Zehra Dogan: «Caro Banksy, ti scrivo dalla cella Ma grazie a te adesso sono forte»

Lui l’aveva ritratta: l’artista curda gli risponde

Zehra Dogan * • 19/7/2018 • Diritti umani & Discriminazioni • 334 Viste

Con un post «scomodo», due anni fa, è iniziato il calvario di Zehra Dogan; con uno scatto su Instagram, oggi, l’artista e giornalista turco-curda si prende la sua piccola rivincita contro le autorità di Ankara. Arrestata nel luglio 2016 a Nusaybin, la piccola città al confine con la Siria dove viveva e lavorava, nel marzo 2017 Dogan fu condannata a due anni e dieci mesi di carcere. La sua colpa: aver postato sui social media una foto del dipinto con cui raccontava la distruzione della cittadina a maggioranza curda da parte delle forze di sicurezza turche. Un’opera d’arte evocativa: ma per la giustizia di Ankara una prova sufficiente della sua collusione col Pkk e uno strumento di diffusione della sua «propaganda terroristica».

Un anno dopo, a marzo 2018, l’artista britannico Banksy svela un enorme murale a lei dedicato, nel Lower Est Side a New York. Sotto al graffito, che mostra Dogan intrappolata dietro una fila infinita di sbarre, ma con una matita ben stretta in pugno, campeggia la scritta «Free Zehra Dogan».

Una dimostrazione di solidarietà giunta fino al carcere di Diyarbakir dove la giornalista sconta la sua pena. Da qui Dogan è riuscita ad aggirare i filtri di sicurezza e scrivere a Banksy per ringraziarlo del suo impegno. Una lettera, pubblicata su Instagram dallo stesso artista anonimo, che è anche una testimonianza dell’inferno quotidiano vissuto da Dogan.

Caro Banksy,

ti sto scrivendo questa lettera «illegale» da un carcere, luogo di sanguinose torture, in una città con tante proibizioni, in un paese ricusato.

La lettera è illecita perché devo rispettare un «divieto di comunicazione» che mi impedisce di mandare lettere o di fare telefonate, così sto scrivendo e spedendo questa lettera in maniera clandestina.

Prima di tutto vorrei parlarti dell’atmosfera che c’è qui, siamo stati portati alla follia a causa dal suono orribile di dozzine di jet da combattimento che partono per bombardare le nostre bellissime terre, montagne e città. Sentiamo questo suono circa una volta all’ora. Sappiamo che ogni jet da combattimento sta uccidendo in poco tempo le nostre sorelle, i nostri fratelli, parenti e animali.

E’ molto difficile descrivere il sentimento che si prova leggendo quasi tutti i giorni sul giornale che qualcuno che conosci è stato ucciso. Era un giorno come questo quello in cui abbiamo sentito che la figlia di un amico che si trova nella nostra stessa prigione era stata uccisa a Afrin. Lo stesso giorno abbiamo scoperto che un’altra prigioniera si é suicidata, impiccandosi con il laccio delle scarpe. Un giorno di morte. In giorni come questi è difficile sopravvivere. Durante i nostri dibattiti quotidiani abbiamo affermato: «Nessuno vede che abbiamo ragione e che veniamo schiacciati e distrutti dai massacri. E anche se lo vedono, nessuno fa niente e tutti rimangono in silenzio. Stiamo vivendo una bugia in una vita immaginaria».

Qualche momento dopo, un amico ha ricevuto i giornali che erano stati spediti e abbiamo visto la tua opera d’arte su Nusaybin e su di me, come protesta contro l’intera carcerazione. In un momento di pessimismo, il tuo supporto ha reso me e i miei amici qui enormemente felici. Lontano da me e dalla mia gente, è stata la migliore risposta al regime corrotto che non tollera nemmeno un’illustrazione.

Ciò che caratterizza questo paese, che massacra chi si ribella all’oppressione, ciò di cui ha più paura è mostrare la realtà proprio come uno specchio.

Grazie al tuo aiuto la mia illustrazione ha compiuto la sua missione, quella di mostrare le atrocità. Sono rimasta sorpresa quando mi hanno accusata di «portare le persone alla ribellione, alla rabbia e all’odio». Adesso posso però affermare che «quest’opera ha dato valore al tempo trascorso in prigione perché sono riuscita a mostrare la verità di Nusaybin».

La gente mi ascolta più che mai e, mentre i capi in questo paese che parlano la mia stessa lingua (visto che mi hanno costretto a imparare il turco) non mi capiscono, le persone che vivono in altri paesi che parlano lingue diverse riescono a capirmi. L’arte è un mezzo di comunicazione che va oltre la lingua e la parola.

Non finirò mai di ringraziare te e Barf. Non avrei mai potuto immaginare che la mia illustrazione sarebbe arrivata in una città come New York. Passo dodici ore al giorno a immaginare, ma questo va addirittura oltre la mia immaginazione. Adesso mi sento più forte e sto dipingendo Afrin.

Perché ne vale la pena.

(Traduzione di Studio Effe)

* FONTE: Zehra Dogan, CORRIERE DELLA SERA

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