I turchi conquistano Afrin. «Con loro anche jihadisti», accusano i kurdi

Migliaia di morti. Erdogan trionfante: avanzerà su Kobane

Lorenzo Cremonesi • 19/3/2018 • Copertina • 407 Viste

Da ieri mattina la bandiera turca sventola sulla piazza centrale della città curda-siriana di Afrin. Recep Tayyip Erdogan ha voluto annunciarlo lui stesso, deridendo i «terroristi curdi che fuggono con la coda tra le gambe» tra le macerie della battaglia. Ma i suoi toni sarcastici non possono nascondere la lentezza delle operazioni. All’inizio dell’offensiva, lo scorso 20 gennaio, il presidente turco prometteva che sarebbero stati sufficienti «pochi giorni» per avere ragione delle milizie curde siriane, che lui accusa di essere legate ai separatisti radicali del Pkk, il Partito dei Lavoratori curdi in Turchia. Sono stati invece necessari due mesi di combattimenti.

I curdi che abbiamo incontrato sul fronte ammettono tra gli 800 e mille combattenti morti. Ma sostengono che i civili uccisi sarebbero oltre mille e i caduti nemici almeno il doppio, in maggioranza nelle milizie sunnite siriane al soldo di Ankara. L’Osservatorio per i Diritti Umani in Siria segnala 285 civili morti. Erdogan parla di 3.603 «terroristi neutralizzati». Le organizzazioni umanitarie contano oltre 150.000 profughi (in maggioranza curdi) in fuga. E il futuro non promette nulla di buono.

I curdi annunciano guerriglia. «Le nostre forze restano nella regione, attaccheranno i nemici. Saremo un incubo continuo», dichiara Othman Sheikh Issa, uno dei dirigenti di Afrin riparato nei villaggi limitrofi. Anche i militari turchi sono consapevoli che non è finita: «La campagna continuerà sino a che l’intera regione di Afrin non sarà sicura. Comunque i corridoi di accesso alla città sono ormai chiusi per i terroristi», afferma un portavoce, Bekir Boszdag.

Il successo turco rilancia vecchie domande. Cosa farà adesso Erdogan? Allargherà l’offensiva a Est verso Manbij, dove si trovano anche le unità Usa impegnate con gli alleati curdi nella guerra all’Isis? Lancerà le sue truppe a oriente dell’Eufrate verso Kobane e il cuore dell’enclave autonoma curda? Ma come reagirà il regime di Assad, alleato di Russia e Iran, che un mese fa aveva inviato unità irregolari al fianco dei curdi ad Afrin? E come replicheranno gli americani, da una parte impegnati a garantire i curdi, dall’altra desiderosi di limitare gli attriti con uno degli eserciti più importanti della Nato?

Sono questioni chiave. Fanno parte integrante dell’enigma Siria a sette anni dallo scoppio della guerra civile, proprio mentre Assad sta facendo piazza pulita dei nidi di resistenza nella zona di Ghouta, alle porte di Damasco, al prezzo di indicibili sofferenze per la popolazione. I dirigenti curdi non nascondono la loro ferma intenzione di resistere all’offensiva turca puntando sul loro ruolo centrale nella lotta contro Isis e nel rafforzamento dei legami con il regime. Anche per questo motivo pochi giorni fa ci hanno fatto visitare il Centro dell’antiterrorismo nella base della loro intelligence a Derik, sulla strada tra Qamishli e il confine iracheno. «Abbiamo prove incontrovertibili sul fatto che i militari turchi stanno utilizzando pericolosi militanti di Isis inquadrati nelle milizie che combattono contro di noi ad Afrin. Abbiamo mostrato ad alcuni tra i 5.000 jihadisti chiusi nelle nostre carceri i filmati delle ultime battaglie e loro hanno riconosciuto con certezza almeno 27 loro compagni di Isis con le unità turche», racconta il 40enne Aval Adnan, massimo responsabile a Derik. Nel carcere ci fanno parlare con due militanti Isis.

Il primo si presenta col nome di battaglia, Saleh, 20 anni, originario della cittadina turca di Gaziantep e catturato dai curdi presso Raqqa dieci mesi fa. Sostiene: «In Turchia noi di Isis avevamo vita facile. Nei nostri centri islamici eravamo liberi di reclutare militanti locali e stranieri destinati a combattere in Siria».

Il secondo, nato ad Ankara 44 anni fa, dice di chiamarsi Ogoshan Imra e avere svolto importanti ruoli nelle strutture sanitarie di Isis, prima di essere arrestato a Deir el Zor in dicembre. Afferma: «Posso ribadire con certezza che le autorità turche hanno sempre aiutato l’Isis in Siria. Con 40 compagni ho attraversato il confine nell’agosto 2014 per poi raggiungere Raqqa. Anche le medicine arrivano regolarmente dalla Turchia».

FONTE: Lorenzo Cremonesi, CORRIERE DELLA SERA

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