Paul 70

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ROMA – «È la Regina del rock’n’roll, Sembrerà  anche strano, ma questa è una delle cose per cui il suo regno sarà  ricordato. Uno dice Elizabetta I e pensa a Raleigh; Elisabetta II e pensa ai Beatles», ha detto Sir Paul McCartney subito dopo la sua performance al Giubileo di diamante della sovrana inglese. Ora tocca a lui essere festeggiato, oggi compie settant’anni. Per l’occasione Paul Weller, che ha sempre avuto una venerazione per i Beatles, ha inciso una cover di Birthday. «Volevo fare un omaggio a Paul», spiega l’ex leader dei Jam, «che è stato ed è una grande ispirazione per me. Furono lui e i suoi tre amici a farmi venir voglia di prendere la chitarra in mano. L’ho rivisto dal vivo di recente, brillante come sempre. Rock on, Macca!».
L’ex Beatles minimizza la portata dell’evento e alludendo alla celebre When I’m sixty four dice: «Sarà  una festicciola privata, il mio numero magico è passato, era il 64». Festicciola che probabilmente sarà  in Italia, visto che Paul e la terza moglie Nancy Shevell sono stati avvistati in un resort sulle colline di Montalcino, in Toscana. Ma se bisogna ridefinire i ruoli, come lui ha fatto con Elisabetta II, andrebbe anche incoronato un nuovo re del rock’n’roll, dopo Elvis; a questo punto lo scettro passerebbe a Paul McCartney, il grande superstite dei Beatles – ora che John Lennon e George Harrison non ci sono più e Ringo Starr mantiene per hobby un piede nella musica – la band più autorevole e influente della storia del rock (gli eredi di Presley non se l’abbiano a male). Sono passati oltre quarant’anni dalla fine del gruppomito, e McCartney l’ha finalmente dichiarato fuori dai denti: «Il nostro scioglimento fu un disastro». Ma all’epoca i Fab Four non avevano né tempo né voglia di valutare le conseguenze del loro gesto. In meno di un decennio avevano sconvolto le sorti del rock’n’roll ed erano già  leggenda. L’amico-nemico John Lennon avrebbe ricordato in un raro momento di tenerezza: «Incontrai per la prima volta Paul ad una fiera di Woolton, a Liverpool: avevamo un amico in comune e dopo un concerto dei Quarry Men venne a salutarci dietro le quinte. Iniziò tutto così, e per molto tempo abbiamo scritto pezzi uguali a quelli di Buddy Holly, proprio gli stessi con meno accordi, ne scrivemmo almeno un centinaio. Eravamo grandi imitatori, io e Paul. Nell’ultimo periodo dei Beatles, mi chiamò un pomeriggio e disse che stava per pubblicare un album come solista e aveva deciso di lasciare il gruppo. Mi parve strano, per una volta era Paul a dirlo e non io».
Si consideravano dei bravi imitatori quando erano già  dei geni. Sarebbero stati altrettanto grandi se avessero continuato ad imitare se stessi fino al nuovo millennio? «Non fu solo Paul a lasciare i Beatles: ognuno di noi lo fece per un
motivo diverso, Ringo perché voleva fare cinema, John perché faceva i bed-in con Yoko e io per una discussione con Paul su una questione musicale», ricordava George Harrison. Ma Ringo puntualizza che se c’era uno che non sarebbe mai tornato sui suoi passi, era proprio Paul: «Quando arrivò la fine del gruppo, all’epoca in cui stava per uscire Let it be, Paul aveva pronto il suo primo disco come solista e si arrabbiò quando gli chiesi di posticiparlo. Alzò la voce, era fuori di sé. Teneva minacciosamente il dito puntato verso la mia faccia: “Rimettiti il cappotto e vattene da casa mia”, disse».
Ora Sir Paul ha mezzo secolo di canzoni alle spalle, la militanza nel gruppo numero uno della storia del pop, la coproprietà  del repertorio più prestigioso e redditizio dell’ultimo secolo di musica, un patrimonio di mille milioni di euro; molti al posto suo si sarebbero blindati da decenni in una prigione dorata a godersi i diritti d’autore: quelli di Yesterday per mantenere lo yacht, quelli di Michelle per la villa al mare, quelli di Let it be per sostenere le ambizioni della figlia stilista (Stella Mc-Cartney), quelli di Eleanor Rigby per gli alimenti alla seconda moglie Heather Mills, quelli di I want to hold your hand per l’ultima nata e gli altri tre figli, e così via.
«Avrei bisogno di tre anni per raccontare quello che accadde dal ‘57 al ‘67», ci ha detto Paul, ricordando i Beatles. «Tutto cambiò di colpo, diventammo molto famosi in quei dieci anni, prima molto conosciuti, poi straordinariamente popolari, infine universalmente noti. Non solo le nostre vite, ma anche le nostre menti cominciarono a espandersi in territori sconosciuti».
Dopo la pubblicazione dell’ultimo album, “Kisses on the bottom”, aveva ancora voglia di rivangare l’incontro che avrebbe cambiato la sua vita e le sorti del pop: «Era il 6 luglio del 1957, la scuola era finita. Il mio amico Ivan insistette per portarmi a una fiera della parrocchia. Ascoltai John cantare, Ivan me lo presentò. Fu una giornata particolare. E il destino volle che diventasse memorabile. Il destino? O cos’altro? Ricordo il momento in cui scivolai dietro il palco e feci ascoltare a John Lennon quella canzone,
Twenty flight rock, che Eddie Cochran aveva pubblicato proprio quell’anno. Mi accompagnai con la chitarra, cercando di fare buona impressione. A quanto pare funzionò, due settimane più tardi mi chiese se volevo far parte dei Quarry Men. Ero eccitatissimo. Non sa quante volte, in cinquant’anni, ho pensato: se non ci fosse stato Ivan Vaughan non sarei andato a quella festa e non avrei mai incontrato John, e se non avessi incontrato John non ci sarebbero stati i Beatles, e così via. La nostra vita è tutta frutto di coincidenze e piccoli incidenti di percorso». Invece di rinchiudersi in un dorato isolamento, Sir Paul continua ad investire in musica. Non più canzoni, non riuscirebbe a superare se stesso; non un’altra band, le imitazioni dei Beatles sarebbero patetiche. È un compositore da Guinness dei primati: 60 dischi d’oro; 100 milioni di album e 100 milioni di singoli venduti da solista; una canzone –
Yesterday, ripresa da 2200 artisti, un record ineguagliato. Si consola con qualche ambiziosa sortita nella musica contemporanea; gli esperimenti di elettronica che ha iniziato nel 1977; e qualche sporadico bagno di folla – “On The Run” Tour, trenta date intorno al mondo tra il 2001 e il 2012 dopo l’uscita di un album di cover. E a luglio lo attende l’esibizione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi londinesi. Ai sovrani non è concesso di andare in pensione.


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