Israele. Nuova legge per condannare anche a morte e senza prove

Israele. Nuova legge per condannare anche a morte e senza prove

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C’è anche il ritorno della pena capitale nel progetto di legge che mira a sveltire i giudizi. Presi e deportati in campi militari ad hoc, ma è difficile determinare chi ha ucciso e chi no

 

Il ministero della Giustizia israeliano sarebbe in procinto di presentare una nuova legge che preveda «procedure legislative rapide», in base alle quali migliaia di palestinesi della Striscia di Gaza, arrestati durante l’operazione Tempesta di Al-Aqsa e l’invasione militare della Striscia, potrebbero essere «giudicati in tempi rapidi». Lo rivela il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

Dopo la diffusione delle immagini che mostravano palestinesi arrestati e deportati a centinaia nei luoghi di detenzione temporanea, numerose ong (HaMoked, Human Rights Watch, Amnesty International) avevano chiesto «informazioni sulla loro sorte». La direttrice del Comitato pubblico contro la tortura in Israele, Tal Steiner, ha ammesso di non avere alcuna notizia di questi prigionieri, sospettati di aver combattuto nelle file di Hamas. «Il problema è che non abbiamo accesso a loro – ha detto Steiner – alcuni non si trovano nemmeno in luoghi di detenzione legali, ma in campi militari ad hoc nel sud del paese. Sono considerati combattenti illegali e non prigionieri di guerra regolari, protetti dalle convenzioni di Ginevra».

LA NUOVA LEGGE mira a modificare i sistemi di detenzione, indagine e processo attualmente utilizzati, con il pretesto della «difficoltà di raccogliere e documentare prove a causa della situazione sul campo», scrive Yedioth Ahronoth. Di conseguenza, Tel Aviv potrà in qualsiasi caso perseguire i palestinesi per i quali non ci sono prove sufficienti del loro «coinvolgimento» nell’attacco. In base alla proposta di legge sarà sufficiente che i prigionieri siano stati presenti il 7 ottobre negli insediamenti della zona di Gaza, o che siano stati arrestati nella Striscia durante l’invasione di terra come «combattenti di Hamas».

Secondo il giornale israeliano, una delle difficoltà di una simile legge è quella di determinare esattamente i responsabili dell’assassinio di ciascuno dei morti israeliani, tanto più che numerose inchieste pubblicate dai media ebraici, oltre alle testimonianze dei sopravvissuti all’attacco, hanno dimostrato che anche l’intervento dell’aviazione e dell’artiglieria di Tel Aviv ha provocato vittime israeliane.

SECONDO QUESTE INDAGINI, i servizi di sicurezza israeliani hanno aperto il fuoco su chiunque tornasse nella Striscia di Gaza, anche se tra loro c’erano prigionieri israeliani, mentre le testimonianze di ufficiali – pubblicate sul sito Ynet – hanno confermato che l’aviazione ha attaccato più di 300 obiettivi il 7 ottobre, la maggior parte «in territorio israeliano». In applicazione della “Procedura Annibale” che prevedeva l’ordine di «fermare a tutti i costi qualsiasi tentativo dei miliziani di Hamas di far ritorno a Gaza».

La nuova legge includerà specificamente la pena di morte. Lo scorso novembre il ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, aveva riaffermato la volontà di presentare un disegno di legge «sull’esecuzione dei prigionieri palestinesi condannati per aver ucciso israeliani», aggiungendo che il disegno di legge «riceverà il sostegno di tutti i membri della Knesset».

LA KNESSET già lo scorso marzo ha approvato, in lettura preliminare, un disegno di legge che autorizza il ripristino della «pena di morte». Per sostenere la loro proposta, i parlamentari del partito nazionalista Otzma Yehudit (Potere Ebraico) – di cui Ben Gvir è leader – hanno lamentato che i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane potrebbero essere rilasciati nell’ambito di «scambi di prigionieri» o beneficiare di «condizioni piacevoli nelle carceri».
Israele ha abolito la pena di morte nel 1954 e da allora ha utilizzato pene detentive fino a centinaia di anni. Una sua reintroduzione è stata proposta più volte negli ultimi anni, ma la Knesset si è sempre rifiutata di legiferare.

* Fonte/autore: Stefano Mauro, il manifesto



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