Stati Uniti-Russia, prova generale di compromesso

Stati Uniti-Russia, prova generale di compromesso

NEW YORK . Novantacinque minuti di dialogo testa a testa tra Barack Obama e Vladimir Putin: un incontro denso e teso. Al termine il presidente russo dice: «Potremmo partecipare a una coalizione militare in Siria sotto l’egida Onu». «Prevenire incidenti tra forze russe e occidentali in Siria». «Governare insieme una transizione politica verso il dopo-Assad ». Le grandi manovre diplomatiche per coinvolgere la Russia nella lotta allo Stato Islamico sono ormai avviate. Le ha lanciate Putin, e Obama non si è tirato indietro. Il primo vertice bilaterale che ha riunito i due leader all’Onu, dopo due anni di gelo e di sanzioni sulla crisi ucraina, è la prova generale per un compromesso.
La Siria è in cima all’agenda. Obama è preoccupato per più ragioni. La crisi siriana minaccia di destabilizzare gli alleati dell’America in Europa occidentale, dove il Pentagono prevede che l’esodo dei profughi «è un’emergenza destinata a durare 20 anni». Il flusso dei “combattenti stranieri” che affluiscono dal resto del mondo per rinforzare i ranghi dei jihadisti — trentamila in quattro anni — può trasformarsi in un flusso di ritorno, cioè terroristi che preparano attentati in Occidente. Non bastano i raid aerei che gli Stati Uniti conducono da un anno con Canada e Australia (e a cui di recente si è aggiunta la Francia). Resta escluso un intervento terrestre degli americani: a 14 mesi dalla fine del suo secondo mandato, Obama vuole passare alla storia come il presidente che ha concluso due guerre senza iniziarne altre. Allora Obama apre il gioco a Putin sulla crisi siriana: «Sono pronto a lavorare con la Russia e l’Iran».
Il primo obiettivo del vertice di ieri sera tra i due era minimalista: concordare regole d’ingaggio sul terreno siriano che servano al “de-conflict”. Cioè a prevenire incidenti, una volta che le forze russe affluite nelle ultime settimane in Siria (cacciabombardieri, blindati, reparti di marines)inizino ad operare e quindi possano trovarsi in rotta di collisione coi raid della coalizione occidentale. Su tutto il resto, le posizioni di partenza erano distanti. A cominciare dal destino di Bashar Al Assad. «Ha massacrato decine di migliaia di civili. Dopo quattro anni e mezzo di guerra civile la Siria non può tornare alla situazione di partenza», insiste Obama. «E’ un valido combattente contro il terrorismo, l’unico governo legittimo a Damasco», ribatte Putin. Ma la posizione americana diventa più sfumata di ora in ora. Assad dovrà andarsene, ma non subito. “Managed transition ”, la transizione governata verso un governo di rappacificazione e di unità nazionale, può avere tempi lunghi. Del resto gli americani sanno di avere di fatto aiutato Assad, da quando bombardano i suoi nemici.
Le prove generali per un compromesso richiedono un po’ di retorica, e Putin rispolvera l’alleanza antifascista tra le due nazioni: «Dobbiamo unirci contro il pericolo, come ai tempi di Hitler». A sua volta il presidente america- no lo rassicura: «Non voglio isolare la Russia». Anche sull’Ucraina, dove il segretario generale della Nato parla di un armistizio che regge abbastanza, Obama alterna fermezza e offerte. «Inammissibili le violazioni della sovranità e della legalità internazionale. Ma la Russia può lavorare insieme a noi per rafforzare un’Ucraina democratica e indipendente ».
All’incontro del disgelo i due arrivano dopo che alcune novità recenti hanno rimesso in moto il quadro geostrategico. Obama si sente rafforzato dagli accordi con Iran e Cuba, due pietre miliari della sua eredità in politica estera. Putin con l’escalation militare in Siria si è candidato a tornare in Medio Oriente come un attore che conta. Dopo avere aiutato gli americani sul dossier nucleare di Teheran, ha incassato un accordo con Iran e Iraq per cooperare nell’intelligence contro lo Stato Islamico.
Senza troppe illusioni di una riconciliazione generale con la Russia, Obama torna alla casella che aveva lasciato due anni fa. Fu nella tarda estate del 2013 che Putin gli diede una mano sulla Siria, un do ut des di reciproca convenienza. Obama aveva tracciato la “linea rossa” delle armi chimiche da non oltrepassare. Assad l’aveva ignorata compiendo stragi di civili. Ma né l’opinione pubblica americana né il Congresso volevano l’intervento militare in Siria. Putin al G20 di San Pietroburgo tirò fuori la sua soluzione: disarmo chimico di Assad, controllato e regolato dalla comunità internazionale. Ora si presenta una nuova occasione per fare un pezzo di strada insieme.
Restano le divergenze di fondo tra le due “dottrine”. Nella dottrina Putin i moderati nel mondo arabo sono una farsa, un’illusione ingenua dell’Occidente; il fondamentalismo islamico va combattuto con chi sa farlo, l’alternativa all’autoritarismo non è la liberaldemocrazia ma il caos. La dottrina Obama ammonisce: «Nessuna nostalgia per un mondo regolato da violenze e coercizioni. Indietro non si torna».


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