Christian Marazzi e la nemesi del capitale

Un’intervista con l’economista Christian Marazzi. «In un capitalismo che ha distrutto la forza politica della classe operaia, i movimenti sociali, a causa anche di una crisi ormai permanente, hanno caratteristiche spurie. Dobbiamo quindi immaginare una lotta di classe che si faccia carico della sofferenza alimentata dalla crescita delle diseguaglianze»

Gigi Roggero, il manifesto redazione • 19/9/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libri & culture, Movimenti • 965 Viste

Un secolo e mezzo fa Karl Marx scri­veva che non ci sono crisi per­ma­nenti, ma quella che oggi stiamo vivendo sem­bra esserlo. Arri­vati al suo ottavo anno, pro­viamo a farne una perio­diz­za­zione con Chri­stian Marazzi, teo­rico mili­tante a cui la defi­ni­zione di eco­no­mi­sta va stretta, che da tempo anti­cipa gli ele­menti prin­ci­pali della crisi attuale (si veda per esem­pio la sua rac­colta di scritti Il comu­ni­smo del capi­tale). Ora qual­cuno parla di una fase «post-austerity»: comin­ciamo con il capire se è dav­vero così e cosa que­sta fase signi­fica real­mente.
«All’orizzonte si adden­sano nuo­va­mente ele­menti di forte crisi, nella zona euro e su scala glo­bale — esor­di­sce Marazzi -. Ciò avviene dopo un periodo in cui le poli­ti­che mone­ta­rie delle grandi ban­che cen­trali ame­ri­cana, inglese e giap­po­nese, con forte inie­zione di liqui­dità, hanno cer­cato di atte­nuare gli ele­menti strut­tu­rali della crisi, giunta all’apice alla fine del 2011 in Europa. I mag­giori ana­li­sti sono molto scet­tici sul ten­ta­tivo del pre­si­dente della Banca cen­trale euro­pea Mario Dra­ghi di far fronte ai pro­blemi strut­tu­rali e alla defla­zione con una sorta di quan­ti­ta­tive easing in ver­sione euro­pea. Si può anche accesso al cre­dito con tassi di inte­resse pres­so­ché nulli, ma se le imprese non si rivol­gono alle ban­che è per­ché non pre­ve­dono un rilan­cio della domanda di beni e ser­vizi. Così non creano nep­pure occu­pa­zione. Ci sono poi le pre­messe per la ria­per­tura della discus­sione sui destini dell’euro, una moneta che regge la cre­scita ma non la crisi. Nell’Unione Euro­pea non c’è una forza poli­tica suf­fi­ciente per far fronte alla Ger­ma­nia e alla poli­tica di auste­rità che impone, anche per ragioni auto­re­fen­ziali. La sini­stra è ampia­mente ina­de­guata sulle grandi que­stioni, per esem­pio su come rispon­dere ai movi­menti di destra e di estrema destra che caval­cano gli effetti dell’austerità. Il qua­dro è for­te­mente aggra­vato dalle ten­sioni geo­po­li­ti­che: quello che sta suc­ce­dendo in Ucraina o in Medio Oriente ha effetti sull’economia tede­sca. La crisi della zona euro ha poi a che fare con ten­denze di fondo, già segna­lata: lo spo­sta­mento di inte­ressa della Ger­ma­nia verso Cina, Rus­sia e Brics, men­tre dimi­nui­sce il suo inter­scam­bio con l’Europa. Io con­ti­nuo a cre­dere che per la Ger­ma­nia l’Europa sia un far­dello di cui in futuro potrebbe cer­care di libe­rarsi. Allora, siamo a un punto di ini­zio che è peg­gio di un punto zero, per­ché nel frat­tempo gli effetti dell’austerità, in par­ti­co­lare la defla­zione, si fanno sen­tire molto pesantemente».

Il nodo dell’Europa resta irri­solto, men­tre pro­cede la sua fram­men­ta­zione. Dra­ghi sostiene che è ora che si ceda sovra­nità all’Europa per le riforme strut­tu­rali; ciò ali­menta la rea­zione «sovra­ni­sta», ma al con­tempo pone seri pro­blemi a un euro­pei­smo che non prenda atto di ciò che oggi l’Unione Euro­pea è: un mostro. Che fare, dunque?

Lo man­ter­rei irri­solto. Nem­meno la destra ha una forza suf­fi­ciente per fre­nare o rio­rien­tare que­sta crisi per­ma­nente. Per evi­tare di cadere nella trap­pola tra l’uscita dall’euro e un soste­gno all’euro così com’è, con alcuni eco­no­mi­sti e mili­tanti ave­vamo avan­zato la pro­vo­ca­zione di una moneta del comune: resta però una pro­spet­tiva tutta da costruire. È stata intesa più che altro nei ter­mini di monete sub­so­vrane e paral­lele, con spe­ri­men­ta­zioni magari inte­res­santi, ma siamo ben lon­tani da una costru­zione teorico-politica ade­guata. Da sal­va­guar­dare è tut­ta­via l’intento poli­tico, cioè porre un’istanza di redi­stri­bu­zione della ric­chezza con una valenza sovranazionale.

In que­sto sce­na­rio che peso ha il Ttip, l’accordo tra Europa e Stati Uniti?

Con que­sti accordi di libero scam­bio gli Stati Uniti vogliono accen­tuare l’egemonia sull’Europa. D’altronde il dol­laro, pur con un ruolo dimi­nuito come valuta di riserva, resta la moneta che decide dei flussi su scala mon­diale, soprat­tutto nella crisi. Il ten­ta­tivo di Washing­ton è di uscire dal quan­ti­ta­tive easing, e può darsi che l’acquisto di buoni del tesoro e di obbli­ga­zioni car­to­la­riz­zate venga effet­tuato con flussi di capi­tale dall’Europa. Ciò potrebbe favo­rire l’Europa sui tassi di cam­bio, con una sva­lu­ta­zione dell’euro dovuta anche alle poli­ti­che mone­ta­rie espan­sive della Bce. Ma, come acca­duto alla Spa­gna, si pos­sono avere tassi di povertà e disoc­cu­pa­zione molto ele­vati e, pro­prio per que­sto, un aumento di espor­ta­zioni com­pe­ti­tive.
Tutti capi­scono che c’è un pro­blema di domanda e di distri­bu­zione della ric­chezza (come dimo­stra il suc­cesso del libro di Tho­mas Piketty), ma non sanno come rilan­ciarla. Credo che il capi­tale stia subendo una sua nemesi sto­rica. Ha distrutto la classe ope­raia for­di­sta, que­sto è il suo «capo­la­voro»; così ha però distrutto la dina­mica legata all’essenza stessa del capi­tale, il suo essere un rap­porto sociale, ciò che gli per­mette di cre­scere nella con­flit­tua­lità. In un certo senso, la vit­to­ria sulla classe ope­raia ha avuto un effetto nega­tivo per il capi­tale stesso, con la forte dif­fi­coltà a per­se­guire degli obiet­tivi di suo stesso inte­resse, come una più equa distri­bu­zione della ric­chezza. Nelle poli­ti­che mone­ta­rie c’è un pro­blema ancora più radi­cale della trap­pola di liqui­dità: quando il capi­tale ha distrutto la classe ope­raia attra­verso la desa­la­riz­za­zione, la decon­trat­tua­liz­za­zione e la pre­ca­riz­za­zione, si è pri­vato della pos­si­bi­lità di inte­grare la liqui­dità nel cir­cuito eco­no­mico. Con la desa­la­riz­za­zione si aprono le porte a un’integrazione della liqui­dità che crea ren­dite e red­dito non come leva del con­sumo ma come ric­chezza impro­dut­tiva, con­cen­trata nel famoso 1% della popo­la­zione. Le poli­ti­che mone­ta­rie non fanno altro che ali­men­tare la finan­zia­riz­za­zione e la con­cen­tra­zione della ric­chezza verso l’alto.

L’esplosione della forma-salario è quindi un pro­blema che riguarda sia i movi­menti di oppo­si­zione al capi­tale che il capi­tale stesso.…..

Si. Mario Tronti scri­veva che era stato il silen­zio ope­raio a por­tare alla grande crisi del ’29. La man­canza di lotte ope­raie e sociali opa­cizza anche la pos­si­bi­lità di svi­lup­pare sen­tieri di cre­scita capaci di creare società. La cen­tra­lità odierna della geo­po­li­tica riflette l’affannata ricerca di inter­lo­cu­tori su un piano glo­bale; se però tutti i paesi sono in crisi o non rie­scono a cre­scere, si acui­scono le ten­sioni e con­trad­di­zioni geo­po­li­ti­che. Ciò pone a tutti noi, che stiamo dalla parte del pro­le­ta­riato e dei sog­getti della crisi, il pro­blema di defi­nire una lotta di classe post-salariale. La forza della rela­zione sala­riale era di com­pren­dere la vita nella sua inte­rezza, dalla for­ma­zione dei figli fino al pen­sio­na­mento; oggi que­sta con­se­quen­zia­lità non c’è più. Oltre alle riven­di­ca­zioni sul red­dito, ci sono espe­ri­menti (tra cui quelli di cui parla il libro di Jeremy Rif­kin sulla società della con­di­vi­sione) che sono mate­ria per ela­bo­rare delle stra­te­gie. L’organizzazione poli­tica deve pro­durre il ter­reno dell’aggregazione e della con­di­vi­sione, senza un prima e un dopo, nella con­tem­po­ra­neità tra lotta poli­tica e lotta per la costru­zione di tes­suti e spazi condivisi.

È cen­trale la defi­ni­zione di un campo di lotta post-salariale, in cui incar­nare anche la que­stione del red­dito. Un ter­reno può essere quello della fisca­lità e delle tasse, emerso in movi­menti come quello del 9 dicem­bre, con quelle carat­te­ri­sti­che spu­rie che da tempo hai indi­vi­duato come con­no­ta­zioni pre­va­lenti delle lotte den­tro la crisi. Cosa ne pensi?

È una que­stione inag­gi­ra­bile. In molti paesi si è cer­cato di far fronte alla spesa pub­blica e alla gestione del debito sovrano attra­verso una fisca­lità incre­men­tale, che corre però il rischio di essere ini­qua. Si pensi per esem­pio alla distri­bu­zione patri­mo­niale: appena si toc­cano le ali­quote sul patri­mo­nio si col­pi­scono soprat­tutto i ceti più deboli, per quanto si parli di eva­sione fiscale. Lo stato inno­va­tore della Maz­zu­cato pone la que­stione di quanto denaro pub­blico sia inve­stito nella ricerca di base e di quanto sia appro­priato pri­va­ta­mente. Dob­biamo costruire un ordine fiscale che abbia al cen­tro ciò che di comune c’è nella cre­scita e nell’innovazione.

Dob­biamo anche chie­derci cosa la fisca­lità e le tasse signi­fi­chino per le nuove figure del lavoro e per i sog­getti della crisi, oppure le impo­ste comu­nali in quanto pre­lievo for­zoso sui ser­vizi alla col­let­ti­vità. Il rifiuto delle tasse può essere agito e diven­tare uno dei ter­reni di lotta post-salariale?

È da alcuni anni che, assieme ad altri, ho riflet­tuto sulla natura spu­ria di alcuni movi­menti sociali; il pro­blema è in che misura riu­sciamo a dare corpo a que­sta mol­ti­tu­dine, in quanto sog­getti plu­rali che non si lasciano ridurre alla sin­tesi, e però sono acco­mu­nati dalla pos­si­bi­lità stessa di soprav­vi­vere in una serie di ambiti, dalla spe­cu­la­zione immo­bi­liare fino alle tasse, che sono forme di ren­dita dello Stato. Credo sia giu­sto comin­ciare a porre la deli­cata que­stione dell’organizzazione poli­tica: non per fare salti in avanti, ma per affron­tare tutte que­ste istanze nei ter­mini di un agire poli­tico che renda conto della defla­gra­zione sociale. È un pas­sag­gio obbli­gato ini­ziare a pen­sare all’organizzazione mili­tante e poli­tica da una parte in ter­mini di con­di­vi­sione, dall’altra come costru­zione paziente di alleanze e lin­guaggi che ci per­met­tano di capire e inter­lo­quire con que­sti sog­getti della crisi.

Le mobi­li­ta­zioni e i forti con­flitti sociali in Bra­sile dell’anno pas­sato sono avve­nute in uno sce­na­rio di «aspet­ta­tive cre­scenti». In Europa, ci tro­viamo in una situa­zione oppo­sta, di aspet­ta­tive decre­scenti: in Ita­lia il Jobs Act (che avrà un ter­reno di spe­ri­men­ta­zione nell’Expo) isti­tu­zio­na­lizza addi­rit­tura il lavoro gra­tuito. Ciò non pro­duce in ter­mini auto­ma­tici con­flitto, al con­tra­rio in molti casi innalza i livelli dell’accettazione. Pos­siamo leg­gere la crisi come un ten­ta­tivo – con­no­tato anche dal punto di vista gene­ra­zio­nale – di nor­ma­liz­zare una radi­cale ridu­zione delle aspettative?

Ho l’impressione che si fac­cia molta fatica a ren­der conto della sof­fe­renza. Siamo in una società malata di dolore, di inca­pa­cità di reim­ma­gi­nare qual­che futuro anche a breve ter­mine. C’è dun­que il pro­blema di pen­sare all’agire poli­tico anche in ter­mini di cura, il rifiuto della crisi come rifiuto della sof­fe­renza. Il comune va dun­que sog­get­ti­vato e for­te­mente con­cre­tiz­zato. I con­tri­buti di Sil­via Fede­rici sulle espe­rienze di con­di­vi­sione nella ripro­du­zione sono pre­ziosi per rico­struire dei tes­suti di sog­get­ti­vità. Dal 2011 in poi, sem­bra che i movi­menti sociali non si siano posti il pro­blema della «ver­ti­ca­liz­za­zione», cioè dell’organizzazione poli­tica. Un limite, certo, ma nella loro «oriz­zon­ta­lità» c’è anche molta pro­fon­dità, è ciò che va ripreso e tesau­riz­zato poli­ti­ca­mente. I movi­menti esplo­dono, hanno una loro esem­pla­rità, però non ten­gono in eterno: cosa c’è dopo e cosa hanno sedi­men­tato? Pro­prio que­sto con­so­li­da­mento del comune con­creto e di sog­getti del comune che per­met­tono di far fronte alla sof­fe­renza, alla soli­tu­dine, all’isolamento, all’insopportabilità delle aspet­ta­tive decrescenti.

Tra Ucraina, Siria e Iraq la guerra torna al cen­tro della scena, insieme all’ennesima aggres­sione mili­tare di Israele. La guerra, nelle sue forme par­zial­mente nuove, ridi­venta così per il capi­tale un modello per affron­tare la crisi globale?

Il papa ha detto che è ini­ziata la terza guerra mon­diale. Indub­bia­mente c’è una volontà di desta­bi­liz­za­zione da parte dei poteri forti. È anche la con­se­guenza di un’economia finan­zia­riz­zata, che riduce per esem­pio il volume del com­mer­cio mon­diale, creando istanze neo-protezionistiche e con­tri­buendo a esa­cer­bare mol­te­plici ten­sioni esplo­sive. C’è un pre­ce­dente sto­rico: i vent’anni che hanno pre­ce­duto la prima guerra mon­diale. Dopo la crisi degli anni Novanta dell’Ottocento, le ten­sioni hanno por­tato le eco­no­mie mon­diali allo scop­pio della guerra come sbocco. Sono solo esempi, che però non vanno sot­to­va­lu­tati.

La ver­sione inte­grale dell’intervista è dispo­ni­bile sul sito di Com­mo­n­ware (www?.com?mo?n?ware?.org).

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5 per mille

One Response to Christian Marazzi e la nemesi del capitale

  1. Salvatore Aiello ha detto:

    semplicemente da rileggere e con attenzione; parola per parola.

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