Luciana Castellina. Ascoltare tutto il mondo, per rifarlo assieme

Luciana Castellina. Ascoltare tutto il mondo, per rifarlo assieme

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A 80 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani la prima domanda è: cosa diavolo è accaduto in questo tempo perché sia stato possibile bruciare tanti bei progetti per disegnare tutti assieme un mondo nuovo? Questo ponderoso libro è il primo racconto critico completo di questo pezzo di storia

 

Quasi 80 anni di vita dell’ONU, e poco meno dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. La prima domanda da porsi mi pare sia: cosa diavolo è accaduto in questo tempo perché sia stato possibile bruciare tanti bei progetti che l’ONU aveva messo in moto per disegnare in comune, tutti assieme, un mondo nuovo? Un mondo finalmente buono? Questo ponderoso libro è il primo racconto critico completo di questo pezzo di storia, e ha un grande pregio: non era mai accaduto che si affrontassero in un solo volume tanti e diversissimi drammi verificatisi in questo tempo, tutti, ahimè, lì a testimoniare in che misura quel primo tentativo era stato sconfitto. In realtà, se si volesse mettere a punto una dettagliata e completa cronologia di quanto è accaduto in questi 78 anni di pagine ne occorrerebbero ancora di più. E però dovremmo riuscire a scriverle tutti assieme, gli abitanti dei paesi che di quanto è accaduto sono stati vittime, così come quelli che le hanno provocate. Verificando passo dopo passo i concreti eventi che si sono succeduti e che, purtroppo, ci hanno portati a questo risultato, che vorrei chiamare “sconfitta dell’ONU”.

E tuttavia non proporrò mai un simile titolo, perché rischierebbe di apparire rinuncia all’obbiettivo che nel 1945 l’umanità si era proposta, e che noi vogliamo continuare a proporci. Per farlo, però, credo si debba esser consapevoli di quanto pesi l’aver bruciato la grande forza che l’umanità, dopo la più brutta guerra della storia, la Seconda guerra mondiale, aveva accumulato per cambiare tutto. Sprecata. Adesso occorre ricostruirla prima che sia troppo tardi. E per farlo occorre però partire da una considerazione critica sul nostro stesso lavoro, chiedersi perché ci siamo troppo spesso contentati di lasciar passare l’espressione “diritti umani” senza accompagnarla abbastanza con un chiarimento: il soggetto che può proporsi l’obbiettivo di veder riconosciuti i diritti umani per tutti non può essere che un “noi”, non un me; e che dunque la prima cosa da fare è imparare a considerarci soggetto collettivo, e a operare come tale. Il peggio dell’oggi è che l’egemonia che domina è invece fondata sempre più sul contrario, sull’io, sull’“io da solo forse me la cavo”, come recitava un vecchio libro saggio. Voglio dire che, oltre a denunciare gli orrori di questa o quella violazione dei diritti stabiliti nella Carta dei diritti umani che un anno dopo la creazione dell’ONU fu emanata, dobbiamo impegnarci più di quanto abbiamo fatto a condurre anche una riflessione critica sull’impianto culturale che ha ispirato gli strumenti di regolazione universale.

Questo l’abbiamo fatto troppo poco, sottovalutando la complessità e la profonda diversità che caratterizza l’umanità, e dunque la difficoltà di costruire una regolamentazione universale. Tanto più da quando siamo entrati nella cosiddetta era della globalizzazione, che ha reso ancor più evidenti diversità e diseguaglianze. A un punto tale che si potrebbe parlare dell’era della globalizzazione come quella del tramonto dell’età dei diritti. Perché la globalizzazione non ha prodotto il “comune”, ha anzi distrutto l’idea stessa di “bene comune”.

Il filosofo cinese Chung Shu Lo aveva sottolineato quanto, per la cultura confuciana, sia stato difficile concepire le relazioni sociali e i principi etici fondati sulla rivendicazione di diritti soggettivi anziché sul riconoscimento del dovere di ciascuno verso la società. Ma c’era qualcuno fra gli estensori della Carta dei diritti umani che conosceva il pensiero di Confucio (o altra cultura non-occidentale)? O, perlomeno, che lo considerasse legittimato a concorrere alla definizione di un modello destinato a diventare “senso comune” per l’intera comunità umana? Voglio dire che, oltre a nominare i diritti e chiederne il rispetto, sarebbe stato necessario che tutti avessero avuto modo di contribuire alla loro definizione, non solo la cultura e i famosi valori occidentali. Così non è stato: ancor oggi l’informazione mondiale si basa all’80 % su fonti occidentali, laddove la premessa di una definizione davvero universale avrebbe dovuto essere proprio il coinvolgimento di tutti non, come invece è stato, la colonizzazione operata dall’occidente. Vale a dire la pretesa di considerare la nostra visione del mondo punto d’arrivo della civilizzazione umana.

Questa pretesa è stata enunciata chiaramente in occasione dell’affidamento di un quarto mandato come segretario generale della NATO al norvegese Jens Stoltenberg: la guerra attuale è fra democrazie e dittature, ed è la NATO che può indicare se un paese appartiene alla prima o alla seconda categoria. Chissà chi sceglierà dove collocare Israele, tanto per fare un esempio. Cito la Palestina non solo per l’evidenza del caso, ma per ricordare proprio un grande intellettuale palestinese, Eduard Said, che aveva scritto: «L’altro è una risorsa critica per sé stesso».

Il fatto è che – come ha scritto quasi venti anni fa Danilo Zolo in un bel libro intitolato La giustizia dei vincitori – i regolamenti stabiliti per garantire l’ordine internazionale, sia quelli politico/militari introdotti dall’ONU, sia quelli giurisdizionali stabiliti dalle Corti penali internazionali, non sono in grado di imporre alle potenze più forti il rispetto di leggi capaci di rendere la guerra meno distruttiva e tantomeno di ottenere la pacificazione del mondo. Ma non sono in grado nemmeno di ascoltare tutto il mondo, per rifarlo assieme.

Le guerre presentate come umanitarie si sono intanto moltiplicate, perché con la globalizzazione, che ha sepolto il bipolarismo dei tempi della guerra fredda, il paesaggio mondiale è diventato assai più complesso e l’interdipendenza ha spinto la NATO a dilatarsi, per far fronte ai rischi prodotti dal disordine internazionale. E dunque a rispondere con le guerre, dette umanitarie, così creando una sorta di legittimazione della guerra stessa. Combattute per garantire la global security, cioè la sicurezza del nostro occidente.

Credo che siamo arrivati a un punto in cui è necessario ripensare a tutta l’attuale regolamentazione mondiale, che, così com’ è, non ce la fa a garantire i diritti umani di tutti. Occorre dunque impegnarsi a trovare i modi per cui le differenze che caratterizzano la società diventino fonte di ricchezza anziché di guerre.

* Prefazione di Luciana Castellina al 21° Rapporto sui diritti globali, dell’Associazione Società INformazione (Milieu edizioni). Il volume è acquistabile in libreria oppure si può richiedere effettuando una donazione QUI

QUI è possibile leggere la scheda e scaricare il sommario del volume

 



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