Il mercato opaco e insanguinato degli armamenti, che non conosce crisi

Intervista a Sergio Finardi, a cura di Orsola Casagrande (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Orsola Casagrande, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 24/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 642 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

Il mercato degli armamenti non conosce crisi. Si commercia qualunque cosa somigli a un’arma. Il 60-65% delle esportazioni mondiali hanno avuto storicamente come destinatari i Paesi in via di sviluppo. In questi ultimi anni, alcuni di tali Paesi sono diventati esportatori significativi verso altri Paesi in via di sviluppo. Ce ne parla Sergio Finardi, specialista di logistica militare e trasferimenti di armi.

Redazione Diritti Globali: Cominciamo da una considerazione generale sul mercato degli armamenti nel 2011.

Sergio Finardi: Partiamo facendo un passo indietro. Occorre preliminarmente dire alcune cose che mi sembrano importanti sulle statistiche sul commercio di armamenti. Giustamente, se si trattasse di un’analisi sul commercio tessile, ci riferiremmo agli ultimi dati disponibili che, per qualsiasi altro settore economico, sarebbero aggiornati a livello mondiale a un mese o due mesi prima dell’analisi.

Posso dire ora, a marzo 2012, che in gennaio le esportazioni statunitensi di veicoli e loro parti erano pari a 10,8 miliardi di dollari e potrei entrare in molti dettagli. Se però si vuole sapere quanti carri armati hanno esportato gli Stati Uniti bisogna accontentarsi di dati di due anni fa e per la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo non vi sono oggi che dati relativi al 2009 e non tali da dare un dettaglio che arrivi alla specificazione “carro armato da battaglia”.

Naturalmente, è legittimo chiedersi se vi sia qualche particolare difficoltà nel preparare statistiche sul commercio di armamenti. Non ce n’è nessuna, il ritardo è costante, voluto. Così come voluta è – per quei Paesi come l’Italia ove ci sono leggi che obbligano i governi a relazioni annuali – la trasformazione dei dati originali in un incubo di tabelle costruite in modo da non fare capire certi collegamenti – fra banche mediatrici finanziarie e cosa hanno mediato, per esempio – o prive di quel dettaglio che sarebbe necessario per capire se si tratta del sistema d’arma X1 o del più recente X2 o di una sua variante (questi elementi sono molto importanti per capire in che direzione vanno gli acquisti e a che cosa serviranno).

La relazione annuale dell’Italia, per esempio, è potenzialmente la migliore del mondo e se il suo modello fosse seguito dagli altri Paesi sapremmo cento volte di più di quello che sappiamo oggi sul commercio di armi a livello mondiale. Tuttavia, il modo in cui il governo prepara la relazione annuale fa sì che ci vogliano settimane di lavoro prima di capirci qualcosa: sono migliaia di pagine in formato pdf, sono fotografie, non possono essere oggetto di “ricerca” se non dopo un’operazione lunghissima e spesso problematica di riconoscimento testo dopo che hai stampato (le pagine sono “blindate”, tutte le tabelle sono verticali e immodificabili!). Ho scritto recentemente al proposito a quasi tutti i deputati della Commissione Difesa della Camera. Naturalmente – data la cultura di servizio ai cittadini che li caratterizza – non mi ha risposto nessuno di loro e dubito anche che abbiano capito di che cosa parlavo, dato che sospetto che nessuno di loro abbia mai guardato una di quelle relazioni o tentato di capirci qualcosa. Hanno approvato la relazione del governo – “con bolla del Pontefice” direbbe Guccini – e inviato ai sudditi, che si divertano, poverini.

I governi – che in molti Paesi si sono volontariamente “liberati” di poteri sovrani per consegnare le economie dei loro Paesi ad anonimi e irresponsabili “mercati finanziari” – sembrano vedere il militare come l’ultimo baluardo di sovranità cui rimanere attaccati e il commercio di armamenti in particolare, con i suoi segreti di “sicurezza nazionale”. In realtà, ritardi, omissioni, tentativi di rendere il più difficile possibile il riscontro e la verifica dei dati non hanno niente a che fare con problemi di sicurezza nazionale, servono solo a impedire un tempestivo controllo pubblico e trasparenza di importazioni ed esportazioni di armi. Nella mia lunga esperienza di analisi dei settori economici strategici non ho trovato un settore ove vi sia più corruzione – diretta o indiretta – che nei contratti legati al commercio internazionale di armi o nelle industrie di armamenti, Finmeccanica insegna. Una cultura della corruzione che difficilmente coinvolge i militari e invece dilaga tra politici, industriali e mediatori d’affari.

RDG: Inquadriamo allora il mercato delle armi nel contesto economico

SF: Con i limiti suddetti, vi è però la possibilità di farsi un’idea dei valori del commercio internazionale di armamenti nel 2010, traendo i dati dai rapporti nazionali e dalle statistiche commerciali che i Paesi trasmettono alle Nazioni Unite e compongono un database che si chiama COMTRADE (armi e munizioni sia civili che militari).

È bene dire subito che il valore complessivo delle esportazioni di armamenti non è economicamente granché, tutto considerato è vicino ai 100-120 miliardi di dollari l’anno, nemmeno la metà del settore tessile nello stesso anno. Se scomparisse dalla scena commerciale mondiale non si noterebbe quasi, in un valore globale di esportazioni pari a 15.237 miliardi di dollari, sempre nel 2010. Perché dunque suscita tanta attenzione? Le risposte sono due e riguardano il sentimento pubblico generale, da un lato, e la strategia politica e industriale, dall’altro.

Una prima risposta verte sulla simbologia che al commercio di armi è connessa. Fortunatamente, nel pensiero generale, le armi sono ancora legate all’idea di guerra, di vittime, di distruzioni, di sofferenze, in particolare per i popoli che le guerre le hanno recentemente vissute e subite (a differenza di quelli che le loro guerre recenti – statunitensi e italiani per esempio – le vedono, patriottarde e edulcorate da media addomesticati, alla televisione e non hanno più idea delle sofferenze inenarrabili che causano). Ancora per molti, dunque, guadagnare sulle guerre, commerciare armamenti verso aree e Paesi già martoriati da povertà e conflitti è cosa immorale a cui prestare attenzione e, possibilmente, da fermare. Perciò quando escono le statistiche sul commercio di armamenti c’è un’attenzione che va molto al di là del novero di persone che si occupano professionalmente di queste cose. Come si fa a rimanere indifferenti se si viene a sapere che la fabbrica che c’è alla periferia della tua città, e di cui magari conosci operai e dirigenti, ha fatto un bel po’ di profitti vendendo armi a dittatori, torturatori e massacratori? Infatti, molti – anche tra gli operai di quelle fabbriche – non rimangono indifferenti e cooperano per trovare altre strade per mantenere profitti e posti di lavoro senza essere complici di cose orribili. Mi riferisco qui sia ai miliardi – prima di lire e poi di euro – fatti dalle industrie italiane con la Libia e contro la Libia e tante altre dittature africane (nel miglior stile dei mercanti di morte che guadagnano su entrambe i lati delle barricate), sia a quelli fatti vendendo sistemi d’arma, avionica, e munizioni agli “alleati” Stati Uniti per le loro guerre infinite in Afghanistan e in Iraq, che hanno causato centinaia di migliaia di vittime civili senza risolvere alcuno dei problemi di quei Paesi e anzi aggravandoli in entrambe, con i talebani in controllo di più province che all’inizio della guerra, 11 anni fa, e con intrattabili conflitti interni in Iraq.

RDG: E la seconda risposta?

SF: La seconda risposta verte invece sul senso politico strategico e industriale del commercio di armi. Mi soffermo qui solo su due elementi: il legame politico-economico-militare che importare armi da un certo Paese implica e il rapporto tra esportazioni e costi unitari di ciascun’arma. I risultati annuali delle esportazioni (e delle importazioni) dicono agli addetti ai lavori se certe linee di alleanza o di relazione militare continuano o conoscono difficoltà, conseguentemente suscitano molta attenzione.

I sistemi d’arma venduti creano, in effetti, lunghe scie ben al di là del singolo prodotto, scie fatte di relazioni tra tecnici, tra gerarchie militari, tra politici e loro basi elettorali, tra sindacati, e istituiscono la necessità di buone relazioni per continuare a ricevere assistenza tecnica e parti di ricambio. Inoltre, rendono acquirente e venditore mutualmente dipendenti. Va da sé che mettere il piede dentro il comparto militare di un altro Paese implica anche un certo grado di scambi tra servizi segreti.

Ancora più importante dell’aspetto precedente è poi il legame tra esportazione e costi unitari delle armi prodotte. Non credo che vi siano molte linee di produzione di armi che potrebbero rimanere attive con le sole acquisizioni “domestiche”. Nemmeno negli Stati Uniti la domanda militare interna potrebbe da sola sostenere le più importanti linee di produzione. Le esportazioni – moltiplicando le vendite per arma – ne abbassano il costo unitario, facendo scendere anche il costo di acquisizione da parte dell’esercito nazionale (molto spesso il prodotto di esportazione è leggermente, ma significativamente meno micidiale di quello per il proprio esercito, così da far mantenere a quest’ultimo un vantaggio su chi userà il prodotto di esportazione). Detto in parole povere: sono le guerre, gli infiniti conflitti interni, e le tensioni dei Paesi non-produttori a mantenere economicamente profittevoli le linee di produzione dei Paesi produttori.

RDG: In questo modo, insomma, il “Sud” finanzia la potenza militare del “Nord” del mondo e si auto-condanna alla dipendenza, oltre a sottrarre risorse allo sviluppo del proprio Paese.

SF: Infatti, il 60-65% delle esportazioni mondiali ha avuto storicamente come destinatari i Paesi in via di sviluppo. In questi ultimi anni, alcuni di tali Paesi sono diventati esportatori significativi verso altri Paesi in via di sviluppo, sia estendendo la propria industria militare (come Brasile e Sud Africa, ad esempio) sia lavorando su licenza (come, tra altri, Singapore e Turchia).

Se d’improvviso i circa 46 conflitti maggiori (almeno 1.000 morti in battaglia annui) attivi nel 2010 cessassero, se il “Sud” del mondo dichiarasse una moratoria totale sulle acquisizioni di armamenti per, diciamo, dieci anni, i grandi gruppi del “Nord” produttori di armi andrebbero tutti in bancarotta o chiuderebbero molte delle loro linee di produzione (anche quelli il cui giro d’affari è prevalentemente con gli stessi Paesi del “Nord”, dato che il “consumo” militare di quest’ultimi dipende dal grado di instabilità e di conflittualità del “Sud”). Non è difficile immaginare che governi e produttori del “Nord” non abbiamo molta fretta nell’aiutare a risolvere i conflitti e le guerre del “Sud” e che abbiano invece – sotto le più bizzarre e svariate coperture, incluse le guerre “umanitarie” (espressione che dovrebbe essere universalmente proibita perché a-scientifica, così come non si può, se non nei romanzi, parlare di “acqua solida”) – un ruolo attivo nel cercare di continuarle.

So bene che molti pensano che queste siano esagerazioni o teorie del complotto, ma io che ho analizzato decine di migliaia di documenti desecretati di guerre di venti o trent’anni fa non ho alcun dubbio al proposito. Del resto, basta leggere i cablo pubblicati dall’organizzazione di Julian Assange, Wikileaks, per rendersi conto della stellare ipocrisia di governi e politiche estere “ufficiali”.

RDG: Partiamo dunque dal mercato delle armi nel 2010, avendo questi dati a disposizione.

SF: Vi sono dati 2011 per alcuni Paesi, ma voglio usare i dati 2010 perché sono molto più completi. Purtroppo, nulla è semplice in questo campo e devo avvertire che molti dati che circolano, stime “mondiali” (le cifre del SIPRI di Stoccolma, per esempio, cifre usate a piè pari da molti giornalisti che non intendono guardare il “libretto di istruzioni”) sono frutto di stime con molte incertezze e inverificabili presupposti, piuttosto che di statistiche, o riguardano solo sistemi d’arma maggiori e trascurano molte armi individuali.

Rimaniamo dunque a quanto si può provare, anche se sappiamo che questo “quanto” è probabilmente solo una porzione di quello che circola davvero. Ci sono circa 40 Paesi che hanno una produzione di armamenti significativa e circa altri 60 che producono ed esportano su una scala minore. Sono tuttavia soltanto 36 i Paesi che producono rapporti statistici sulle proprie esportazioni. Tra i Paesi produttori che non forniscono alcun resoconto statistico sulle loro vendite vi sono Federazione Russa e Cina e poi Argentina, Bielorussia, Bangladesh, Brasile, Cile, Colombia, Corea del Sud, Egitto, India, Indonesia, Iran, Israele, Kazakhstan, Messico, Moldova, Myanmar, Pakistan, Perú, Thailandia, Turchia, Singapore, Uganda, Venezuela e Zimbabwe.

Occorre sapere inoltre che Paesi che sono forti esportatori, come Germania e Gran Bretagna, non comunicano i dati delle esportazioni reali in un certo anno, ma solo quelli relativi al valore delle licenze all’esportazione definitiva firmate in quell’anno (quelle licenze possono essere utilizzate nell’arco di 2-4 anni e quindi il valore delle esportazioni nell’anno deve essere ricavato da fonti doganali che tuttavia non sono esaustive di quanto trasferito all’estero).

I dati che riporto qui sono relativi al valore delle esportazioni effettive, non delle licenze concesse, di cui vedremo dopo.

Vi sono tre livelli/comparti nel commercio di armamenti, ognuno con una sua più o meno credibile statistica, molto simili al mercato delle automobili.

Il primo livello è quello delle armi nuove (nel senso di non già usate). È questo livello a costituire l’oggetto dei Rapporti annuali degli Stati e riguarda le armi da guerra (cosa sia un’arma da guerra e cosa sia un’arma civile viene definito da parametri tecnici ed è autoevidente nei sistemi d’arma maggiori, ma tali parametri sono per le armi individuali molto più sfuggenti). Nel 2010, gli Stati Uniti, primo esportatore mondiale, hanno inviato all’estero circa 18,8 miliardi di dollari di armamenti, con 147 Paesi destinatari (altro segno che “pecunia non olet”). L’Unione Europea si è attestata intorno ai 14 miliardi di euro (17 miliardi di dollari al cambio 2010) con vendite a circa 138 Paesi e ai 25 componenti dell’UE stessa, per un totale di 163 Paesi (anche qui non solo “pecunia non olet”, ma alla faccia dei “codici di condotta” della stessa UE). Tra i maggiori esportatori vi sono poi la Federazione Russa, con circa 9 miliardi di dollari di esportazioni, Israele, tra 5 e 7 miliardi, la Cina con circa 3 miliardi, l’Ucraina con 1 miliardo, seguiti da molti altri Paesi con cifre variabili tra i 900 e i 200 milioni di dollari.

In questo livello stanno anche i servizi militari, ovvero quei servizi che gli acquirenti di sistemi d’arma acquistano dalle aziende produttrici per far funzionare o mantenere in buono stato ciò che hanno comprato (come si fa in altri comparti quando una ditta acquista, per esempio, macchinario informatico che deve essere poi “assistito”), nonché le armi individuali civili – di cui l’Italia è tra i primissimi esportatori mondiali. (e si ricordi qui che molte di queste cosiddette armi “civili” sono micidiali pistole e fucili semiautomatici, perfettamente in grado di servire nei conflitti e spesso adottati da forze di polizia e corpi speciali). Solo gli Stati Uniti hanno statistiche per i servizi militari: tanto per darne un’idea, il valore delle autorizzazioni multi-anno a “esportazioni definitive” firmate nel 2010 era pari a circa 110 miliardi di dollari (non sappiamo quanti di questi servizi siano stati effettivamente prestati nel 2010).

RDG: Il secondo livello invece?

SF: È quello delle armi da guerra usate “garantite” (come si direbbe in altri mercati). Si tratta di armi in perfetta condizione, vendute da governi e mediatori nei mercati che non possono o non sono interessati a pagare le cifre esorbitanti di quelle nuove. Come è facile capire, sono questi i mercati cui attingono molti Paesi in via di sviluppo. Da dove derivano tali disponibilità? Dalle guerre. Non nel senso che sono armi usate in guerra, ma che sono armi che vengono “liberate” dagli arsenali delle maggiori potenze perché le esperienze maturate nelle guerre, le prove reali cui le armi sono state sottoposte, hanno indotto innovazioni che hanno reso le armi precedenti non più tecnologicamente all’avanguardia. Migliaia di tonnellate di tali armi passano annualmente dal “Nord” al “Sud” del mondo, anche in forma di donazioni a fondo perduto o in cambio di materie prime. Le statistiche relative a questi mercati dovrebbero trovarsi oltre che nei resoconti dei Paesi produttori anche in quelli dei Paesi importatori, ma purtroppo i primi trascurano spesso di menzionarle e i secondi non hanno, altrettanto spesso, nemmeno le statistiche sul loro commercio di armi. Difficile quindi quantificare l’entità di questi mercati, ma la loro ampiezza è notevole, come si può dedurre osservando l’evolversi dell’armamento in dotazione delle forze armate dei Paesi importatori.

RDG: Infine, il terzo livello.

SF: Anche questo prodotto in generale dalle guerre e relativo ai mercati grigi o illegali, in realtà per la più parte mercati che sono lasciati esistere perché servono variamente le parti meno presentabili delle politiche estere delle potenze in competizione. Va da sé che le uniche “statistiche” relative a questi mercati sono quelle deducibili dai livelli delle confische o dalle notizie di stampa.

Le cronache recenti ci riportano traffici d’ogni tipo promossi dai servizi segreti di tanti Paesi, dalle compagnie militari private (mercenari), dai trafficanti di armi più o meno al servizio di qualche Paese, da organizzazioni criminali. In tali mercati – benché vi si possa trovare di tutto – prevalgono le armi di fanteria, le armi per le forze speciali e i commando, le armi che più sono adatte alla guerriglia, i sistemi anti-aerei e anti-carro portabili dalla persona. L’origine di tali armi non è misteriosa, tutti gli “addetti ai lavori” sanno da chi e come i trafficanti che si muovono su questi mercati hanno avuto quelle armi, misto di sistemi spesso sofisticati e di vecchi arnesi, ma in particolare di munizionamento a volte giunto al limite del propri ciclo vitale e a volte nuovo di zecca.

Tali mercati sono spesso ricchi e ricche sono le commesse e le possibilità di guadagno, cosa che permette ai trafficanti di accedere – per corruzione o per legami con gli apparati militari e di intelligence – ai prodotti che le guerre hanno mostrato migliori nella loro categoria. Forse molti avranno visto il film The Lord of War, con Nicolas Cage nei panni di un trafficante. È piuttosto buffo vedere come questo film sia stato universalmente accolto come un film sui loschi traffici dei trafficanti d’armi, insensibili alle sofferenze umane. Quel film, cui ho contribuito con informazioni su aerei e armi, parla invece di tutt’altro, ma questo si rivela solo nell’ultima scena: il trafficante, in prigione, viene improvvisamente liberato, un alto ufficiale in divisa lo attende fuori dalla prigione, gli stringe la mano e lo fa salire su una limousine nera. Il senso del film era lì, e il protagonista era quell’ufficiale.

RDG: Veniamo a quali armamenti vengono commerciati.

SF: La risposta potrebbe essere: «immagina qualsiasi cosa che ti sembra un’arma». Comincerò con ciò che è più importante negli scenari attuali ed è spesso trascurato: il munizionamento e gli esplosivi. È la cosa più importante oggi, perché decine di anni di trasferimenti di armi hanno riempito il mondo di “oggetti” il cui ciclo vitale è spesso di venti o trent’anni. Di armi ve ne sono a tonnellate in ogni angolo della terra, ma quelle armi sono solo pezzi di ferro senza il munizionamento. Molti Paesi producono munizioni, ma in caso di conflitto il consumo è tale che le riserve vengono meno in breve tempo. Si badi che certe munizioni, da mortaio o da cannoni di piccolo e grande calibro, di terra o aria, sono piuttosto costose. Munizioni per armi di fanteria, fucili, pistole, mitragliatori, non sono costose unitariamente (qualche cent l’una) ma le quantità che si devono acquistare (milioni di colpi) determinano volumi di spesa non indifferenti.

Naturalmente, vengono commerciate in grandi quantità anche le armi di fanteria o individuali nuove o usate, soprattutto per le aree di cronica instabilità o di conflitto. Le cifre relative a queste esportazioni sono molto basse se confrontate con le esportazioni di sistemi d’arma maggiore. Tuttavia, sono proprio tali armi “minori” a essere più probabilmente impiegate nei conflitti reali. Direi quindi che – là dove non vi siano dati sul numero di armi esportate – è facile pensare che tali armi svolgano un ruolo minore nel commercio. La realtà è che mentre l’acquisto di qualche cacciabombardiere (centinaia di milioni di dollari l’uno e spesso di più) pone il Paese acquirente e quello di vendita al vertice delle classifiche del commercio, un caccia ha molte meno probabilità di causare la perdita di vite umane di un fucile d’assalto o di mine anti-uomo (che circolano abbondantemente nonostante il trattato internazionale che le bandisce, dato che non l’hanno firmato I maggiori produttori, Stati Uniti, Russia, e Cina). Un caccia consuma migliaia di litri di carburante speciale, molto costoso, a ogni volo ed è quindi impiegato con estrema parsimonia. Un mitragliatore pesante non costa quasi niente, munizioni comprese, in confronto, e può fare, ripetutamente, migliaia di vittime.

RDG: Oggi cosa si vende di più?

SF: Quali giocattoli i generali si aspettano di ricevere dai loro ministri della difesa a Natale? Ancora una volta la risposta punta alle guerre degli ultimi anni. Sono state guerre dal carattere misto, parte guerra convenzionale con impiego massiccio di truppe e mezzi corazzati, parte guerra “espedizionaria” (non so se il termine è ancora in voga), fatta di rapido posizionamento di forze speciali, con forte impiego di mezzi di trasporto rapido e armi speciali, nonché di intelligence elettronica, dai radar ai satelliti. Elettronica militare, avionica, aviazione da combattimento e da trasporto, visori notturni, veicoli blindati ma capaci di rapidi movimenti, elicotteri d’assalto, armi individuali di piccolo calibro ma di grande sofisticazione, razzi, granate, ed esplosivi speciali, ecco le armi che hanno dimostrato grande efficacia nelle guerre espedizionarie e dunque sono comprate sia per prepararsi a usarle offensivamente, sia per essere capaci di contrastarle difensivamente. Per le armi da guerra convenzionale, i costosissimi sistemi maggiori fanno la parte del leone, dai missili ai lanciarazzi pesanti, dai carri da battaglia ai cannoni di medio e grande calibro, dai cacciabombardieri al naviglio da guerra. Va da sé che tali sistemi sono a portata di pochi Paesi tra quelli non produttori, Paesi prevalentemente legati all’economia del petrolio e in grado di pagare in barili qualche decina di miliardi di dollari alla volta.

Vorrei aggiungere che un numero considerevole di costosissimi sistemi d’arma viene infine venduto e importato per ragioni che nulla hanno a che fare con la difesa o la guerra. Vorrei spezzare qui una seconda volta, anche se sono un anti-militarista, una lancia a favore dei “generali” e contro i politici. Qualche volta la loro opposizione si manifesta e abbiamo l’opportunità di vedere ciò che di solito cova sotto la brace. Centinaia di milioni di dollari vengono annualmente buttati al vento per produrre e comprare sistemi d’arma inutili, inadatti alle esigenze dei Paesi che li comprano e delle guerre reali, materiale che i generali non vogliono perché da tecnici preferirebbero avere ciò che serve loro, piuttosto che dei gingilli miliardari che marciranno in qualche hangar o magazzino o da tirar fuori nelle parate. Vengono invece loro imposti dalla “diplomazia”, dai governi in combutta, da politici corrotti dalle regalie generose dei gruppi industriali militari. Di questo “commercio dell’assurdo” pochi parlano, ma in Italia, per esempio, è stata messa fortunatamente in piedi una Campagna contro gli F35, aerei d’attacco multiruolo sui 200 milioni di dollari l’uno che l’Italia sta acquistando in numero considerevole e che non serviranno assolutamente a niente.

RDG: Veniamo all’Italia. La progressione delle vendite (e delle autorizzazioni a vendere) è stata negli ultimi anni assai forte.

SF: La crisi non ha toccato che molto marginalmente il settore delle armi. Pur scontando che l’euro di dieci anni fa aveva un valore più alto dell’attuale, siamo passati da 487 milioni di euro di esportazioni nel 2002 ai 970 miliardi del 2006 e ai 2,8 miliardi del 2010. Il valore delle autorizzazioni firmate nel 2009 (da usare o nello stesso anno o nei tre successivi) hanno raggiunto i 6,7 e nel 2010 si sono attestate sui 3,3 miliardi.

Nel 2010, l’Italia ha venduto le sue armi a 67 Paesi, inclusi Colombia, Egitto, Filippine, Libia, Iraq, Israele, non proprio il tipo di Paesi che hanno bisogno di nuove armi e munizioni.

RDG: Quali prospettive dunque per le spese militari?

SF: Nel 2006, secondo i dati del SIPRI, le spese militari mondiali (Cina esclusa per mancanza di dati certi) assommavano a 1.204 miliardi di dollari. Nello stesso anno l’Italia era nell’ottava posizione mondiale. Nel 2010, le spese militari sono cresciute a 1.630 miliardi. Anche scontando l’effetto dell’inflazione tra 2006 e 2010, si tratta di un considerevole aumento in tempi di crisi economica generale. L’Italia era stimata nella decima posizione mondiale, ma i dati non sono completi e potrebbe verificarsi una salita nelle posizioni una volta acquisiti i dati ufficiali.

Il fatturato militare dei primi 100 gruppi mondiali che operano nel settore degli armamenti, sempre secondo SIPRI, è cresciuto dai 198,3 miliardi di dollari del 2002, ai 293,6 del 2005 e ai 347,4 del 2007 e a 466 miliardi del 2010. Finmeccanica era in decima posizione nel 2003, nona nel 2007, ottava nel 2010 con 14,4 miliardi di dollari di vendite di materiale militare (da 13,2 miliardi nel 2009).

Se si guardano gli ordini del portafoglio dei maggiori esportatori, ordini che si riflettono nelle richieste di autorizzazione all’esportazione, troviamo andamenti che in altri settori sarebbero da boom economico. Nel 2009, i governi dei Paesi dell’Unione Europea hanno firmato autorizzazioni all’esportazione per circa 44 miliardi di euro e nel 2010 per circa 29 miliardi. I gruppi industriali militari della Federazione Russa, secondo fonti del maggior complesso statale per l’import e l’export, avevano nel 2010 circa 40 miliardi di dollari di ordinazioni, cresciute a 45 nel 2011. Gli Stati Uniti, nel 2010, hanno autorizzato licenze per 58 miliardi di dollari (tra accordi governo-governo e accordi commerciali) da espletarsi nei prossimi quattro anni. Nei trend degli ultimi anni vi sono ovviamente alti e bassi ma il trend storico è verso l’alto.

RDG: Cosa si muove nel campo del controllo del commercio di armamenti?

SF: La cosa più notevole è il processo che sta portando a un trattato sul commercio di armi (Arms Trade Treaty) in sede Nazioni Unite. Vi sono state conferenze preparatorie, l’ultima delle quali in febbraio, e vi sarà una conferenza generale in luglio che dovrebbe porre le basi definitive del testo da sottomettere agli Stati. C’è una dura battaglia in corso, su due fronti, in relazione al testo del trattato, o meglio in relazione a ciò che esso dovrebbe includere e monitorare.

Il primo fronte è tra le organizzazioni non governative che si battono per un’ampia copertura di temi (armi/munizioni e servizi, come servizi di brokering, finanziari, e di trasporto, nonché criteri quali la legislazione internazionale umanitaria, i meccanismi di trasparenza, ecc.) e certi Paesi, come USA, Russia, e Cina, che vorrebbero un trattato “minimo”, senza munizioni, senza criteri umanitari, con nessun meccanismo di verifica esterno.

Nelle varie sedute cui ho partecipato negli ultimi anni ne ho sentite di tutti i colori, da diplomatici di sicura incompetenza in particolare, ma in queste cose non sai mai se sono davvero quello che sembrano o lo fanno apposta: una delle tattiche è quella di introdurre nel dibattito falsi temi e false preoccupazioni, onde rallentare o deviare il processo verso discussioni irrilevanti.

Vi è poi un altro fronte, tutto interno alle ONG, alcune delle quali – Oxfam per esempio – dovrebbero piuttosto essere chiamate “organizzazioni pro-governative” invece che non-governative, tanta è la loro foga di accettare (e far accettare) ciò che viene dai loro rispettivi governi, da cui traggono buona parte delle loro risorse. Alcune autentiche ONG si stanno battendo con forza e capacità di mobilitazione, ma l’obiettivo dei governi è quello di avere un trattato all’acqua di rose che non li costringa a cambiare granché e che soprattutto non contenga alcuna norma per l’istituzione di un meccanismo indipendente di verifica sotto la tutela delle Nazioni Unite. C’è però per loro un pericolo: che esperti e organizzazioni con vasto seguito nel mondo denuncino il trattato come irrilevante e di facciata. Sono dunque presi in mezzo tra due possibili esiti. Vedremo come andrà a finire, le iniziative che stiamo portando avanti dovrebbero rendere piuttosto chiari i pericoli di approvare un trattato-farsa e ci sono governi che sono più sensibili e disposti a dare una mano in direzione di un trattato robusto. È un po’ David contro Golia, ma vale la pena tentare. Un buon trattato sarebbe una base per continuare l’azione di controllo e denuncia da una piattaforma più alta.

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