Un segnale di pericolo

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Sovente in questi piccoli e grandi disastri marini o portuali c’è qualche mistero e molto da scoprire. È noto che i marinai sono spesso reticenti sul carico, l’armatore, la destinazione finale. Tutto risulta indicato da una serie di numeri. A un competente i nove numeri 357163000 di un elenco marittimo tenuto dal Mmsi dovrebbero consentire di sapere tutto. Noi sappiamo che 3 indica America del nord e Caraibi. 
L’area interessata dal guaio è quella sulla quale agisce l’Ilva per il traffico delle merci che entrano ed escono dalla fabbrica. East Castle aveva un carico o svolgeva un compito attinente alla multinazionale siderurgica? In caso l’Ilva non abbia risposte, per chi agiva il cargo, cosa trasportava e dove e perché era lì? Le autorità  portuali, come pure quelle preposte all’ambiente avranno il loro da fare per saper con precisione gli elementi decisamente interessanti dal carico, dell’origine e della destinazione. 
La popolazione di Taranto è diventata molto gelosa del suo mare e del territorio; del litorale, del golfo e del porto. Si direbbe che l’ambiente, in tutti i sensi, sia cambiato. Non sono più i tempi in cui ciascuno poteva venire a gettare da quelle parti qualsiasi cosa gli sembrasse inutile conservare o costoso portare altrove, pagando un piccolo prezzo a qualcun altro opportunamente travestito da intermediario o garante. 
Il piccolo incidente che dovrebbe essere circoscritto senza lasciare tracce permanenti ha però il valore di un segnale di pericolo. L’idea stessa che qualcuno voglia scavare il fondo del mare per cercare petrolio e che altri abbia deciso di permetterlo appare insopportabile. I guasti possibili, anzi probabili sono noti a tutti. Greenpeace ricorda «che le attività  di ricerca, prospezione e estrazione degli idrocarburi nel Golfo di Taranto, erano vietate dal Decreto Legislativo 128 del 2010». A qualcuno sembrerà  una barzelletta, ma con il «decreto legislativo 121 del 2011 il governo è riuscito a garantirne lo sfruttamento a compagnie petrolifere quali la Northern Petroleum Uk, la Shell e l’Eni, che avevano presentato richieste di ricerca in quest’area». Quello stesso governo che ha sempre meno fondi per garantire il ripristino dell’ambiente dopo i disastri. 
Naturalmente in difesa del petrolio futuribile si ergeranno i difensori della crescita, assicurando, come sempre fanno loro, che da noi gli incidenti, gli incendi, le fughe di gas e di petrolio, i versamenti, i disastri ambientali come le frane o le esondazioni sono impossibili, le tecniche essendo sicure, le distanze approvate, le navi gli impianti e le piattaforme certamente impermeabili, con l’assoluta garanzia di controlli accurati, tecniche modernissime e severissime leggi. Sono dunque gli ambientalisti, quei figuri senza ritegno e senza onore, a menargramo.


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    Da Ippocrate in poi, la crisi annuncia la rovina, o la convalescenza. Risuona un’unica invocazione: La Crescita! Però non occorre essere adepti della Decrescita per sentire che “la crescita” può voler dire cose diverse, e se ne volesse dire una sola, riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati, sarebbe impossibile e cieca. Eppure la crisi è la migliore, forse la sola, occasione per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere.

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