Denunce, un arresto, qualche aiuto in più. Ma i morti nel sisma sono 23mila

Denunce, un arresto, qualche aiuto in più. Ma i morti nel sisma sono 23mila

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Qualcosa si muove ma troppo lentamente: Erdogan ammette i ritardi, gli Usa riducono le sanzioni alla Siria. E in Turchia parte la class action. 14 camion Onu in territorio siriano, ma magazzini vuoti. Assad apre alle opposizioni

 

La macchina istituzionale dei soccorsi, nazionale e internazionale, non parte. Arranca, borbotta. Lo ha ammesso ieri lo stesso presidente turco Erdogan («Il nostro intervento non è stato rapido come avremmo voluto», ha detto dalla città di Adiyaman) e, indirettamente, quello siriano Assad che solo a cinque giorni dal sisma del 6 febbraio è apparso in pubblico, ad Aleppo.

Sceglie la via indiretta anche l’amministrazione statunitense che rivede le sanzioni a Damasco. L’Onu ci mette un pezza, facendo passare dal valico di Bab al-Hawa, tra Turchia e Siria, 14 camion dell’Organizzazione mondiale delle Migrazioni che stavolta non portavano sapone ma tende e stufe elettriche.

CONTINUANO a non ammetterlo le cancellerie occidentali, a partire da quelle europee, che alle 23 milioni di persone colpite da una catastrofe epocale riservano le briciole. Qualche decina di milioni di dollari, a fronte dei miliardi utilizzati per farle le guerre, non per ricostruire un po’ di pace. I cittadini sauditi, con donazioni private, hanno raccolto 51 milioni di dollari, più del doppio di Francia e Germania insieme.

C’è anche chi lavora da giorni, allo stremo delle forze, tra le macerie di decine di migliaia di edifici e in testa, come un ronzio, il costante e crudele aggiornamento del bilancio delle vittime (ieri sera segnava 22.765 morti, 19.388 in Turchia e 3.377 in Siria).

Ai soccorritori a dargliene qualcuna in più, di forza, sono state le inimmaginabili vittorie di ieri: persone ancora vive, dopo oltre centodieci ore, una donna con in braccio il figlio Yagiz di appena dieci giorni, a Samandag; un uomo a Kahramanmaras; una famiglia di sei persone a Iskenderun. Nel sud della Turchia sono arrivati i minatori, perché «noi sappiamo come si scava»: dopo 13 ore di lavoro, ad Adiyaman hanno recuperato una 17enne da una profondità di otto metri.

DI FRONTE c’è un livello di devastazione che toglie il fiato, quartieri spazzati via. In molti casi perché costruiti male, con materiali scadenti e insufficienti. Per questo ieri 170 avvocati da undici province turche hanno presentato una denuncia penale contro le compagnie edili che hanno tirato su i palazzi venuti giù.

Le accusano di «omicidio per negligenza» e chiedono l’incriminazione «dei costruttori, di chi li ha autorizzati a costruire e di chi non li ha sottoposti a ispezione». Funzionari comunali, provinciali, sindaci, per spezzare quella «catena» di impunità che lega politica e affari. In serata la notizia dell’arresto all’aeroporto di Istanbul di Mehmet Yasar Coskun, proprietario del residence di 12 piani Renaissance di Hatay, sbriciolato dal sisma. Stava volando in Montenegro.

La situazione non è certo migliore in Siria. Città come Aleppo, che pensavano impossibile una distruzione peggiore di quella di anni passati a fare da campo di battaglia tra governo e opposizioni, si sono dovute dolorosamente ricredere. Qui la gente si è rifugiata dove poteva, ma manca tutto, cibo, vestiti, coperte, latte per i bambini.

«Abbiamo bisogno di luoghi dove stare per un lungo periodo – diceva ieri Issa, un abitante di Aleppo, a Middle East Eye – Perché questo è un disastro di lungo periodo, le persone non possono semplicemente tornare a casa. Abbiamo visto troppo dolore e sofferenza».

IERI AD ALEPPO è giunto in visita il presidente Assad, prima apparizione. Ha visitato gli ospedali, incontrato i feriti. Alla Siria i paesi arabi hanno destinato decine di milioni di dollari, pezza minuscola su un buco enorme.

Ieri l’ultimo appello l’ha lanciato l’Organizzazione mondiale della Sanità che ha parlato di «crisi dimenticata»: «Il terremoto ha riportato l’attenzione, ma ci sono milioni di persone in Siria che soffrono da anni». Da parte sua l’Onu ha chiesto il cessate il fuoco per permettere il transito degli aiuti – quando arriveranno – tra le varie zone sottoposte ad autorità diverse, il governo centrale, le opposizioni islamiste, l’occupazione turca.

A Damasco il governo ha reagito deliberando la consegna di aiuti a tutte le aree colpite, con il sostegno delle Nazioni unite, della Mezzaluna rossa siriana e della Croce rossa, e dichiarando «zone disastrate» Latakia, Hama, Aleppo e Idlib, la provincia occidentale gestita da anni da una galassia di milizie islamiste di ispirazione qaedista. E una reazione giunge alla fine anche dagli Stati uniti che hanno sospeso per sei mesi le sanzioni su tutte le transazioni relative al sisma, ovvero agli aiuti diretti in Siria.

Decisioni che ingranano, con lentezza, ma che non hanno ancora effetti sulla nuova quotidianità nel nord siriano. A chi a stento sopravvive all’addiaccio da sei giorni pesa molto di più la notizia che i magazzini del World Food Programme sono ormai quasi vuoti.

* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto

 

 

Photo by ANF News



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