Il Diario di Atef Abu Saif sul genocidio innominabile

Il Diario di Atef Abu Saif sul genocidio innominabile

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Quello di Atef Abu Saif è un racconto reso unico dalla forza della verità e dalla capacità di descrivere gli avvenimenti e i sentimenti che l’autore, i gazawi e tutto il popolo palestinese si sono trovati e si trovano a vivere. Non solo dal 7 ottobre 2023 ma da decenni

 

Di fronte alla sostanziale indifferenza e inazione che accompagnano le cifre dello sterminio in atto a Gaza, in crescita quotidiana ed esponenziale ormai da nove mesi, c’è da riflettere e reagire.

I numeri sono stati riepilogati autorevolmente dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nel proprio Rapporto del 25 marzo scorso, dal titolo e significato inequivocabili: Anatomia di un genocidio.

Genocidio. Una parola che, specie in Italia, risulta impronunciabile – e perlopiù impronunciata – poiché oggetto della più rigorosa censura e della rappresaglia nei confronti dei pochi renitenti alla chiamata alle armi e alla propaganda a favore di Israele e del suo governo.

Dietro ai numeri forniti dalla Relatrice, pur arrotondati e sensibilmente accresciuti nei mesi successivi, scorre il fiume di sangue e distruzione che troppi fingono di non vedere e che i governi occidentali nulla fanno per interrompere e neppure frenare. Dopo cinque mesi di operazioni militari, Israele aveva già distrutto Gaza. Oltre 30.000 palestinesi erano stati uccisi, tra cui più di 13.000 bambini. 71.000 i feriti, molti dei quali con mutilazioni che cambiano la vita. Il 70% delle aree residenziali era distrutto. L’80% dell’intera popolazione della Striscia era stata sfollata con la forza. Molti non hanno potuto seppellire e piangere i propri parenti, costretti a lasciare i propri corpi in decomposizione nelle case, per strada o sotto le macerie: si presume siano più di 12.000. Migliaia di persone sono detenute, spesso torturate e sistematicamente sottoposte a trattamenti inumani e degradanti.

Quel tragico bilancio non appena stilato e diffuso risultava immediatamente superato. La vendetta israeliana per l’attacco di Hamas del 7 ottobre, infatti, non vede e prevede pause e rallentamenti. Al 7 luglio 2024, secondo il Ministero della Salute a Gaza, erano almeno 37.953 i palestinesi uccisi e 87.266 i feriti.

Un massacro che avviene anche grazie alle armi fornite da governi occidentali e per questo ancor più negato e occultato. Chi prova a frenarlo e documentarlo deve essere perseguitato, calunniato e intimidito. Nasce da questa esigenza la strategia israeliana del violento boicottaggio delle Agenzie delle Nazioni Unite e del blocco degli aiuti internazionali che sta affamando e facendo morire di stenti i più deboli tra i palestinesi. A Rafah, bombardata ogni giorno, vi sono 600.000 bambini che, riferisce l’UNICEF, sono in gran parte «feriti, malati, malnutriti, traumatizzati o con disabilità». Nel contempo, le strutture sanitarie vengono scientificamente distrutte, i medici e operatori arrestati, spesso torturati e in alcuni casi uccisi in carcere, come il dottor Adnan Al-Bursh, ortopedico presso l’ospedale Al-Shifa. A causa degli attacchi sistematici sono chiusi o distrutti 34 ospedali su 36; anche i due ancora aperti sono operativi solo parzialmente e non dispongono di forniture mediche e farmaci. Come denuncia Euro-Med Human Rights Monitor, Israele continua a impedire di lasciare la Striscia e più di 26.000 malati e feriti che necessitano di trasferimenti esterni immediati per cure salvavita rischiano così di morire. O, meglio, di essere uccisi, con armi non meno letali e ancor più vigliacche delle bombe, spesso made in USA.

Per nascondere questi quotidiani crimini, dal 7 ottobre 2023 al 7 luglio 2024, sono stati almeno 108 i giornalisti e operatori dei media uccisi, 32 i feriti, 52 gli arrestati. Secondo il Committee to Protect Journalists è il periodo più mortale per i giornalisti dal 1992, da quando l’ente ha iniziato a raccogliere dati. Assieme, si è consolidata la cappa della negazione, della censura e ancor più dell’autocensura, di una complessiva complicità del sistema mediatico e culturale occidentale – con rarissime e dunque preziose eccezioni –, come mai in precedenza compatto e obbediente ai voleri e alle indicazioni dei rispettivi governi.

 

La radice e il nome dei crimini che Israele sta perpetrando

Mentre il conflitto si estende investendo anche il Libano, è inevitabile chiedersi quanto sarà ancora più vasto e terrificante il bilancio futuro della carneficina, dei quotidiani crimini che il governo e l’esercito di Israele commettono impuniti.

Crimini che, se non si riescono del tutto a negare e celare, il mainstream tenta di minimizzare e di rovesciare, con le accuse di antisemitismo rivolte a ogni critica, protesta e denuncia, e, ancor più, di mistificare nella loro natura e radice di politiche suprematiste, colonialiste e di apartheid da cui quei crimini sono determinati e che ne stanno storicamente alla base.

Nelle sue conclusioni, il Rapporto delle Nazioni Unite – come in precedenza la Corte Internazionale di Giustizia – argomenta la plausibilità e appropriatezza della definizione di genocidio per quanto sta accadendo: «La portata dell’assalto israeliano a Gaza e le condizioni di vita distruttive che ha inflitto rivelano l’intento di distruggere fisicamente i palestinesi come gruppo. Questo rapporto rileva che ci sono ragionevoli motivi per ritenere che sia stata raggiunta la soglia che indica la commissione dei seguenti atti di genocidio contro i palestinesi a Gaza: uccisione di membri del gruppo; causare gravi danni fisici o mentali ai membri dei gruppi; infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale. Gli atti di genocidio sono stati approvati e resi effettivi a seguito di dichiarazioni di intenti genocidari rilasciate da alti funzionari militari e governativi».

 

Le testimonianze dal genocidio e la cappa della censura

Oltre a quel Rapporto, naturalmente oscurato dai media, c’è un altro fondamentale testo che occorre conoscere e che ha scelto di utilizzare la parola proibita in Occidente. È il libro, appena uscito in Italia, del palestinese Atef Abu Saif che racconta, giorno dopo giorno, come si traduca concretamente il calvario di vivere impotenti e abbandonati dal mondo sotto le bombe e i rastrellamenti israeliani nella Striscia. Un Diario commovente e drammatico, unico nel panorama editoriale, che si dipana in tempo reale, quotidianamente, a cominciare da quel 7 ottobre in cui si è registrato l’attacco di Hamas. Data in cui Atef, ministro della Cultura dell’Autorità Palestinese, si trovava a Gaza per lavoro e per visitare i suoi famigliari lì residenti, alcuni dei quali sono poi rimasti mutilati e uccisi dalle bombe o sono morti di stenti, compreso suo padre. Come ha amaramente ribadito Atef in un’intervista: «I miei amici sono morti tutti. Tutti quelli con cui discutevo di letteratura, di filosofia, di politica. Tutti. Non ho più nessuno. A mia nipote hanno amputato gambe e mani, senza anestesia. L’unica medicina che implorava era del veleno per topi» (“Il Venerdì di Repubblica”, 3 maggio 2024).

Tra i parenti uccisi o mutilati di Atef c’è anche la madre della moglie Hanna, morta di stenti e per assenza di cure, cui lo scrittore dedica una postilla alla fine del libro. La suocera era nata settantasei anni prima nel nord di Gaza City in una tenda; è morta il 29 febbraio in una tenda nella Rafah assediata e bombardata dall’esercito israeliano, dopo essere stata sfollata, come la gran parte degli abitanti. Quello stesso giorno i palestinesi uccisi avevano ormai superato i trentamila e i soldati avevano sparato sulla folla affamata durante la distribuzione di aiuti umanitari provocando la morte di 118 persone. Scrive Atef, con profonda amarezza, che sua suocera è da considerarsi fortunata, perché ha potuto essere sepolta in una vera tomba: «Questo è quello che significa “essere fortunati” a Gaza».

Quello di Atef Abu Saif è un racconto reso unico anche dalla forza della verità e dalla capacità di descrivere con efficacia ogni dettaglio, gli avvenimenti e i sentimenti che l’autore, i suoi amici e parenti e l’intera popolazione palestinese si sono trovati e si trovano a vivere. Non solo dal 7 ottobre 2023 ma da decenni. Ricostruendo, cioè, il contesto e gli antefatti del sanguinoso assalto di Hamas, regolarmente espunti, rimossi o mistificati dal mainstream occidentale. «Il primo giorno di guerra un mio amico mi ha mandato un messaggio: “Cosa sta succedendo a Gaza?”. Ho risposto: “La domanda giusta non è cosa sta succedendo, ma cosa è successo in tutto questo tempo, da più di 75 anni”».

Il mondo ha chiuso troppo spesso gli occhi in questi tre quarti di secolo. Una cecità che diventa corresponsabilità.

Atef è affermato scrittore, già autore di numerosi libri, pubblicati in diversi paesi.

Quest’ultimo testo – il più terribile, se fosse possibile e sensato attribuire una classifica all’orrore e all’ingiustizia – ha un valore reso ancora più forte dalla tragica attualità e dunque dalla possibilità di poter contribuire a incrinare il muro dell’indifferenza, consentendo a chiunque lo voglia di aprire gli occhi, la mente e il cuore sulla quotidiana strage di vite e diritti, di ragionare sui suoi responsabili e anche sulle sue radici. Un libro consigliato anche a chi non riuscisse a trovare nelle sole tremende cifre sufficiente empatia e interesse per il destino martoriato degli abitanti di Gaza e per la persecuzione decennale contro il popolo palestinese: come ha scritto Khaled Hosseini, medico afghano autore del celebre Il cacciatore di aquiloni: «Sono uno scrittore e credo più nella forza delle parole che in quella dei numeri».

Il libro di Atef, pubblicato nello scorso marzo nel Regno Unito dal suo editore storico, Comma Press, con il titolo Don’t Look Left: A Diary of Genocide, è in corso di traduzione e stampa in numerosi paesi presso altrettanto editori: Beacon Books (Stati Uniti), Blackie Books (Spagna e Catalogna), Angústúra (Islanda), Noura Books (Indonesia), Chiheisha Publishing (Giappone), Elefante (Portogallo), SecondThesis (Corea), Paesi Baschi (Berria), Pinar Publications (Turchia). Una rete e un progetto editoriale cui partecipiamo come Società INformazione/Diritti Globali. I diritti di pubblicazione per l’Italia sono infatti stati concessi alla nostra associazione non profit, che ha tradotto e curato il volume. Abbiamo poi deciso di coinvolgere Fuoriscena, del Gruppo editoriale RCS, nell’intento e speranza di assicurare a questo testo la miglior diffusione possibile, come merita e necessita.

Come i numeri dello sterminio lasciano i più indifferenti, così la verità fa paura. In Italia probabilmente più che altrove, grazie a media e un’industria culturale sicuramente meno liberi che altrove. Una ragione in più per conoscere e leggere il Diario di un genocidio di Atef Abu Saif, a dispetto di ogni censura.

 

* Sergio Segio, direttore di Società INformazione/Diritti Globali
Articolo pubblicato su Comune-info

 



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