Le sanzioni di Trump contro l’Iran, conto salato per Italia e Europa

Conflitti globali. La punizione globalizzata inflitta dagli Stati uniti a Russia, Iran e ora al nemico-amico turco ricade sui paesi europei che stanno perdendo miliardi in rapporti commerciali

Alberto Negri * • 7/8/2018 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 261 Viste

Con le sanzioni americane entrate in vigore ieri, dopo l’abbandono dell’accordo sul nucleare con l’Iran, è iniziata la strategia della «massima pressione». Che è anche una strategia della tensione. Come esemplificano bene le dichiarazioni del ministro israeliano dell’intelligence Kazt: «Se l’Iran accetta le richieste americane bene, se queste misure porteranno al fallimento e alla caduta del regime ancora meglio».

È un nuovo capitolo del regime change iraniano, un obiettivo che dura da circa 40 anni, da quando nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò la repubblica islamica di Khomeini.

Il fronte anti-Iran è il solito – Usa, Israele, Arabia saudita – che, uscito sconfitto dalla guerra per procura in Siria contro il maggiore alleato di Teheran, ci riprova adesso con la guerra economica. La guerra di Trump con le sanzioni ha un ampio arco di bersagli e alcuni aspetti paradossali. Una sorta di punizione globalizzata.

Gli Usa hanno chiesto a Cina e Russia, mentre si apriva la conferenza dei ministri degli Esteri dell’Asean, di mantenere strettamente le sanzioni contro la Corea del Nord. Ma gli Usa sanzionano già la Russia e vogliono applicare dazi pesanti alla Cina. A sua volta la Turchia, alleato Nato, è in rotta con gli Usa per le sanzioni americane.

Morale: se non sei sanzionato dagli Usa non conti nulla. L’Italia, che non obietta mai niente, è sulla lista Usa dei preferiti, soprattutto dopo che ha detto sì con la visita di Conte a Washington al gasdotto Tap dall’Azerbaijan. Curioso che un governo giallo-verde che si era detto esplicitamente filo-russo spinga per fare un dispetto proprio a Mosca.

C’è sempre una prima volta per essere sanzionati dall’America. È il caso della Turchia, membro storico della Nato dagli anni Cinquanta. In realtà tra Washington e Ankara dal luglio 2016, quando fallì il colpo di stato contro Erdogan, è in corso una sorta di guerra degli ostaggi. Gli Usa ospitano l’imam Fethullah Gülen, ritenuto da Erdogan il capo della sedizione. I turchi hanno ricevuto ripetuti dinieghi alla sua estradizione e molti della cerchia del presidente ritengono che gli Usa abbiano tentato anche da loro un regime change.

Così Ankara da due anni ha messo in carcere e poi ai domiciliari il pastore evangelico Andrew Brunson accusato di terrorismo e complicità con Gülen. Sono quindi stati sanzionati dagli Usa i ministri turchi dell’Interno e della Giustizia, sospese dal Senato le forniture dei caccia F-35– anche perché la Turchia acquista i missili S-400 russi – e ristretti i crediti delle istituzioni internazionali. Risultato: la lira turca, come del resto il rial iraniano, è ai minimi storici sul dollaro.

Oggi il triangolo Russia-Turchia-Iran – decisivo per la questione siriana ma non solo – è costituito da Paesi nel mirino delle sanzioni americane. Se poi aggiungiamo i dazi alla Cina si capisce bene che è in atto una sorta di scontro tra gli Stati uniti e l’Eurasia. Ma quali sono i risultati delle sanzioni?

In Iran il primo effetto della politica Usa di «massima pressione» sembra essere quello di una ritrovata unità all’interno della classe dirigente iraniana.

Di fronte alla minaccia di un regime change – anche tramite l’aumento della pressione dal basso, come dicono le ultime manifestazioni di piazza – la classe politica iraniana sembra ricompattarsi. Hassan Rohani è un presidente assai indebolito da un possibile naufragio dell’accordo sul nucleare ed è fatale che assisteremo a una rafforzamento delle fazioni più conservatrici e vicine alla Guida Suprema Khamenei, le vere beneficiarie della politica di Trump.

Del resto è stato così anche in Russia, sanzionata da Usa e Unione europea dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Le sanzioni hanno reso più fragile l’economia russa ma non hanno messo in ginocchio il Paese. L’introduzione delle sanzioni è coincisa con una crisi economica nel 2014-2015 che tuttavia è stata determinata più dalla caduta del prezzo del barile di petrolio e dalla svalutazione del rublo che non dalle sanzioni.

Il conto delle contro-sanzioni russe per le imprese europee è stato invece molto salato, con la perdita di importanti quote di mercato. Secondo le stime di Eurostat la Russia rappresentava il 10% delle esportazioni agroalimentari europee, 12 miliardi di euro all’anno.

Sotto il profilo geopolitico le sanzioni non hanno cambiato la situazione in Ucraina orientale, nelle regioni del Donbass e di Lugansk, dove il conflitto non è ancora stato spento. Non solo, le sanzioni sono state per la leadership russa un’incredibile opportunità per giocare la strategia della vittima dell’Occidente. Putin non solo non ha perso consensi, ma li ha aumentati: a marzo è stato eletto con il 74% dei voti.

All’Italia, primo partner commerciale di Teheran con 5 miliardi di euro di interscambio, le sanzioni all’Iran costeranno quasi due miliardi di export l’anno e congeleranno gran parte delle commesse assegnate o in gestazione per 27 miliardi di dollari mentre Francia e Germania stanno già chiudendo gli stabilimenti di auto.

La strategia della «massima pressione» di Trump, che piace tanto a Israele e ai sauditi, la paghiamo noi europei.

* Fonte: Alberto Negri, IL MANIFESTO

 

photo: By Elvert Barnes from Hyattsville MD, USA (36.NoWarOnIran.WhiteHouse.WDC.4February2012) [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons

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