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Trivelle, niente election day. Il governo teme il quorum

La consultazione si terrà il 17 aprile. Gli ambientalisti si appellano a Mattarella. Il comitato No Triv: «Uno schiaffo alla democrazia e alle casse dello stato: potevano essere risparmiati oltre 350 milioni»

Serena Giannico, il manifesto • 12/2/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 899 Viste

Il governo fa ciò che ritiene più comodo: conferma il no categorico all’election day. Il voto delle amministrative non sarà accorpato a quello del referendum antitrivelle. Perché? Perché così è facile che non si raggiunga il quorum e Renzi potrà cantare vittoria. Bastava un decreto e, unendo le due consultazioni, si sarebbero risparmiati tra i 350 e i 400 milioni. Invece non ha prevalso il buon senso. Né l’interesse pubblico. E il consiglio dei ministri ha fissato la data del referendum al 17 aprile prossimo. Ignorato il «suggerimento» di associazioni e attivisti di chiamare alle urne gli italiani in un unico giorno.«Uno schiaffo alla democrazia — insorge il coordinamento nazionale No Triv -. È paradossale che nello stesso consiglio dei ministri si sia deciso, per un verso, di bruciare 360 milioni di euro e, per l’altro, di rinviare un provvedimento finalizzato all’erogazione di un indennizzo in favore dei risparmiatori truffati da Banca Etruria, per un importo pari a 200 milioni. La campagna referendaria — prosegue — si aprirà formalmente solo con il decreto di indizione del capo dello Stato e solo a partire da quel momento i mezzi di comunicazione saranno tenuti a concedere ai delegati regionali gli spazi previsti».

I No Triv si appellano, quindi, al presidente delle Repubblica, a cui spetta l’atto ultimo di indizione del referendum, osservando che l’election day «è assolutamente necessario al fine di risparmiare denaro pubblico; che dinanzi alla Corte Costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione promossi dalle Regioni nei confronti del Parlamento e dell’Ufficio Centrale per il Referendum (Cassazione). Nel caso l’esito del conflitto di attribuzione fosse positivo si dovrebbe votare per altri due quesiti, che la Legge di stabilità non ha soddisfatto: uno relativo al piano delle aree e l’altro alla durata dei titoli minerari in terraferma. Diversamente vorrebbe dire che nel 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne ben cinque volte: per i due referendum abrogativi (1+2), per le elezioni amministrative (+ballottaggio) e per il referendum costituzionale».

«È una decisione scellerata — dice Greenpeace, che nei giorni scorsi ha lanciato una petizione, che in breve ha raccolto 68 mila adesioni, per chiedere l’accorpamento del referendum al primo turno delle amministrative -. Si tratta di una truffa pagata con i soldi dei cittadini. Il premier sta giocando sporco: ha scelto di sperperare centinaia di milioni per privilegiare i petrolieri. Un sondaggio commissionato all’Istituto Ixè lo scorso dicembre evidenzia come solo il 18 per cento degli italiani sia favorevole alla strategia energetica del Governo, mentre il 47 si dichiarava già sicuro di andare a votare per esprimersi sull’avanzata delle trivelle». «Poco tempo per informare i cittadini — denuncia il Prc -. Tanto denaro sprecato per tenersi buone le multinazionali», «Questa consultazione disturba», afferma Rosella Muroni, presidente di Legambiente appellandosi al presidente della Repubblica «affinché non firmi il decreto». «Evidentemente — fa presente — l’esecutivo teme che gli italiani ne valutino fino in fondo la portata e si dimostra riluttante ad affrontare seriamente e democraticamente la questione».

«Il mancato accorpamento del voto — tuona Dante Caserta, vicepresidente Wwf Italia — è una scelta insostenibile sia dal punto della tutela ambientale, che da quello dei conti dello Stato. Con 300 milioni di euro si potrebbe rendere più sicuro il nostro paese agendo sul dissesto idrogeologico, si potrebbero disinquinare i nostri fiumi e i tanti tratti di mare oggi non balneabili, si potrebbe potenziare il trasporto pubblico e migliorare la vita e la salute di milioni di pendolari, si potrebbe finanziare il sistema delle aree naturali protette». «Ecco il volto fossile del governo — è il commento dei parlamentari M5S -. È il tentativo di mettere i bastoni tra le ruote al referendum, anche se è un quesito limitante e che non risolverà la questione. Ma noi dobbiamo andare a votare ugualmente e votare sì». Anche Sinistra italiana e Civati chiedono di ritirare sulla decisione: «Facciamo appello agli ambientalisti del Pd e ai presidenti delle regioni che hanno promosso il referendum. Li invitiamo a interloquire con il Quirinale e chiedere se questa scelta di palazzo Chigi non miri a due obiettivi: far saltare il quorum e mettere il governo al riparo da una sconfitta sicura».

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