La critica dell’extralarge condanna l’uomo moderno

Nella società  della leggerezza il peso è un handicap. E l’obesità  una colpa. È un vero stigma quello che oggi marchia gli over-size, additandoli alla pubblica condanna. Le accuse? Voracità  bulimica, mancanza di autocontrollo, improduttività  lavorativa, analfabetismo alimentare, sublimazione libidica. I drop out della taglia estrema devono fare i conti con una diffusa presunzione di colpevolezza che ne fa i nuovi paria del villaggio globale. Umiliati e obesi. E pure puniti. Tant’è vero che guadagnano in media il 18 per cento in meno dei normopeso. Lo rivela, cifre alla mano, una recentissima ricerca svedese. Non c’è bisogno di scomodare le veneri di Tiziano e Rubens per rendersi conto di come maniglie dell’amore e cuscinetti adiposi servissero ad aumentare l’appeal femminile. Mentre gote rubizze, ventri prominenti e maestosi doppi menti erano il contrassegno del potere e del prestigio maschili. Peso sociale tradotto in massa corporea. Fustacci e maggiorate, uomini di panza e matrone come la Saraghina di Fellini erano i simboli estetici ed erotici di un’umanità  che sognava l’abbondanza. Del resto è ancora così in tutte quelle parti del mondo dove l’emergenza alimentare non è ancora finita. È il caso dei lavoratori indiani che emigrano dalle regioni più povere del subcontinente e fanno fortuna a Dubai. Nuovi ricchi che hanno l’obesità  come mission. Perché i clienti misurano il loro successo e la loro solvibilità  sulla stazza più che sui report delle agenzie di rating. Per la stessa ragione i capi polinesiani e i re africani dovevano avere fisici debordanti che facessero da contrappeso simbolico ai loro privilegi. Non a caso venivano chiamati big men. E gli abitanti delle isole Salomone dicevano che un vero leader deve colare lardo. 
Ma perfino dove grasso è bello esiste una soglia che non si deve superare. Si può dire infatti che la condanna dell’eccessiva pinguedine sia antica quanto l’uomo. A fare la differenza però sono i pesi e le misure che in tempi e luoghi diversi fissano la soglia della normalità . È vero insomma che tutte le società  disapprovano la dismisura. Ma è altrettanto vero che la dismisura non ha una taglia fissa. Anche dove la grassezza è segno di importanza e di forza, superato quel limite cambia di segno. E diventa sintomo di intemperanza, di gola, di avidità . Un vizio capitale che porta dritto dritto all’inferno. Come nell’Europa medievale. È proprio allora che nasce lo stereotipo dell’ebreo obeso, figlio primogenito del ricco Epulone evangelico. Un pregiudizio che viene rispolverato dall’antisemitismo otto-novecentesco, soprattutto dal nazismo, che lo trasforma nella metafora politica del giudeo parassita, che ingrassa a spese della società . Le tragiche conseguenze di questa ideologia devono mettere in guardia da facili semplificazioni o da giudizi sommari. Perché spesso dal salutismo al razzismo il passo è breve. Ora come allora.
Anche se anticamente ad essere condannata non è tanto la stazza in se stessa quanto gli appetiti smodati di cui essa è prova evidente. Ragioni etiche più che estetiche. Ideologiche più che fisiologiche. Ad essere davvero in questione, infatti, non è il corpo ma l’anima, non è la salute ma la salvezza. È la nostra modernità  a cambiare le carte in tavola facendo del sovrappeso un problema individuale, la spia di un disagio interiore. È così che l’obesità  smette di essere un peccato per diventare una malattia. Definita da parametri scientifici sempre più esatti. Oggi ci sembra scontato sapere quanti chili siamo, ma fino ai primi del Novecento quasi nessuno montava sulla bilancia. Insomma in poco più di un secolo l’obesità  è passata dal mondo del pressappoco all’universo della precisione. Fino a inventare un parametro come l’Imc, ovvero l’indice di massa corporea. Che prende le misure alla nostra vita, oltre che al girovita. E ci restituisce l’immagine inquietante di un pianeta sempre più smisurato. Stando alle previsioni dell’Ocse in Paesi come Usa e Regno Unito fra dieci anni quasi il 70 per cento dei cittadini sarà  in sovrappeso e l’obesità  raggiungerà  livelli da capogiro. E così le carni tremule degli over size diventano l’ologramma di un mondo schizofrenicamente diviso tra chi non ha abbastanza e chi ha troppo. Tra quelli che hanno un bisogno disperato di mangiare e quelli che hanno un bisogno disperato di non mangiare.
E se nelle pagelle scolastiche statunitensi il peso corporeo determina il voto di condotta, il costo delle polizze assicurative oscilla con l’ago della bilancia. Insomma se il corpo è l’indicatore del rapporto tra individuo e società , peso e misura ne sono l’algoritmo. Sempre variabile nel tempo. Fino agli Anni Sessanta, infatti, con la fame della guerra ancora impressa nella mente, il grasso era una manna dal cielo. Essere pasciuti, ancor meglio se panciuti, era il segno tangibile dell’opulenza. E dunque del benessere e della bellezza.


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Azionariato critico: vescovo cileno dice no alle dighe dell’Enel in Patagonia

La Patagonia com’è adesso – Foto: Patagonia sin represas

“L’Enel restituisca i diritti di sfruttamento dell’acqua acquisiti da Endesa durante la dittatura di Pinochet che ha privatizzato i fiumi. Quello che Enel vuole fare è legale ma eticamente è una situazione insostenibile”. Lo ha detto mons. Luis Infanti De La Mora, vescovo dell’Aysén (Cile), durante il suo intervento all’assemblea degli azionisti di Enel. Il vescovo è intervenuto all’assemblea in quanto delegato dai Missionari Oblati di Maria Immacolata, su iniziativa della Fondazione Culturale di Banca Etica che prosegue nel suo impegno di azionariato critico.

“Abbiamo voluto coinvolgere la rete internazionale degli investitori religiosi” – ha spiegato Ugo Biggeri, presidente della FondazioneCulturale Responsabilità  Etica. “Gli Oblati fanno parte dell’Interfaith Center for Corporate Responsibility (ICCR) – una coalizione di 275 ordini religiosi, con sede a New York, che ogni anno presenta oltre duecento mozioni di carattere sociale e ambientale alle assemblee delle maggiori società  statunitensi”.

Enel ha ereditato il progetto delle grandi dighe della Patagonia dalla società  elettrica spagnola Endesa, acquisita nel 2009 e fa parte di un consorzio per la costruzione di cinque grandi dighe sui fiumi Baker e Pascua. “E’ un progetto che avrebbe impatti devastanti su un ambiente incontaminato e che pone anche seri rischi alla tenuta delle dighe, perché l’Aysén è una regione sismica”- ha affermato mons. Luis Infanti. Ma il problema non sono solo le dighe. “Il Consejo de Defensa de la Patagonia – CDP (Consiglio per la difesa della Patagonia), rappresentato da me in assemblea chiede anche che Enel restituisca i diritti di sfruttamento dell’acquaal popolo cileno”.

Luis Infanti, nato a Udine ma da 35 anni in Cile, ha appena scritto una lunga lettera pastorale sotto forma di saggio teologico-scientifico intitolato “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”. In cambio delle dighe – definite “pesanti e obsolete” – gli atttivisti cileni insistono sul risparmio energetico e sul solare, sull’eolico e, soprattutto, sulla geotermia. Il vescovo Infanti è stato accompagnato in assemblea da Juan Pablo Orrego, coordinatore della campagna “Patagonia sin represas” (Patagonia senza dighe). In solidarietà  con i cileni la Fondazione Culturale Responsabilità  Etica si è astenuta dalla votazione del bilancio di Enel.

Cancun: volare basso ma continuare a volare

   Foto: Ecodibergamo

Vola basso il vertice dell’Onu a Cancun sui cambiamenti climatici. A un anno di distanza dal fallimentare incontro di Copenhagen, conclusosi con un nulla di fatto, lUnfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change, il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite che si occupa di clima) cambia strategia. Niente più grandi discorsi sulla responsabilità  nei confronti delle generazioni future. Nessun sogno di un’umanità  in grado di vincere unita la sfida dei cambiamenti climatici. Nessuna illusione su una nuova politica internazionale in grado di affondare le sue radici sulla questione ambientale. Il campo di gioco ora è la realpolitik. Bisogna portare a casa un risultato, ad ogni costo: dopo anni di fallimenti è troppo alto il rischio di disilludere la politica internazionale sulla possibilità  di raggiungere un accordo.

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