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L’esercito di Erdogan pronto ad entrare in Siria

Turchia. Dopo aver tuonato contro la potenziale nascita di uno Stato kurdo al confine, il presidente avrebbe ordinato la creazione di una zona cuscinetto dentro il territorio siriano. Non per combattere l’Isis, ma per cancellare il confederalismo democratico di Rojava

Chiara Cruciati, il manifesto redazione • 30/6/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 510 Viste

Il novello sul­tano Erdo­gan è pronto a tutto e non lo nasconde. Pronto a inviare in Siria 18mila sol­dati, pronto a creare la zona cusci­netto tanto ago­gnata lo scorso autunno e nega­ta­gli dall’alleato Usa, pronto a com­bat­tere per­ché nes­suna entità sta­tale kurda nasca al con­fine con la Turchia.

Uno Stato kurdo sul pia­net­tolo di casa è l’incubo dell’Akp, il par­tito del pre­si­dente. Per que­sto, ieri durante il gabi­netto di sicu­rezza, avrebbe auto­riz­zato la modi­fica delle regole di ingag­gio dell’esercito turco. Quelle truppe (a cui durante l’assedio di Kobane il mondo chiese di inter­ve­nire per soste­nere la bat­ta­glia kurda con­tro lo Stato Isla­mico) non saranno inviate per fre­nare l’avanzata del califfo, ma quella dell’autonomia kurda, del con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico teo­riz­zato da Oca­lan, del modello di società imma­gi­nato dal Pkk e oggi realtà a Rojava.

«Non per­met­te­remo mai la crea­zione di uno Stato [kurdo] nel nord della Siria e nel nostro sud», ha tuo­nato Erdo­gan nel fine set­ti­mana. Così, ieri, secondo quanto ripor­tato dai gior­nali tur­chi, il gabi­netto ha discusso della crea­zione di una zona cusci­netto tra Siria e Tur­chia che impe­di­sca al modello Kobane di con­ta­giare il Kur­di­stan turco e magari eviti anche l’arrivo di altri rifu­giati. Che ver­reb­bero presi e tra­sfe­riti di forza den­tro il ter­ri­to­rio siriano, libe­rando Ankara dal peso di due milioni di profughi.

Secondo i media tur­chi, all’esercito è stato ordi­nato di pre­pa­rare 18mila sol­dati da inviare, forse già venerdì, al con­fine. Con un com­pito chiaro: con­fi­scare e occu­pare un cor­ri­doio di ter­ri­to­rio lungo 110 km e largo 33 all’interno del ter­ri­to­rio siriano, e che com­prenda lo stra­te­gico valico di con­fine di Jara­blus (in mano all’Isis). In que­sto modo Erdo­gan coro­ne­rebbe un sogno finora fre­nato dalla stre­nua resi­stenza kurda: sepa­rare i can­toni di Kobane (a est verso l’Iraq) e Afrin (a ovest) e can­cel­lare quasi tre anni di pro­getto demo­cra­tico kurdo.

Non man­che­reb­bero gli osta­coli: una simile misura, priva dell’approvazione del par­la­mento, vio­le­rebbe la costi­tu­zione turca, soprat­tutto per­ché presa in com­pleta auto­no­mia, senza una riso­lu­zione Onu. Ma soprat­tutto pro­vo­che­rebbe un ter­re­moto nell’instabile spet­tro poli­tico turco: alle ele­zioni del 7 giu­gno l’Akp è uscito vin­ci­tore a metà, non avendo otte­nuto la mag­gio­ranza assoluta.

Fermo al 40,8%, l’Akp è alla cac­cia di una coa­li­zione che lo sostenga ma le dif­fi­coltà sono con­si­stenti: due dei prin­ci­pali par­titi di oppo­si­zione non inten­dono soste­nere un nuovo governo gui­dato dal del­fino del pre­si­dente, Davu­to­glu. Non lo vogliono i kema­li­sti (con il loro 25%) e non lo vuole l’Hdp, la sini­stra pro-kurda, sor­presa dell’ultima tor­nata elet­to­rale (13%). A tenere i piedi in due staffe sono i nazio­na­li­sti dell’Mhp (18%), che non inten­dono entrare in un governo con i kurdi dell’Hdp. Ma allo stesso tempo, pre­ten­dono da Erdo­gan di fare un passo indie­tro e rien­trare nei limiti del suo man­dato pre­si­den­ziale, un vestito che al sul­tano sta troppo stretto.

Senza dimen­ti­care la rea­zione kurda in Tur­chia: «Un attacco a Rojava sarà con­si­de­rato un attacco a tutto il popolo kurdo – ha com­men­tato il coman­dante del Pkk, Murat Karay­i­lan – Un simile inter­vento tra­sci­nerà la Tur­chia in una guerra civile».

Ad appa­rire ormai chiaro è il ruolo desta­bi­liz­za­tore che Ankara gioca da anni in Medio Oriente: Erdo­gan punta al ruolo di lea­der regio­nale, obiet­tivo che ha cer­cato di rag­giun­gere distrug­gendo l’ex amico Assad. Per farlo ha garan­tito libertà di movi­mento e armi al califfo, non ha soste­nuto la resi­stenza kurdo-siriana, ha pre­muto per mesi sulla coa­li­zione gui­data dagli Usa per­ché auto­riz­zasse una zona cusci­netto al con­fine con la Siria e una no-fly zone in chiave anti-Damasco. Ha fal­lito e ora ritenta, men­tre Kobane si libera per la seconda volta dalla minac­cia jiha­di­sta e l’esercito del pre­si­dente Assad avanza den­tro la città di Hasa­kah, comu­nità kurdo-araba tra Iraq, Tur­chia e Siria: ieri le truppe gover­na­tive hanno ripreso la più ampia zona resi­den­ziale della città.

Un qua­dro ter­ri­fi­cante per Erdo­gan: con la libe­ra­zione di Tal Abyad, i kurdi si sono por­tati a soli 50 km da Raqqa, la “capi­tale” del calif­fato, e creato un col­le­ga­mento diretto con Kobane. Il ter­ri­to­rio oggi con­trol­lato dalle Ypg è lungo 180 km, da Ras al-Ain a Jara­blus, la cui even­tuale presa per­met­te­rebbe di lan­ciare la con­trof­fen­siva verso i can­toni ovest di Azez e Afrin, al di là dell’Eufrate. E a quel punto i 180 km diver­reb­bero 300, la fron­tiera con la Tur­chia quasi per intero.

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