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Ammissione della Nato: «Il cambiamento climatico è un moltiplicatore di minacce»

Le conclusioni della ricerca «Food and water security in the Middle East and North Africa»

Luca Fazio, il manifesto • 1/6/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Studi, Rapporti & Statistiche • 514 Viste

Il rapporto. Le conclusioni della ricerca «Food and water security in the Middle East and North Africa» sono senza appello: «Cibo, acqua e clima sono intimamente connessi con i settori dello sviluppo economico, la demografia, l’energia, gli ecosistemi e la pianificazione urbana»

Il presidente degli Stati uniti, per sua natura, poiché le determina da più di mezzo secolo, dovrebbe essere in sintonia con le politiche della Nato (e viceversa). Fa eccezione Donald Trump, che sicuramente non ha ancora avuto il tempo di commentare o liquidare con un tweet il nuovo rapporto pubblicato dal Comitato scienza e tecnologia dell’Assemblea parlamentare della Nato.

Ha per titolo Food and water security in the Middle East and North Africa e le sue conclusioni sono senza appello: «Cibo, acqua e clima sono intimamente connessi con i settori dello sviluppo economico, la demografia, l’energia, gli ecosistemi e la pianificazione urbana, per citare solo alcuni settori correlati. La comunità internazionale deve incrementare il mercato alimentare internazionale per aumentare la stabilità dei prezzi e la disponibilità. Ultima cosa, ma non meno importante, le parti che hanno ratificato l’accordo di Parigi sul clima del 2015 devono rispettare tutti i loro impegni, anche per quanto riguarda i finanziamenti per il clima per i paesi in via di sviluppo».

L’interesse è strategico dal punto di vista militare, perché il cambiamento climatico, dice il rapporto, è un «moltiplicatore di minaccia» che può far esplodere le zone più instabili del pianeta, come il Medio Oriente e il Nord Africa. Alle stesse conclusioni, nel 2014, era arrivato anche il dipartimento della Difesa degli Usa.

Peter Gleick del Pacific Institute, uno degli autori del rapporto Nato, sostiene che «queste preoccupazioni sono state identificate anche da esperti di intelligence e militari degli Stati uniti e dovranno essere prese in considerazione nelle eventuali valutazioni delle priorità di sicurezza nazionale e delle azioni per il futuro». Dana Nuccitelli, scienziato ambientale del Bulletin of the Atomic Scientists, sostiene che questa consapevolezza – a parte Trump – ormai è condivisa anche dalle organizzazioni militari e per la sicurezza e dalla maggioranza dei cittadini americani. Eppure, «molti dei nostri leader politici non sembrano afferrare i concetti base della gestione del rischio, o il fatto che il cambiamento climatico stia già esacerbando i problemi che preoccupano i leader politici, come la crisi dei rifugiati».

Se l’inconsapevolezza ormai si nutre solo con la propaganda dell’industria dei combustibili fossili che punta a ridimensionare la pericolosità delle emissioni inquinanti, un’altra ricerca appena divulgata forse spiega perché la politica fatica a passare dalle parole ai fatti. Secondo il rapporto Global 100 greenhouse gas performance: new pathways growth and leadership, pubblicato il 17 maggio dalla Thomson Reuters, le 100 aziende più impattanti a livello mondiale nel 2015 hanno prodotto 28,4 miliardi di tonnellate di CO2eq (è l’unità equivalente che permette di pesare insieme le emissioni dei vari gas serra che hanno diversi effetti sul clima). Si tratta del 25% delle emissioni dei gas serra prodotti ogni anno dai 7 miliardi di abitanti del pianeta. Ci sono anche nomi. Prima classificata è la Coal India, una società indiana che estrae carbone (oltre 2 miliardi di tonnellate di CO2 emesse nel 2015). Poi la Pisc Gazprom, società russa che estrae, produce, trasporta e vende gas (1,2 miliardi di tonnellate). Terza classificata ExxonMobilCorporation, la multinazionale americana del petrolio che ha superato il miliardo di tonnellate. Tra le aziende europee figurano la multinazionale anglo-olandese Royal Dutch Shell Plc, la francese Total e – al quattordicesimo posto – l’italiana Eni. Nelle top 30 ci sono anche Toyota, Volkswagen e Honda.

Più che la politica, forse, sono le aziende stesse che potrebbero avere interesse a puntare sulla sostenibilità: per fare business. Questa è la nota positiva. Mettendo in correlazione gli introiti di queste multinazionali e le loro emissioni inquinanti, si vede che i ricavi sono proporzionali alle tonnellate di veleni riversate nell’aria ma non l’utile netto (da cui dipende il valore del titolo azionario). Significa che per gli azionisti il valore di un’azienda non viene intaccato dall’avvio di processi industriali che puntano sull’innovazione per abbattere le sostanze inquinanti. Anzi. Il capitalismo non sarà mai verde, ma può avvelenare un po’ meno.

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