Muro e odio anti-ispanico. Trump non ha inventato nulla

Proprio in Arizona, nella contea di Maricopa, lo sceriffo repubblicano Joe Arpaio, sconfitto solo l’8 di novembre dopo 24 anni di mandato, ha dato a lungo un’idea di come la destra intendesse trattare la sorte dei migranti arrestati, detenuti in gabbia e tende montate in mezzo al deserto

Guido Caldiron, il manifesto • 17/11/2016 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 1940 Viste

Forse il muro con il Messico diventerà una «semplice» barriera e i 15 milioni di irregolari da «rispedire» a casa si ridurranno a qualche milione, eppure su questo punto Donald Trump sembra determinato a tenere fede alle proprie promesse. Se agli operai della Rust Belt che hanno votato per il miliardario non verrà nulla di buono dall’arrivo di qualche pezzo grosso di Wall Street alla guida del Dipartimento del Tesoro, si può essere certi che almeno la minaccia dei messicani «criminali, trafficanti e stupratori», come li aveva definiti Trump, troverà un’adeguata risposta.

Eppure, malgrado siano stati proprio questi propositi razzisti ad indicare fin dall’inizio la “cifra” della corsa del miliardario, sarebbe ingeneroso nonché antistorico attribuire a lui la genesi di tutto ciò. Piuttosto, come accaduto per altri temi evocati nel corso della sua campagna elettorale, The Donald non ha fatto altro che dare voce, in modo questo si brutale e violento, ad una tendenza già emersa in seno alla società americana e che la politica, in modo sostanzialmente bipartisan, ha contribuito in maniera determinante ad alimentare.

L’allarme sociale per i crescenti flussi migratori provenienti dall’America centrale e meridionale, e il conseguente sviluppo di retoriche emergenziali caratterizza il dibattito pubblico statunitense perlomeno dagli anni Novanta. La costruzione di un primo sistema di barriere, una sorta di vero e proprio muro, lungo gli oltre 3000 chilometri di confine tra Messico e Stati Uniti risale infatti al 1994, durante la presidenza di Bill Clinton, quando si arrivò a delimitare poco meno di un terzo della frontiera. Nel 2006, su iniziativa dei repubblicani californiani e con l’appoggio dell’amministrazione di George W. Bush, si deciderà di incrementarne un tratto con reti metalliche e distese di filo spinato, i lavori di completamemto sono proseguiti fino al 2010, due anni dopo che Barack Obama era stato eletto. Del resto, sia lui che Hillary Clinton, insieme ad altri 25 senatori democratici, avevano votato in favore della norma che prevedeva qui lavori.

Durante la presidenza Obama, che ha proseguito nell’opera di espulsione degli «irregolari» inaugurata da Bush, oltre 2 milioni e mezzo tra il 2008 e lo scorso anno, la militarizzazione del confine, dove ogni anno trovano la morte migliaia di persone, è inoltre proseguita senza sosta fino a fare di questi luoghi i più controllati del mondo con telecamere, sensori elettronici e perfino droni e tecnologia militare di ritorno dai fronti di Afghanistan e Iraq, messi a disposizione delle pattuglie della Border Patrol. Se i democratici hanno in gran numero sposato questa linea solo in apparenza esclusivamente «pragmatica» della questione, i repubblicani ne hanno fatto dal canto loro un tema identitario centrale nel processo di radicalizzazione che ha scosso il partito nell’ultimo decennio, anche grazie alla nascita dei Tea Party, e che ha ridestato i peggiori fantasmi del nativismo.

Già nel 2004 Samuel Huntington, lo studioso conservatore teorico dello «scontro di civiltà» tra Islam e Occidente, pubblicò un libro, Who Are We?, Chi siano noi?, in cui interrogandosi sul destino dell’identità americana metteva in guarda sul fatto che la massiccia immigrazione ispanica avrebbe stravolto per sempre il volto del paese.
In molti Stati del sud-ovest proprio questo tipo di preoccupazioni sarebbero diventate centrali per gli esponenti più oltranzisti del Gop come per i gruppi radicali. Epicentro di questa tendenza è stata a lungo l’Arizona la cui governatrice Jan Brewer firmerà nel 2010 una legge, nota come Arizona SB 1070, poi impugnata dalla Corte Suprema che nei fatti concedeva alla forze dell’ordine «libertà di abuso» verso i sospetti «clandestini». Una norma cui si sono poi ispirati, con analoghe proposte, i politici repubblicani di Pennsylvania, Rhode Island, Michigan, Minnesota, South Carolina, Indiana, Georgia e Alabama.

Proprio in Arizona, nella contea di Maricopa, lo sceriffo repubblicano Joe Arpaio, sconfitto solo l’8 di novembre dopo 24 anni di mandato, ha dato a lungo un’idea di come la destra intendesse trattare la sorte dei migranti arrestati, detenuti in gabbia e tende montate in mezzo al deserto. Mentre nelle stesse zone agiscono da tempo i gruppi paramilitari dei Minuteman, grandi sostenitori di Trump, un mix tra milizie patriottiche e suprematisti bianchi che pattugliano armati la frontiera.

In questo clima, con qualche eccezione, il Partito repubblicano ha boicottato il pur timido piano proposto da Barack Obama per bloccare almeno l’espulsione dei genitori di figli nati negli Stati Uniti. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, spesso definito un «moderato» e contrapposto a Trump, il giorno della bocciatura ha parlato di una grande vittoria contro «gli abusi costituzionali di Obama».

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