Il muro con il Messico si farà, Trump smentisce persino la Casa bianca

Zittito via tweet il capo dello staff che aveva appena annunciato la rinuncia alla barriera anti immigrati al confine con il Messico

Marina Catucci • 19/1/2018 • Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 983 Viste

Arrestiamo umani. «Shithole countries», il presidente Usa si accanisce contro Haiti: stop ai visti per i lavoratori stagionali

Con due tweet Trump ha ribadito ieri la sua posizione riguardo il muro al confine col Messico: il muro è un muro a tutti gli effetti e a pagarlo saranno i messicani. Niente di sorprendente in queste affermazioni di «The Donald» se non fosse che smentiscono quelle dell’ex generale dei marine John Kelly, capo dello staff della Casa bianca, l’uomo a cui si deve la cacciata dall’entourage del presidente dell’ideologo del suprematismo bianco Steve Bannon.

POCHE ORE PRIMA Kelly aveva affermato che il muro fra Stati uniti e Messico non si sarebbe fatto, cercando di rettificare Trump in modo garbato. «Quando promise il muro, Trump non era adeguatamente informato – aveva affermato Kelly – ora invece il presidente si è evolutosull’argomento».

La dichiarazione di Kelly doveva servire a rassicurare un gruppo di parlamentari democratici del Congressional Hispanic Caucus incontrati a porte chiuse e sembrava che Kelly fosse riuscito a convincere «The Donald» riguardo la necessità di un accordo bipartisan sull’immigrazione, invece che di un muro, e che questo accordo sarebbe stato possibile solo abbandonando il progetto di una barriera costosa, controversa e che soprattutto il Messico non ha nessuna intenzione di pagare.

Trump sembrava convinto e aveva rilasciato dichiarazioni rassicuranti a un gruppo di parlamentari sia repubblicani che democratici, affermando che una barriera lungo tutto il confine non sarebbe necessaria, in quanto molti punti sono, per cause naturali, invalicabili. Poi, evidentemente, ha cambiato idea.

MA NON È SOLO LA CORIACEA idea del muro col Messico, definito da Trump «il Paese più pericoloso al mondo», ad essere al centro del giro di vite del presidente Usa, che è tornato ad occuparsi di Haiti. A una settimana di distanza dall’avere definito l’isola uno shithole country, un «cesso di paese», Trump de facto ribadisce che gli haitiani non sono immigrati graditi, e lo fa cominciando a bloccare i visti di lavoro temporanei e poco qualificati per i cittadini di Haiti, gli H-2A e H-2B per i lavori stagionali e agricoli.
L’amministrazione Trump ha giustificato la cosa dicendo che gli haitiani hanno già un alto tasso di visti di questo tipo così come gli immigrati che provengono dal Belize e da Samoa.

Dal 2012, cioè da quando l’amministrazione Obama aveva dato il permesso di farlo, stando ai dati del Department of Homeland Security (Dhs), Il dipartimento della sicurezza interna americana, solo poche dozzine di haitiani sono entrati negli Stati Uniti con visti H-2A per lavoro agricolo, 65 nell’anno fiscale 2016, e 54 tra marzo e novembre 2017. Il numero di haitiani entrato nel 2016 con visti H-2B, per lavoro stagionale non agricolo, invece, risulta essere più di zero, ma, sempre secondo il Dhs, troppo basso per essere riportato.

Diciamo che sono numeri difficilmente accostabili al concetto di “invasione”.

BELIZE E SAMOA sono state rimosse dagli elenchi, invece, per rischi derivanti dalla tratta di esseri umani e per non aver rimpatriato a proprie spese i cittadini che erano stati espulsi dagli Stati uniti.

Questa mossa dell’amministrazione Trump sembra, più che una decisione neutrale, una presa di posizione razzista, perché è difficile dimostrare che qualche decina di haitiani e poche persone provenienti da Belize e Samoa non possano essere assorbiti da un paese di 360 milioni di abitanti.

Trump al momento non sembra intenzionato a spiegare questa decisione, forse perché impegnato nel sondaggio autogestito del Fake News Media Award, la classifica da lui stilata delle testate Usa a suo dire più bugiarde.

A vincere è stato un editoriale del premio Nobel per l’Economia 2008, Paul Krugman, uscito sul New York Times, seguito dall’articolo del reporter investigativo Brian Ross, poi sospeso per un mese dalla rete, che aveva erroneamente affermato al canale televisivo Abc che l’allora candidato repubblicano alla Casa bianca aveva dato ordine a Michael Flynn (per 24 giorni suo consigliere per la Sicurezza nazionale), di contattare i russi, mentre l’incarico era stato assegnato da Trump solo una volta eletto, in qualità di presidente degli Stati uniti d’America.

Al terzo posto si è piazzata la Cnn per aver fornito notizie «imprecise» su WikiLeaks.

FONTE: Marina Catucci, IL MANIFESTO

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