La marcia contro il tempo dei guerrieri del carbone

Una specie in via di estinzione. Una specie sempre cara al cuore degli spagnoli, simbolo di una lotta operaia di antico stampo. E soprattutto vincente. Un tempo. Ora non più. Non sono bastati i minatori, ieri, a riscattare il senso di ingiustizia in cui si dibatte la Spagna, mortificata, nel pieno della seconda recessione economica più grave della sua storia. La loro marcia di 400 chilometri, dalle miniere alla capitale, è stata applaudita come l’avanzata dei liberatori.
Sono arrivati a Madrid per difendere le loro buste paga da poco più di 1.200 euro al mese, i diritti allo studio conquistati per i loro figli, con una vita sottoterra, e la possibilità  di una riconversione ad altri mestieri, con il sostegno economico dello Stato. Hanno trovato solidarietà  fra i madrileni, fra i vigili del fuoco, gli studenti e gli insegnanti, il personale sanitario, e perfino qualche agente municipale, scandalizzato dalle cariche della polizia. Ma nessuna speranza, ad attenderli. Gli uomini con le lanterne sulla fronte sono lucciole destinate a sparire: ne sopravvivono, letteralmente, 8 o 9 mila in tutto, un terzo di quelli che appena vent’anni fa lavoravano nelle sole miniere delle Asturie. 
Nel suo blog, il sociologo spagnolo Jorge Moruno li definisce «gli ultimi dei mohicani», i superstiti di un’epoca definitivamente superata dal progresso energetico, dalle fonti alternative, dalla produzione in serie, dalla massificazione di trasporti e consumi. Da un mondo che, apparentemente, può fare a meno del carbone. 
Dal 23 maggio scorso i guerrieri del carbone sono in sciopero generale contro il lento, ma progressivo prosciugamento dei fondi destinati all’industria mineraria: quasi 200 milioni di euro quest’anno, rispetto al 2011, un taglio che sfiora il 64% e azzera quasi completamente le garanzie offerte dal Piano per il Carbone firmato nel 2006 dal premier socialista di allora, José Luis Rodriguez Zapatero, sull’onda di un’altra serie di scioperi proclamati alla fine del 2005. Anche il bilancio precedente, fissato dal governo di José Maria Aznar (Partito Popolare), per i sette anni tra il 1998 e il 2005, era costato qualche azione di forza dei minatori, che avevano incrociato le braccia e paralizzato le estrazione per quasi un mese.
Un’agitazione così massiccia, però, non si ricordava da 21 anni, da quando — alla fine del 1991 — si annunciò la chiusura della storica miniera di carbone di Pozo Barredo, a Mieres, nelle Asturie, in attività  da oltre un secolo. Un gruppo di 36 sindacalisti si rinchiuse per dieci giorni, durante le feste natalizie, nei sotterranei della miniera per protestare contro il piano di riconversione industriale che, inevitabilmente, mise fine al lavoro nel giacimento tre anni più tardi. Il braccio di ferro tra i minatori e le autorità  aveva portato solamente a una dilazione, ma i sindacalisti tornarono in superficie accolti come eroi.
Così come i sette minatori che il 23 maggio si sono barricati nella miniera di Santa Cruz del Sil (Leà³n), affermando che la data della fine della loro reclusione volontaria sarebbe stata fissata dal ministro dell’Industria. Dopo oltre un mese, si sono fatti convincere dai compagni a tornare in superficie per partecipare alla marcia dei «duecento» su Madrid. 
Una rappresentanza quasi soltanto simbolica, se si considera che nel 1991 gli occupati del settore erano più di 45 mila. E che l’estrazione di carbone si è ridotta, nello stesso periodo, da 20 milioni di tonnellate a 8 milioni e mezzo. Ma la data di scadenza l’ha già  iscritta l’Unione Europea: il 2018. Entro quell’anno i rubinetti dei finanziamenti statali dovranno essere imperativamente chiusi.


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