La mossa di Cgil, Cisl e Uil Contro-proposta sull’articolo 18 con l’appoggio a sorpresa del Pd

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Una mossa per sparigliare, per far emergere la reale volontà  del governo Monti all’accordo, ma anche una resa dei conti al proprio interno. Una mossa per sopravvivere. E a favore di questa operazione ha lavorato, non solo ieri, il Partito democratico. Perché Pier Luigi Bersani sa benissimo che senza una soluzione condivisa dai sindacati su un tema socialmente esplosivo come quello dei licenziamenti il suo partito rischia un ulteriore scollamento con la base elettorale. E a maggio ci sono le amministrative. 
Oggi ci sarà  un vertice tra i tre leader confederali, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Non era in calendario. È stato convocato ieri sera al termine di una giornata convulsa, intensissima di contatti telefonici. Regista: Raffaele Bonanni. Mentre Susanna Camusso è rimasta molto sull’Aventino, dopo aver portato la Cgil, per la prima volta, a considerare l’ipotesi di un intervento sull’articolo 18. Si è progressivamente convinta infatti che il governo non voglia l’accordo perché consideri molto più spendibile in termini di credibilità  internazionale la sconfitta dei sindacati. Tanto che al “tavolo di Milano” di sabato scorso, il segretario della Cgil ha alzato tatticamente il prezzo fino al punto di chiedere l’estensione del nuovo articolo 18 anche ai lavoratori delle piccole imprese che oggi non ce l’hanno. Emma Marcegaglia, il ministro Elsa Fornero e lo stesso Bonanni sono rimasti basiti. Il leader di Via Po, invece, è convinto che stare fuori dalla riforma del mercato del lavoro significhi «distruggere il sindacato italiano». Vorrebbe dire che dopo aver subìto, senza colpo ferire, la riscrittura del sistema pensionistico, si accetterebbe passivamente anche quella sul lavoro «la nostra prerogativa più intima», sostiene. Ed è stato lui a parlare nei giorni scorsi ripetutamente con Bersani, impegnato a Parigi con i progressisti europei; è sempre stato lui a contattare ieri il responsabile economico del Pd Stefano Fassina. Per rincollare tutti i cocci. 
Si è costruito così un inedito asse Cisl-Pd per riportare dentro il gioco pure la Cgil. Sospettosa nei confronti del Pd. A Corso d’Italia si pensa che Bersani, come gli altri due leader di partito, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini, sia andato oltre le proprie competenze politiche quando al vertice della scorsa settimana con il premier Monti ha concordato la soluzione pure sul mercato del lavoro. «Un pasticcio», dicono sottovoce gli uomini più vicini al segretario della Cgil. Al di là  dei toni cortesi, una telefonata di Bersani alla Camusso non sembra affatto aver schiarito il quadro. E che questo sia il motivo del raffreddamento tra Cgil e Pd lo conferma lo stesso Bersani nei ragionamenti che ha fatto in questi giorni con diversi interlocutori: «E’ stato un errore dire che al vertice era stato fatto l’accordo sul lavoro. L’accordo si fa al tavolo negoziale». 
L’errore, il leader democrat, lo imputa – va detto – al governo. Ma Bersani dice pure – abbracciando davvero l’ultima mossa di Cgil, Cisl e Uil – che «il governo si trova davanti a una alternativa: o accettare il “modello tedesco” oppure quello della deregulation americana. E l’impressione è che dentro l’esecutivo ci sia ancora qualcuno che sia tentato dallo strappo finale». Il “modello tedesco”, dunque. Dovrebbe essere questo il perno della proposta di Cgil, Cisl e Uil. Ma non è detto che la Camusso abbia tutti gli spazi di manovra giacché la sinistra cigiellina con la Fiom di Maurizio Landini in testa l’accusa di non avere alcun mandato a trattare la modifica dell’articolo 18. Sentiero strettissimo, sempre di più dopo la rottura alla Fiera di Milano. La maggioranza della Cgil aveva definito finora a una soluzione che solo parzialmente aderisce al “modello tedesco”. Una svolta comunque per la Cgil, prevedendo che di fronte a un licenziamento individuale per motivi economici o organizzativi senza giusta causa fosse il giudice a decidere tra il reintegro nel posto di lavoro o il pagamento di un indennizzo monetario al lavoratore. Ma questo è solo un aspetto perché il “modello tedesco” stabilisce che allo stesso criterio siano sottoposti i licenziamenti disciplinari. Oggetto sul quale si è consumata la rottura tra il governo e i due sindacati, la Cgil e la Uil di Luigi Angeletti, perché la Fornero ha limitato il ricorso al giudice solo per questi, stabilendo invece l’indennizzo per i licenziamenti economici. Bonanni pensa a una mediazione: inserire tra le norme che il giudice deve considerare prima di emettere la sentenza anche quelle contrattuali che sono frutto degli accordi firmati dai sindacati. E’ una strada in salita ma percorribile. Cgil, Cisl e Uil hanno 24 ore di tempo per rialzarsi dal tappeto. Ma se dovessero trovare un accordo «sarebbe allora il governo – dice il laburista Fassina – a doversi assumere la responsabilità  di dirigersi verso Madrid anziché verso Berlino».


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