Controllo con tornelli e impronte digitali alla mensa dei poveri del Cottolengo di Torino

Controllo con tornelli e impronte digitali alla mensa dei poveri del Cottolengo di Torino

TORINO. Tutta nuova e ancora in fase sperimentale. La nuova mensa del Cottolengo, dopo una chiusura di cinque mesi, è stata riaperta. Le novità non riguardano soltanto gli ambienti, immacolati, colorati, accoglienti, con aria condizionata e ampio spazio per un’eventuale attesa. Anche il modo di accedere a via Andreis 26 è tutto nuovo. «Una rivoluzione necessaria, per dare dignità alle persone», avevano spiegato alla Piccola Casa prima della ristrutturazione. Il nuovo corso ha però lasciato con l’amaro in bocca alcuni volontari che dopo decenni di militanza dietro al bancone, con dolore hanno dato forfait. «Non è più lo stile del Cottolengo di prima, è un servizio che ora manca di calore, prima si accoglieva chiunque ora tutti devono essere registrati. E si butta il cibo non utilizzato» è la sintesi delle motivazioni che li hanno fatti desistere.

LE REGOLE
«Casa accoglienza», così si chiama l’insieme dei servizi per i senza dimora e poveri, include mensa, servizio guardaroba, docce e ascolto. Ed è dall’ascolto che ora si deve incominciare. Nicoletta Lilliu, assistente sociale, sta procedendo con i colloqui: un backstage necessario. Via via che le persone si presentano con un documento, espongono le loro necessità, vengono autorizzate ad entrare. Prima ogni giorno se ne presentavano 400 circa, in questo momento sono meno di 100, con la possibilità di triplicare. «Cerchiamo di capire se il bisogno è della mensa o di altro. Dalla Caritas sappiamo che il 30 % di chi mangia nelle mense la casa ce l’ha, difficile è capire se fatica ad arrivare alla fine del mese o se ci va per vincere la solitudine». L’autorizzazione è essenziale per varcare i pesanti tornelli metallici a tutta altezza: il lettore deve riconoscere l’impronta digitale. «Temevamo fosse un problema, invece gli ospiti sono contenti – dice Luana, coordinatrice, già responsabile della mensa di Stazione Termini -: chi vive per strada ha sempre timore di perdere i documenti».

VIVIBILITA’ E LEGALITA’

I mesi di chiusura e il dialogo con le mense diocesane che hanno sostituito la mensa cottolenghina, hanno fatto comprendere molte cose. A cominciare dalla riduzione dello spaccio nelle vie intorno. «Tra le persone che venivano qui ci sono anche tossicodipendenti. Il fatto è che prima, purtroppo, nella folla si infilavano anche spacciatori. Ora c’è una porta d’ingresso e una di uscita, entrambe con i tornelli», spiega fratel Giuseppe Visconti, superiore dei Fratelli. Ma c’è dell’altro. «Quando via Andreis ha chiuso, in settembre, delle circa 400 persone che ogni giorno la frequentavano, solo 250 hanno chiesto di poter andare nelle mense-sostitute. In realtà se ne sono poi presentati solo 140. Questo significa qualcosa, e comunque che a Torino il cibo non manca». Qui, poi, il sabato, si arrivava a distribuire 500 pasti. «Venivano a mangiare i venditori del mercatino dei Molassi», spiega l’assistente sociale. Ora non potrà più succedere. E forse anche un certo numero di immigrati irregolari non si presenterà più per timore di identificazione. «Noi non abbiamo collegamenti con le forze dell’ordine, ma chi viene qui deve essere identificato».

CONTRO GLI ABUSI

Anche il nuovo coordinamento in rete con le altre mense, attraverso la Caritas, scoraggerà gli abusi. «Oggi le persone che vengono qui sono più serene, le tensioni di prima sono sparite». Ma lo spreco di cibo di cui parlano i volontari? «Ora abbiamo tutte le autorizzazioni dell’Asl – spiega Luana – e non possiamo conservare il fresco che resta sulla linea del self service». L’accoglienza razionata? «Ieri è arrivato l’uomo a cui avevano dato fuoco nei giardini, era stato dimesso dall’ospedale e aveva bisogno. È entrato subito. Se c’è un’urgenza, una necessità ci siamo sempre. L’obiettivo di questa ristrutturazione era di andare incontro ai problemi delle persone per cercare delle soluzioni. C’è chi lavora e ha bisogno di orari flessibili, chi ha bisogno di un centro diurno, chi di vestiti. Anche per i bambini».

Fonte: MARIA TERESA MARTINENGO, La Stampa



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