Ritorno a Kobane – parte 3

A Kobane e nei suoi villaggi convivono autoctoni curdi e arabi, ma anche i profughi provenienti da Afrin o da Raqqa

Patrizia Fiocchetti, Diritti globali • 26/7/2018 • Contenuti in copertina, Global Rights • 168 Viste

Partire da questa terra non è semplice. Appena ci si muove lasciandosi Kobane alle spalle, il senso di smarrimento è tangibile. Quello che si riceve in termini umani e politici è molto più di ciò che si è donato con i fondi per la ricostruzione: si è stati accolti da una comunità in cui le differenze sono ricchezza e la solidarietà è l’asse portante nel ciclo vitale che rende l’esperienza del Rojava unica nella storia contemporanea.

Accoglienza, differenza, solidarietà. Parole offese e svilite nella nostra realtà, nella regione dell’Eufrate sono in pieno rigoglio, radicate nella pratica quotidiana della cura dell’altro in cui confini, barriere fisiche o concettuali non trovano patria.

A Kobane e nei suoi villaggi convivono autoctoni curdi e arabi, ma anche i profughi provenienti da Afrin o da Raqqa che sono inseriti nella vita collettiva poiché di essa sono parte attiva e responsabile per correggerla e migliorarla.

In questa area nacque la prima forma di società umana organizzata, una comunità matriarcale che accoglieva e ridistribuiva i doni del raccolto, e sempre qui le donne si sono riappropriate del proprio ruolo evolutivo rendendolo rivoluzionario.

 

            L’Akademiya delle donne. Il senso di un progetto condiviso – 15 -18 giugno 2018

 

Il 17 giugno 2018 sarà difficile da dimenticare, soprattutto per Carla Centioni amica e presidente dell’Associazione Ponte Donna di Roma con cui sono venuta in viaggio: è il giorno dell’inaugurazione dell’Akademiya delle donne, progetto finanziato dal fondo dell’otto per mille della Chiesa Valdese con la partecipazione della Provincia autonoma di Bolzano, per cui Carla si è impegnata in prima persona dal 2015 fin dopo il nostro rientro dalla missione a Kobane. Del progetto di ricostruzione fa parte anche Uiki e il Reconstruction board (Comitato di ricostruzione), entrambi rappresentati da Ozlem Tanrikulu.

E’ mattina, l’entrata è già affollata di donne, uomini, bambini e giornalisti. In molti si soffermano a guardare l’insegna che troneggia sul frontone posto sopra il portone d’ingresso. Sfondo viola e immagine di una giovane sorridente a lato della scritta “Akademiya S. Silan Kobane”, in cui “S.” sta per shahid martire e Silan è il nome della prima martire della città di Kobane (uccisa nel Kurdistan iracheno), a lei l’Akademiya è stata dedicata.

Arrivano le rappresentati politiche del cantone: la co-presidente accompagnata dalla ministra per le donne; la co-sindaca insieme alla sorella che conoscemmo a Suruc nel febbraio 2015; esponenti del Kongreya Star (Movimento delle donne) e della Fondazione delle donne di Kobane. Sorrisi e vociare a sottolineare la gioia per l’evento.

Arjin, nominata responsabile dell’Akademya dal movimento femminile del cantone, si avvicina a Carla insieme ad una signora avanti con gli anni e vestita in abiti tradizionali con foulard bianco sul capo. “Ti presento la mamma di Silan” e Carla l’abbraccia sorpresa e commossa.

Tutte e tre insieme si avviano verso l’ingresso dove le attende il nastro inaugurale. Le mani unite sopra quelle della madre di Silan che stringe le forbici e taglia la striscia gialla e fucsia tra i zagharid ben auguranti e i flash delle macchine fotografiche.

Ricostruire la casa delle donne bombardata dal Daesh nel corso dell’attacco al cantone, sembrava un “progetto utopico quasi impossibile da realizzare” ricorda Carla nel suo intervento al convegno che si tiene subito dopo l’inaugurazione. “E’ stato il frutto di una determinazione che è nella natura delle donne”. Ostacoli e difficoltà impreviste sono stati superati: “Spero che una volta che le frontiere saranno riaperte, sarà possibile a tante delegazioni internazionali venire qui all’Akademiya delle donne di Kobane ad imparare da voi”.

Le rappresentanti delle istituzioni e associazioni di Kobane si alzano una ad una dando la propria testimonianza sull’importanza che quel luogo acquisisce ai loro occhi. Le parole della ministra per le donne, in particolare sono rivelatrici: “Tutte le donne che qui sono giunte e mantengono le promesse fatte, diventano partecipi di un legame concreto per noi imprescindibile”. Le donne come costruttrici di ponti, ogni millimetro della casa ne è testimone tangibile.

Tra gli applausi e i ringraziamenti a Carla e ad Ozlem si scioglie il consesso e mentre al piano terra ci si sofferma a guardare le copie esposte sulle pareti di legno bruno delle più di 70 opere che artisti italiani e internazionali hanno dedicato all’Akademia rispondendo ad un’iniziativa lanciata da Ponte Donna nel 2016, Arjin sorridente informa che l’apertura dei corsi è fissata per il prossimo 25 giugno, anche se il primo piano destinato alla foresteria deve essere ancora ultimato.

Ci mostra il programma: i diritti delle donne, ginealogia, sociologia della liberazione… “Per il momento partiranno solo quelli destinati alle donne, ma ci stiamo organizzando per quelli rivolti anche agli uomini”, a ribadire il senso della formazione come inclusione e cambiamento.

L’Akademiya appare come la casa madre dei tanti centri per le donne che si trovano in ogni quartiere di Kobanè e in ogni villaggio che ne compone il cantone, ricostituiti immediatamente dopo la cacciata delle milizie nere dal territorio, quali urgenza di un sistema che non era stato sradicato dall’attacco barbaro bensì era stato artefice della vittoria su di esso.

E mentre a Roma e in Italia uno dopo l’altro i luoghi delle donne sono sotto sfratto e chiudono, cancellati con un unico colpo burocratico dimentico del percorso di anni a riempire i vuoti delle istituzioni, nel lontano Rojava le donne ricostruiscono, edificano luoghi di studio inclusivi e sperimentano comuni aperte.

 

Jinwar – Il villaggio delle donne

 

Il colpo d’occhio è suggestivo. L’azzurro del cielo reso più potente dal sole di mezzogiorno su una terra rosso mattone punteggiata da basse costruzioni tradizionali in una tonalità più scura poste a semicerchio di un’ampia struttura centrale. Se Jinwar è il “luogo delle donne” la natura ne è il terreno costitutivo.

Ci siamo lasciati alle spalle Qamishlo e siamo sulla strada del ritorno verso il nostro mondo. Il paesaggio che ci accoglie fa parte dell’ultima tappa di questo viaggio ricco di emozioni, riconsegnandoci l’altro caposaldo del Confederalismo democratico: vivere all’insegna del rispetto dell’ambiente.

Ad accoglierci Nujin, una giovane tedesca di 27 anni membro del comitato costitutivo del villaggio. Ci sediamo sulle panche, acqua fresca a dissetare mentre gli occhi vagano sul lavoro di operai alle prese con la terra da cui trarranno i mattoni per le case e sul verde dei campi e del frutteto.

“Oggi trovate solo me” – ci dice Nujin sorridendo – “Le altre sono a Kobane per i colloqui di selezione delle donne che hanno chiesto di entrare a Jinwar”. Sono in molte ma i criteri sono accurati: la precedenza l’avranno le vedove di caduti in battaglia, le vittime di violenza in ambito famigliare e coloro motivate ad intraprendere questa strada.

L’idea di un luogo che le donne potessero edificare con le loro proprie stesse mani risale al 2015. Nel 2016 si formò il comitato in cui erano rappresentate le diverse associazioni femminili del Rojava, il cui obiettivo era sancire i principi sulla base dei quali un’esperienza di tal portata avrebbe avuto vita. Il 25 novembre dello stesso anno, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, nel corso di una conferenza stampa è stata data la notizia del progetto.

“Il corpo centrale era pre-esistente ed è utilizzato come spazio comune”. Le pareti sono affrescate con simboli femminili. Uno in particolare attira l’attenzione: una figura femminile con i palmi delle mani rivolti verso l’alto da cui si ergono alberi in miniatura. “Le abitazioni in tutto saranno 30. Quindi verrà costruita una scuola per bambini, un’accademia che per alcuni corsi sarà aperta anche agli uomini, e un centro di medicina naturale. Si vivrà in maniera ecologica”.

Nuclei famigliari, come d’altra parte uomini singoli, non saranno ammessi ad abitare a Jinwar, ma una donna sposata che decida di trasferirsi con o senza figli lo potrà fare. “Si vuole sperimentare un nuova idea di relazioni anche e non solo nell’ambito del rapporto di coppia, che contemplino la scelta da parte della donna di un modello di vita indipendente, al di là di sentimenti e obblighi, che metta al centro i termini di una società libera da costruire”.

La natura, il rapporto quotidiano diventa elemento centrale. “Lavorare con essa significa viverla come fonte di evoluzione. Nell’accademia si terranno corsi di economia legata all’ecologia. La terra, l’acqua e il grano sono essenziali per creare quei mattoni che costruiranno le nostre case. E i frutti entreranno nell’economia di Jinwar, per il nostro sostentamento e la vendita ai mercati nei villaggi vicini”.

Nujin ci guida in una breve escursione del luogo delle donne: la zona dove sono ad essiccare i mattoni; il cantiere dell’accademia con di fronte la piscina “le donne non hanno un posto dove andare a nuotare. Pertanto, l’abbiamo costruita. L’acqua verrà poi utilizzata per i campi”; la terrazza posta a copertura della casa patronale (matronale, meglio).

Quando scendiamo, ad attenderci una donna con un abito tradizionale a fiori. “Prima di iniziare i lavori, una volta che il terreno fu dichiarato libero e ci fu concesso dall’amministrazione locale, andammo a parlare con le famiglie dei vari villaggi limitrofi. Con uomini e donne per spiegargli il senso del progetto e che erano benvenuti se volevano aiutarci” spiega Nujin. “Lei ha nove figli e un marito. Ci ha chiesto subito se poteva venire e darci un aiuto. Ora fa parte del comitato, arriva la mattina presto e la sera torna a casa sua. Anche i suoi figli vengono da noi a lavorare e il marito si occupa quando può, dei campi. Non abiterà qui ma ne è parte integrante”.

Anche nel luogo delle donne l’inclusione e l’apertura verso l’altro sono realtà concrete, e mentre ci accomiatiamo domandiamo a Nujin se, nel caso di troppe richieste, pensano di trasformare il villaggio delle donne in una città delle donne. Ride. “In quel caso si dovrà pensare a costruire una Jinwar in un’altra zona del Rojava”.

Tanti luoghi delle donne, magari edificati in diverse aree del mondo.

 

Patrizia Fiocchetti – 25 Luglio 2018

 

Qui la prima parte del reportage

Qui la seconda parte

Guarda qui la galleria fotografica

 

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