Ankara alza la voce con l’Ue, ma i profughi aiutano l’economia

Ankara alza la voce con l’Ue, ma i profughi aiutano l’economia

«In nessun caso la Germania o l’Europa devono farsi ricattare dalla Turchia». Usa toni forti il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel per rispondere all’ultimatum del ministro degli esteri turco Mevluet Cavusoglu, che domenica ha minacciato di far saltare l’accordo sui migranti se l’Unione europea non approverà entro ottobre la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. «Se ci sarà o meno, dipenderà solo dalla Turchia» ha replicato ieri Gabriel, ricordando come Ankara non abbia ancora soddisfatto tutti e 72 criteri richiesti per procedere alla liberalizzazione.

La tensione tra l’Europa e la Turchia torna a crescere. Seppure impegnato in una durissima repressione interna a seguito del mancato colpo di stato, Recep Tayyip Erdogan non manca di ricordare a Bruxelles gli impegni assunti con l’accordo del 18 marzo scorso e minaccia, pur senza dirlo esplicitamente, una nuova crisi dei migranti. Tanto che, parlando con un giornale austriaco, il presidente della commissione Ue Jean Claude Juncker ammette che l’intesa raggiunta a suo tempo con Ankara «è fragile», di più: «a rischio».

L’Europa come al solito, è divisa. Ai toni duri della Germania (ai quali ieri ha fatto eco l’Austria) si contrappongono i fatti di Bruxelles che, in risposta a un’altra richiesta di Ankara, meno di una settimana fa si è affrettata ad aprire i cordoni della borsa impegnando 1,415 miliardi di euro a sostegno dei rifugiati siriani in Turchia, parte dei 3 miliardi promessi a Erdogan con l’accordo di marzo.

La partita che si sta giocando è delicatissima. L’Ue è in imbarazzo perché la liberalizzazione dei visti sarebbe un importante riconoscimento politico concesso a Erdogan in un momento in cui il presidente turco sta applicando a man bassa la legge antiterrorismo che più volte, e inutilmente, l’Europa gli ha chiesto di modificare e come se non bastasse mentre propone di reintrodurre la pena di morte.

Dall’altra parte Erdogan minaccia di rifarsi sui siriani, sapendo bene però che almeno una parte dei 2,7 milioni di rifugiati presenti nel paese (solo il 10% dei quali vive nei campi) rappresenta una ricchezza della quale non può più fare a meno. Dopo cinque anni trascorsi lontani dalle loro case a causa del conflitto e durante i quali hanno vissuto come profughi, molti siriani hanno infatti cominciato a integrarsi in maniera stabile nella società e nell’economia turca, contribuendo in maniera sostanziale alla crescita del paese. Basti pensare che nei primi tre mesi di quest’anno i soldi che hanno depositato nella banche ammontano a 1,2 miliardi di lire turche, l’equivalente di 360 milioni di euro. Una cifra pari al totale dei depositi del 2015 (nel 2012 ammontavano a 106 milioni di euro). Non solo. Secondo i dati forniti a giugno dal’Unione delle camere di commercio turche, delle 2.556 nuove imprese con partner stranieri avviate nei primi sei mesi di quest’anno, ben 1.007 hanno soci siriani (157 hanno partner iracheni e 159 tedeschi). 134 solo nel mese di giugno. Se a queste si aggiungono quelle aperte in maniera autonoma, si arriva a un totale che supera le 4.000 aziende, la maggior parte delle quali a Istanbul, città nella quale vivono più di 400 mila siriani. Nella provincia di Gazientep, invece, si è passati dalle tre aziende del 2010 alle attuali 600. E si parla, ovviamente, solo di quelle dichiarate.

I settori in cui gli ex profughi investono maggiormente vanno dall’immobiliare alla ristorazione, senza trascurare il tessile, i trasporti e i viaggi. L’importanza di questa presenza l’ha recentemente riportata il Financial Times ricordando come la società elettrica CLK Bogazici Elektric stia inserendo nei suoi call center personale arabofono in grado di rispondere alle numerose richieste dei nuovi clienti.

Clienti preziosi, «forza lavoro qualificata» per usare le parole di Erdogan che nei primi sei mesi di quest’anno ha concesso 5.502 permessi di lavoro ad altrettanti siriani, alla quale il presidente non intende rinunciare. Per questo nei giorni scorsi Erdogan è tornato a parlare della possibilità di concedere la cittadinanza turca a una parte dei rifugiati. «Non c’è motivo di esitare», ha detto. «In questo paese vivono 79 milioni di persone in 780 mila km quadrati. La Germania, con la metà della grandezza, ne ha attualmente 85 milioni». Il ministero dell’Interno sta già lavorando a una regolamentazione che consenta ad almeno 350 mila siriani di diventare cittadini turchi, decisione vista dall’opposizione come una manovra utile a Erdogan per costruirsi un bacino elettorale favorevole in vista di un possibile referendum sul presidenzialismo. Ma anche un provvedimento necessario alla Turchia per invogliare la borghesia siriana a continuare a investire nel paese, evitando in questo modo che emigri di nuovo. E lasciando così all’Europa tutti gli altri rifugiati.

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