media, ha avviato una catena di solidarietà, dentro e fuori l’Afghanistan.

Ma l’Emirato ha accusato di sabotaggio l’attivista di Ghazni che l’ha portata all’attenzione del pubblico. Ai nostri ultimi messaggi, non ha mai risposto.

PROVA A RISPONDERE in italiano Madina: è arrivata nel nostro Paese con uno dei voli di evacuazione dell’agosto 2021. Ci siamo incontrati in un piccolo comune non lontano da Bari, lo scorso gennaio. Ha abitato per mesi in un residence, con altri 60 afghani. Perlopiù famiglie, ma anche singoli.

Il giorno dell’arrivo dei Talebani a Kabul, Madina programmava di aprire un centro di empowerment per le donne, nella capitale. Parte di un progetto di un’ong italiana. Tutto saltato. Intelligente ed energica, in Puglia si è fatta presto riconoscere come «leader» di un gruppetto di ragazze della sua età, sui 20 anni.

«Sono andata dal titolare della palestra qui vicino e gli ho detto: “Senta, vorremmo allenarci ma siamo appena arrivate dall’Afghanistan. Che facciamo?”. Così ci ha fatto subito un buono sconto e da allora andiamo tutti i giorni», ci raccontava.

Pochi giorni fa l’abbiamo rivista a Roma. Ha vinto una borsa di studio all’Università di RomaTre. Si dice felice, anche se non vive con la famiglia e molte amiche sono lontane, in Afghanistan.

NEL PAESE RIMANE Arezo, già docente universitaria e imprenditrice. Ha una piccola azienda, unica nel suo genere. Produce assorbenti riciclabili. «Si lavano e si possono usare di nuovo». Alle postazioni da lavoro, dietro le macchine da cucire, solo ragazze.

Arezo ci ha detto di aver aperto la sua azienda poco prima del cambio di regime. Di aver riaperto i battenti, dopo qualche mese di chiusura. L’iniziativa serve ad «aiutare le donne, attraverso uno stipendio, a essere più libere. A contare di più sulle proprie capacità, a rivendicarle e ad avere un ruolo più forte in famiglia e nella società».

PARE FUNZIONI, anche se è rivolta a solo una quindicina di donne. Con lo stipendio, una ci raccontava di potersi mantenere all’università e di riuscire a lasciare qualche risparmio in famiglia.

Un’altra che, da quando portava i soldi in casa, la sua opinione era diventata improvvisamente importante: «Ora conta anche quel che dico io, prima non era così».

* Fonte/autore: Giuliano Battiston, il manifesto



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