L’Europa: i salari tedeschi non crescono abbastanza Il confronto con l’Italia

Ad abbassare e di molto la media dei salari in Germania ci sono i mini jobs, contratti da meno di 700 euro al mese diventati ormai un esercito con più di otto milioni di persone coinvolte

Corinna De Cesare, Corriere della Sera redazione • 21/8/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Studi, Rapporti & Statistiche • 1310 Viste

BRUXELLES — Prima Jens Weidmann, poi anche Bruxelles: «I salari in Germania non crescono abbastanza e il governo dovrebbe fare di più». In un’intervista al giornale tedesco Welt am Sonntag anche l’Europa, tramite la voce del commissario europeo all’occupazione Laszlo Andor, è tornata sulla questione degli stipendi tedeschi affrontata a fine luglio dal presidente della Bundesbank. Il ragionamento di fondo è: se i consumatori tedeschi cominciano ad avere un maggiore potere di acquisto, questo può tradursi in una crescente domanda interna e un maggiore sostegno all’economia. Anche per i paesi limitrofi come l’Italia, dove più di dieci città sono ormai in deflazione. Un rischio più volte scongiurato dal presidente della Bce Mario Draghi che stasera parteciperà a Jackson Hole all’annuale appuntamento con i banchieri centrali. Il tema del simposio organizzato dalla Fed sarà in linea con le richieste arrivate da più parti alla Germania, ossia: «ripensare le dinamiche del mercato del lavoro». Anche attraverso gli aumenti salariali.
Ma quanto è la retribuzione media a Berlino? Fatto 100 il salario annuo lordo di un senior manager italiano, il suo collega tedesco percepisce il 19% in più. Percentuale che, secondo uno studio di Gi Group, sale al 37% per coordinatori/specialisti e al 43% per i ruoli di staff. I dati Eurostat sono in linea: se nel nostro Paese lo stipendio medio percepito dai cittadini è di 2.286 euro lordi mensili, in Germania il livello sale a 2.882 euro (+26%). E nonostante questi numeri siano «viziati» dall’aggiornamento quadriennale dell’istituto europeo (l’ultimo è del 2010 e il prossimo sarà pubblicato a fine anno), restano ugualmente utili per un confronto di merito: in Italia un ingegnere con esperienza arriva a guadagnare 3.202 euro contro i 4.330 di un suo collega tedesco. La retribuzione mensile di un impiegato di Roma arriva a 2.205 euro mentre quella di un suo omonimo di Berlino è di 2.369 dove operai e addetti alle pulizie tedeschi guadagnano in media 1.725 euro (contro i 1.636 degli italiani).
La frenata dell’economia di Berlino ha aperto uno scenario che ad alcuni tecnici era chiaro già da tempo: per troppo tempo Angela Merkel ha investito la sua fiducia sulla domanda estera forte del suo surplus commerciale che nel 2013 ha raggiunto la cifra record di 198,9 miliardi. Ma al buon andamento dell’economia tedesca è seguita una notevole prudenza sul versante retributivo. La storia, nota, è questa: invece di comprare (importare), la Germania in tutti questi anni ha venduto (esportato) senza valorizzare la domanda interna. E tenendo a freno gli stipendi, nonostante la bassa disoccupazione e il buon andamento dell’economia. «Ma se si impone una politica di rigore ai paesi che sono mercati di sbocco della stessa Germania, è ovvio che prima o poi arriva l’effetto boomerang» fanno notare alcuni tecnici richiamando il recente calo del Pil tedesco. È in questo contesto che l’aumento retributivo chiesto da Weidmann trova sponde anche in Europa, sempre più minacciata dal fantasma deflazione e con l’euro che ieri ha chiuso ai minimi da 11 mesi sotto quota 1,33 dollari.
A Berlino però, spiegano alcuni esperti, va tenuto in considerazione che ad abbassare e di molto la media delle retribuzioni ci sono i mini jobs, contratti da meno di 700 euro al mese diventati ormai un esercito con più di otto milioni di persone coinvolte. E a cui è stato di recente imposto un limite con l’introduzione del salario minimo. Il punto però secondo l’Ue è un altro: «Da almeno 10 anni – ha puntualizzato il commissario Andor – gli aumenti salariali in Germania non sono cresciuti in parallelo con gli incrementi di produttività».
Corinna De Cesare

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