FATIGATI LAVORAVA lì dentro da circa 20 anni e lo conoscevano tutti. Non era però dipendente di Stellantis, ma di MS Industrial, un’azienda che ha la sede legale a Foggia e che ha in appalto parte della gestione dei magazzini. Guadagnava circa 1.500 euro al mese. «Da quando l’ho incontrato in fabbrica per la prima volta – racconta Giuseppe Morsa, delegato della Rsa a Pratola Serra e segretario della Fiom Cgil di Avellino – è sempre stato con una ditta in appalto esterno. Prima si chiamava Fratelli Pietropaolo». Nello stabilimento in provincia di Avellino la logistica è affidata alla De Vitia, i magazzini in parte (l’altra è gestita in proprio da Stellantis) a MS Industrial. Sono poi affidate a terzi mensa e pulizia.

«GLI APPALTI sono centralizzati – dice Morsa – nel senso che li gestisce direttamente Torino». Fatigati è dunque morto da esterno in una fabbrica che da 20 anni frequentava ogni giorno e dove era parte integrante del circuito di produzione. «Non è il caso di trarre conclusioni affrettate sulla dinamica e sulle cause della morte di Domenico – precisa il sindacalista della Cgil – in attesa che le indagini le chiariscano, certo è che il tema del rispetto delle norme di sicurezza per i lavoratori delle imprese che lavorano in appalto con Stellantis c’è tutto». Spiega: «Gli affidamenti sono sempre più al ribasso e chi se li aggiudica, per far quadrare i conti, chiede ai suoi dipendenti carichi di lavoro sempre più pesanti». Stellantis poi, prosegue, «si accontenta di verificare che le carte delle imprese appaltatrici siano in regola, che ci siano le certificazioni e le attestazioni relative alla formazione sulla sicurezza. Dovrebbe controllare sul campo, nella routine della fabbrica, che le norme sulla sicurezza siano rispettate anche da chi è in appalto».

L’ULTIMO GRAVE INCIDENTE a Pratola Serra, dove ieri i sindacati hanno proclamato una giornata di sciopero, risale al 2010. «Quella volta – ricorda Morsa – un operaio se la cavò ed è tornato a lavorare. Ci sono stati poi vari incidenti di minore gravità». Il tema del controllo sul rispetto delle normative sulla sicurezza da parte delle imprese che operano in appalto e in subappalto è centrale anche secondo Massimiliano Guglielmi, il segretario campano della Fiom Cgil: «Accade in diversi luoghi dove lavorano fianco a fianco operai che svolgono identiche mansioni ma che hanno differenti diritti e disuguale formazione. Quelli delle imprese in appalto e in subappalto sono la parte debole di un sistema che non garantisce condizioni salariali e di sicurezza adeguate. Cicli di lavoro continui, stress, il ricatto occupazionale moltiplicano i rischi di infortuni ed incidenti».

IN QUESTO SCENARIO, secondo la Cgil, «la recente riforma del governo in nome della sburocratizzazione (termine dietro il quale si nasconde spesso la volontà di indebolire verifiche e controlli) provocherà ulteriori danni e disastri». E denuncia: «Non si dà seguito, intanto, alle proposte avanzate dal sindacato. Il potenziamento degli ispettorati è una chimera. Come, d’altronde, l’istituzione del reato di omicidio colposo a carico degli imprenditori che non garantiscano il rispetto delle norme sulla sicurezza e l’istituzione di una procura specializzata sugli infortuni e sulle morti sul lavoro».

NEL 2023 queste ultime sono state 1.040. Centoquarantotto dal primo gennaio a oggi. Nel giorno di San Valentino, il 14 febbraio scorso, si era registrato un altro mortale incidente sul lavoro in provincia di Avellino: un magazziniere di 35 anni, Isidoro Di Lorenzo, aveva perso la vita in un deposito di prodotti farmaceutici di Monteforte Irpino. Era caduto da un’altezza di tre metri. Mercoledì scorso i sindacati hanno proclamato uno sciopero nazionale dopo la strage all’Esselunga di Firenze.

ERRATA CORRIGE

Si muore nei grandi impianti come sui cantieri. Dopo la strage di Firenze, ieri un operaio ha perso la vita nello stabilimento Stellantis in provincia di Avellino. Anche lui era in appalto, vittima degli affidamenti al ribasso. «Esterno» in un fabbrica dove lavorava da venti anni 

 

* Fonte/autore: Fabrizio Geremicca, il manifesto