Salvato il quesito unico, referendum confermato

Riforma. Il tribunale di Milano rigetta i ricorsi di Onida e Tani che puntavano a portare la scheda elettorale davanti alla Corte costituzionale

redazione • 11/11/2016 • Politica & Istituzioni • 597 Viste

Tramonta (quasi) definitivamente l’ipotesi rinvio, ma i giudici delle leggi saranno presto o tardi chiamati a valutare la costituzionalità della legge. Intanto però si vota il 4 dicembre

Con due lunghe ordinanze quasi identiche la prima sezione civile del Tribunale di Milano ha rigettato i ricorsi degli avvocati Tani, Bozzi e Zecca e quello del professor Onida, entrambi diretti a portare il quesito del prossimo referendum davanti alla Corte costituzionale. In questo modo ha definitivamente fatto cadere le residue (scarse) possibilità di rinviare il voto sulla riforma costituzionale, che dunque si terrà il 4 dicembre.
E si terrà con il quesito unico, perché per la giudice di Milano Loreta Dorigo frazionare il testo sottoposto all’approvazione degli elettori – separando le domande in modo da non costringere i cittadini a prendere o lasciare tutta la riforma – avrebbe assegnato agli elettori il potere di «scrivere» la Costituzione a loro piacimento, scegliendo cosa mantenere e cosa cancellare della riforma. Potere che la Costituzione assegna solo ai rappresentanti che siedono in parlamento, e non ai rappresentati.

La giudice Dorigo ha sostenuto questa tesi, spingendosi a valutare in profondità la legittimità della legge 352 del 1970 che regola i referendum. Ha così respinto la richiesta di far esprimere i giudici delle leggi, ma li ha sostituiti giudicando sulla costituzionalità in prima persona. Un caso che si sarebbe dovuto risolvere con un giudizio stringato – pertinenza della richiesta ed eventuale non manifesta infondatezza – è stato risolto con un’ordinanza lunga quasi il doppio di quella con cui la Cassazione, nel 2013, portò alla Corte costituzionale la legge elettorale Porcellum. Per iniziativa degli stessi avvocati.
Avvocati che adesso rivedono il film di allora, quando passarono quattro anni tra il primo ricorso contro il Porcellum in un tribunale civile e l’approdo della legge elettorale in Corte costituzionale. Nel frattempo si erano create le condizioni politiche favorevoli alla bocciatura del Porcellum, ma si erano anche eletti tre parlamenti con una legge incostituzionale. Il rischio, adesso, è che si vada a votare per cambiare la Costituzione con un quesito destinato in futuro a essere dichiaro illegittimo. «Qualunque sia il voto che ciascuno di noi esprimerà il 4 dicembre, sarà viziato nella volontà perché ci costringerà a votare No anche alle modifiche che avremmo voluto approvare oppure Sì anche a quelle che avremmo voluto condannare», hanno scritto Claudio Tani, Aldo Bozzi ed Emilio Zecca. Mentre l’avvocato Felice Besostri, associato alla causa, parla di «ordinanza politica». Per l’altro ricorrente, che oltre tutto è stato presidente della Corte costituzionale, Valerio Onida, il tribunale di Milano conferma che il referendum sarà su «una complessiva riforma voluta da un legislatore in funzione costituente, sulla quale l’elettore potrà solo esprimere un complessivo giudizio politico di ratifica al di là del consenso o dissenso sulle singole parti».

Dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum, è diventato difficile per i giudici di merito sbarrare la strada a questo genere di ricorsi in materia elettorale, e così la giudice Dorigo ha detto di no anche per una questione di tempi. Ha in sostanza scritto che l’intenzione dei ricorrenti era quella di tutelare il diritto di voto degli elettori mediante la sospensione del referendum. Ma il referendum è ormai imminente ed «è di palmare evidenza che una pronuncia della Corte costituzionale… (non potrebbe arrivare)… in tempi utili per incidere sul compimento delle operazioni di voto». A questo punto è forse vero, ma non va dimenticato che la citazione firmata da Tani e dagli altri è del giugno scorso. In più l’ex presidente Onida aveva avanzato l’ipotesi che la Consulta potesse sospendere il referendum (così come può sospendere gli atti del governo o delle regioni quando giudica sui conflitti tra loro) ma il Tribunale di Milano ha detto di no anche in questo caso.
Ha detto anche che i ricorrenti interessati a frazionare il quesito avrebbero dovuto rivolgersi all’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione – strada che pure altri (il Codacons prima e i radicali poi) hanno tentato, fin qui invano. Nella battaglia referendaria, la vena giudiziaria si è così quasi del tutto esaurita, anche se le sezioni unite della Cassazione devono ancora pronunciarsi e lo faranno il prossimo 15 novembre, ancora per iniziativa del Codacons. Mentre il Tar del Lazio tornerà a occuparsi della questione (ricorsi dei radicali e ancora di Onida) il 16 novembre e il Consiglio di stato il 1 dicembre, a tre giorni dal voto. Anche contro la decisione del Tribunale di Milano di ieri è in teoria possibile un ricorso direttamente in Cassazione – per saltum – ma dovrebbe essere d’accordo l’Avvocatura di stato e dunque il governo. Altrimenti andrà avanti la causa civile, con prima udienza già fissata il 6 dicembre. Ma avremo già votato.

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