L’allarme Unhcr: muore in mare un migrante su sette, un anno fa era uno su 38

È l’effetto della chiusura dei porti di Italia e Malta alle Ong

Alessandra Ziniti • 7/7/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 386 Viste

Unhcr e Oim fanno la conta dei naufragi segnalati dai superstiti riportati a terra e il pallottoliere della morte segna numeri da ecatombe. Solo a giugno dieci naufragi, 557 vittime, quasi un terzo di tutte quelle dell’anno che hanno superato quota 1.400. Uno su sette dei migranti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo non ce l’ha fatta, una percentuale altissima considerato che a giugno del 2017 il rapporto era di uno su 38 e che la diminuzione dei flussi ha toccato l’80 per cento.

«Quanti piccoli vengono sterminati! Ci troviamo a piangere migliaia di morti » , il rammarico di Papa Francesco che ieri, nella messa celebrata davanti a una folta delegazione di migranti e delle Ong a cinque anni dalla sua visita a Lampedusa, ha puntato l’indice contro i « troppi silenzi » condannando la politica che «costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti».
Un intervento a cui fa eco l’appello dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite per la ripresa immediata dei soccorsi delle Ong nel mar Mediterraneo perché quello che raccontano i dati è che l’aumento vertiginoso di vittime delle traversate corrisponde allo stop forzato delle navi umanitarie a cui Italia e Malta hanno chiuso i porti. Ormai da diversi giorni in mare non c’è più nessuna nave umanitaria, alla Guardia costiera italiana è stato ordinato di arretrare e di lasciare il coordinamento delle operazioni a Tripoli ma — denuncia Roberto Mignone, rappresentante dell’Unhcr in Libia — «la guardia costiera libica ha mezzi limitati: è difficile che riescano da soli a salvare tutte le persone che prendono il mare. Per questo motivo il ruolo delle Ong e di tutti gli altri attori è fondamentale».
Situazione drammatica in mare e difficilissima anche a terra perché l’alto numero di migranti intercettati dalla Libia ( quasi 10.000 dall’inizio dell’anno) ha reso invivibili le condizioni dei centri in cui i migranti vengono riportati. «I centri di detenzione libici sono già sovraffollati,l’aumento degli sbarchi peggiora la situazione che rischia di diventare esplosiva», è la preoccupata analisi di Mignone che annuncia per il mese di agosto l’apertura a Tripoli di un centro per il trasferimento in sicurezza di richiedenti asilo capace di accogliere fino a mille migranti. Lì verrà verificata l’esistenza dei requisiti per ottenere protezione internazionale e chi ne avrà diritto verrà trasferito in Niger in attesa della redistribuzione nei Paesi europei.
Ed è questo l’altro anello debole della catena che — è la denuncia dell’Unhcr — rischia di trasformare proprio il Niger in un “collo di bottiglia”. Anche qui i numeri sono impietosi: sono 52.000 i rifugiati e richiedenti asilo già registrati dall’Unhcr in Libia. «Noi abbiamo la capacità di evacuare dalla Libia al Niger mille persone al mese ma se l’Europa non li accoglie, il sistema rischia di collassare». Sulla carta i posti messi a disposizione per il 2018 sono 4.000, nella realtà gli accolti sono stati solo 200.

Fonte: Alessandra Ziniti, LA REPUBBLICA

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