Verdini

Piombo nell’Ala destra di Renzi

Giustizia. Verdini condannato in primo grado a due anni, con pena sospesa, per corruzione. La minoranza dem: «Serviva prudenza» I renziani: «Non governa con noi». E intanto «Denis» prosegue la sua campagna acquisti

Andrea Colombo, il manifesto • 18/3/2016 • Copertina, Politica & Istituzioni • 578 Viste

Due anni, con pena sospesa. Denis Verdini è stato condannato in primo grado per corruzione. La vicenda è quella dell’appalto per la Scuola dei Marescialli di Firenze e i coimputati del ruggente Denis, tra cui l’allora presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, l’ex provveditore alle opere pubbliche di Firenze Fabio De Santis e l’imprenditore Riccardo Fusi, sono già stati condannati in via definitiva. L’accusa, confermata dalle sentenze, è di aver brigato per concedere l’appalto a Fusi. Il fattaccio comporta per l’ex braccio armato di Berlusconi anche altri guai legali: un secondo processo per corruzione, per aver fatto assegnare la carica di procuratore a De Santis.

L’avvocato Coppi si dichiara «deluso dalla sentenza», ma conta sulla prescrizione. La truppa alata di Denis lo difende a spada tratta: «Sentenza già scritta… Giustizia politica…». Prevedibile sillaba per sillaba. L’M5S, Sinistra italiana e Lega sparano ad alzo zero su Matteo Renzi. «Da oggi governa con un condannato per corruzione», segnalano i pentastellati. «Pd e Renzi chiariscano se vogliono continuare a governare con lui», interroga il capo dei deputati di Si Scotto, anche se per la verità è tutto già chiarissimo. «Che schifo il silenzio di Renzi», sbotta il capo dei senatori leghisti Centinaio mentre Salvini, sobrio, informa che «la politica legata agli affari» non gli piace.

Più spinosa, per l’alleato di Verdini che guida il Paese, la protesta, pur timidissima, della minoranza interna. «La sentenza dimostra che non evocavamo fantasmi. Una maggiore prudenza sarebbe stata certamente apprezzata da elettori e militanti», dichiara per tutti il senatore Fornaro. Più mite di così l’agguerrita minoranza non potrebbe essere, ma per Ettore Rosato, capo dei deputati, è già troppo. La replica è un esercizio di arrampicamento su superficie liscia da manuale del peggior politichese. «Non è vero che governiamo con Verdini, che non sta in maggioranza»: facile che scrivendo gli sia venuto da ridere da solo. Ma dove sta il problema, compagni della minoranza, visto che «c’è la legge Severino». Inutile spiegargli che il problema è politico: Rosato, almeno in questo caso, «ci fa» non «c’è». Va detto che nel Pd c’è di peggio. Il responsabile Giustizia David Ermini assicura, bontà sua, che «se Verdini sarà condannato in via definitiva pagherà come tutti. Nessun favoritismo, nessuno sconto». Lui invece non ci fa: proprio non si rende conto dell’enormità di quanto va dicendo.

La mazzata politico-giudiziaria arriva nel momento peggiore. Verdini si sta infatti dando particolarmente da fare per arruolare berlusconiani allo sbando e traghettarli a sostegno dell’amico Matteo col miraggio di restare a galla ora che il transatlantico azzurro affonda. Il gioco, di qui alla fine della legislatura, sarà sempre lo stesso: fuori dalla maggioranza a parole, e dunque senza posti di governo, per consentire a Rosato e al suo signore fiorentino di prendere in giro gli elettori, ma pronti a fare l’impossibile, voto di fiducia incluso, per difendere il governo quando necessario.

Il problema si porrà al momento delle elezioni quando tutta l’area dei renziani non interni al Pd dovrà trovare modo di restare in campo nonostante l’Italicum. Per lo più si tratta di esuli dall’armata di re Silvio più o meno mercenari, ma non solo. Ci sono anche spezzoni meno squalificati, come gli ex di Scelta civica che sabato a Roma terranno a battesimo, col leader Zanetti, il «Cantiere dei Moderati», la cui stella polare sarà comunque, come per Alfano e Verdini, l’arruolamento nell’esercito renziano.

Condanna o meno, la campagna acquisti del traghettatore darà i suoi frutti nei prossimi mesi. La vicenda romana sta infatti convincendo molti azzurri che l’ora del «si salvi chi può» è davvero suonata. La rivolta serpeggia persino tra gli insospettabili. Giovanni Toti, che sta a Berlusconi come la creatura di Frankenstein al celebre dottore, darà vita domani a una fondazione il cui nome è tutto un programma: «Change». Obiettivo dichiarato: l’«evoluzione del centrodestra». Obiettivi reali: imporre le primarie per le prossime politiche, guardare a Salvini, impedire che Silvio porti tutti a fondo con lui.

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