Occupy Silicon Valley

A San Francisco e nella Silicon Valley cresce la rabbia degli esclusi. Quelli che non appartengono alla facoltosa piccola cerchia di lavoratori delle aziende hi-tech

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 17/3/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Movimenti • 3910 Viste

DIETRO LE ENORMI RICCHEZZE, DISPERAZIONE E FRUSTRAZIONE DEI CETI MEDIO-BASSI. È IN CORSO UNA PROTESTA SENZA PRECEDENTI
La gente scende in piazza contro gli enormi bus che trasportano nelle grandi aziende hi-tech migliaia di ragazzini prodigio

SAN FRANCISCO. «Un mattino all’improvviso siamo stati assaliti dai manifestanti, hanno rotto un vetro del
torpedone», racconta Craig Frost che lavora da Google. E conserva il volantino che i manifestanti hanno distribuito ai passeggeri. Ecco il testo: «Vi meravigliate di questa protesta? Eccone le ragioni. Le persone che stanno fuori dal vostro Google-bus sono quelle che vi servono il caffè al mattino, vi custodiscono i figli mentre siete al lavoro, si prostituiscono per fare sesso con voi a pagamento, vi preparano da mangiare al ristorante, e vengono espulse dai quartieri di questa città. Mentre voi vivete come maiali d’allevamento ben pasciuti, con i buffet aziendali gratuiti 24 ore su 24, il resto della città sta raschiando il fondo per sopravvivere. Ma noi non esistiamo neppure, nel mondo costoso e artificiale che voi avete creato».
Uno degli organizzatori delle proteste è Tony Robles, attivista di Senior and Disability Action, una ong che assiste anziani e disabili. «Siamo andati alle fermate dei torpedoni — dice Robles — per far capire a quella gente che i loro business hanno conseguenze sociali, e devono farsene carico ». Nel quarto di secolo di storia di Internet, un’era tecnologica che ha avuto nella Silicon Valley il suo epicentro e la sua cabina di regìa, non era mai nata una protesta sociale “mirata” in modo così preciso contro questo mondo.
Le ragioni di questa protesta le riconosce lo stesso sindaco di San Francisco, il cinese-americano Edwin Lee, che molti manifestanti accusano di essere legato a doppio filo alle grandi imprese della Silicon Valley. «Non lo nego affatto — dice Lee — in questa città esiste la povertà. C’è una parte della popolazione che sta lottando per sopravvivere». Eppure per molti, incluso Barack Obama che lo invitò in tribuna d’onore al discorso sullo Stato dell’Unione, il sindaco Lee è il simbolo di un’America che ha sconfitto la crisi, che è tornata a crescere, che tutti vorrebbero imitare. Il tasso di disoccupazione
a San Francisco è al 4,8% contro la media nazionale del 6,6%. Mentre nel resto degli Stati Uniti esplode lo scandalo degli stagisti non remunerati (una forma di sfruttamento illegale ma diffusa), qui a San Francisco uno stagista di Twitter guadagna 6.791 dollari al mese, più di 80.000 dollari all’anno, una cifra notevole se confrontata col reddito medio della famiglia americana: 53.000 dollari all’anno. Eppure la stessa sede di Twitter — l’unica che è nel centro di San Francisco — è stata presidiata da manifestanti con gli striscioni. Denunciano i generosi sgravi fiscali che il sindaco Lee ha
offerto a quest’azienda: dieci anni di esenzione dalla payroll tax (l’equivalente dei contributi previdenziali), pur di convincere Twitter a insediarsi in città.
L’ennesimo boom della Silicon Valley sta creando un esercito di giovani milionari, a una velocità esponenziale. Quando Google si quotò in Borsa furono “solo” mille i nuovi milionari creati da quel collocamento, per Facebook e Twitter la stima è salita a 1.600 milionari cadauna. Il salario “minimo” di un dipendente hi-tech nella Silicon Valley è centomila dollari annui secondo i dati del Bay Area Council, una sorta di Confindustria locale. Ma tutta
questa ricchezza provoca un fenomeno di “gentrification” senza precedenti: espulsione dei ceti meno abbienti. L’affitto di un modesto appartamento a due stanze è salito a 3.250 dollari, secondo la San Francisco Tenants Union. La bolla immobiliare è ancora più evidente nelle compravendite: l’80% delle abitazioni messe sul mercato vengono acquistate a prezzi superiori a quelli chiesti dai proprietari, in una folle spirale di aste competitive. Un professore di liceo statale guadagna 59.700 dollari all’anno: con questo costo della vita, gli è diventato impossibile rimanere a San Francisco. Un’altra attivista
che ha organizzato le proteste è Rebecca Gourevitch di Eviction Free: «Siamo di fronte a due San Francisco, due città sempre più distanti tra loro, con un divario economico che cresce a dismisura ».
Il movimento contro le “eviction” cioè gli sfratti, ormai coinvolge ampie fasce di ceto medio. Non è più un gap tra ricchi e po-
veri, ma tra i nuovi ricchi dell’economia digitale e la maggioranza degli altri, inclusi tutti quegli addetti ai servizi essenziali per gli stessi ventenni della Silicon Valley: che quando tornano a casa la sera si aspettano di trovare una San Francisco pulita e ordinata, con pattuglie di polizia, vigili del fuoco, nettezza urbana, licei e università che funzionano. Nessuno di questi servizi paga stipendi sufficienti, ormai, per una città in preda alla febbre delle stock option. «Il 23% degli abitanti — riconosce il sindaco Lee — vive sotto la soglia della povertà».
Alcuni protagonisti del nuovo boom digitale reagiscono alle proteste con una suprema arroganza. Un celebre venture capitalist come Tim Draper promuove un referendum per la secessione della Silicon Valley che la trasformi in uno Stato indipendente dalla California. Altri perfino più temerari immaginano di trasferire i quartieri generali delle aziende hi-tech su piattaforme marine, extra-territoriali. Il simbolo dell’insensibilità è Tom Perkins, uno dei più celebri finanziatori del venture capital, un genio dell’investimento che ha contribuito alla nascita di Google e di tante altre start-up di successo. Grande visionario nelle tecnologie, ma solo in quelle. «I manifestanti che bloccano i torpedoni privati diretti nella Silicon Valley mi ricordano la Gioventù nazista che agli ordini di Hitler assaltava le aziende degli ebrei durante la Notte dei cristalli». Questa frase Perkins la
dice davanti a una folta platea, parlando in uno dei centri culturali più frequentati a San Francisco, il Commonwealth Club. Secondo Perkins c’è un «accanimento contro l’un per cento». E il suo suggerimento a Google è spietato: «Ignorino le proteste». Ma l’azienda diretta da Eric Schmidt non segue i consigli del suo illustre finanziatore. Almeno sembra avere più sensibilità alle relazioni pubbliche, rispetto al capitalismo di Wall Street che domina sull’altra costa. Di fronte a Occupy Silicon Valley, la risposta è astuta. Google stacca un assegno da 7 milioni di dollari, intestato al Public Transit System, l’azienda
dei trasporti municipali: offre biglietti gratis sugli autobus pubblici a tutti i giovani sotto i 17 anni che appartengono a famiglie a basso reddito. La portavoce di Google, Meghan Casserly, si esibisce in un capolavoro di diplomazia: «I residenti di San Francisco hanno ragione ad essere frustrati. Pagheremo di più per l’uso delle fermate pubbliche. E nel frattempo tutti gli studenti a basso
reddito viaggeranno a nostre spese almeno per i prossimi due anni». Google aderisce anche all’iniziativa di Marc Benioff, fondatore di Salesforce: si chiama San Francisco Gives, ha raccolto già 10 milioni per iniziative contro la povertà. La filantropia come risposta alle disaguaglianze sociali: i giovani capitalisti della Silicon Valley sperano che basti.

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