La carovana dei migranti avanza verso gli USA. Trump minaccia. Obrador: «Aiutiamoli»

La carovana dei migranti avanza verso gli USA. Trump minaccia. Obrador: «Aiutiamoli»

La carovana dei migranti diretta verso gli Stati uniti non ha nessuna intenzione di fermarsi: dopo aver sfondato i cancelli e le reti di divisione alla frontiera tra Guatemala e Messico, e resistito a due tentativi di contenimento da parte della polizia messicana, con tanto di lancio di gas lacrimogeni, i migranti hanno deciso, tutti insieme, di riprendere il cammino, giungendo domenica a Tapachula, in Chiapas.

ERANO IN 1.600 al momento della partenza da San Pedro Sula il 13 ottobre e ora sono 7mila: in maggioranza honduregni, ma anche salvadoregni e guatemaltechi, tutti decisi a sfidare la fame, la stanchezza, la repressione, ma anche le politiche dei rispettivi governi e gli avvertimenti sempre più minacciosi di un infuriato Trump. «Purtroppo – ha twittato il presidente Usa – sembra che la polizia e l’esercito del Messico non siano in grado di fermare la carovana diretta verso il confine meridionale degli Stati uniti. Vi si sono mescolati criminali e medioorientali sconosciuti. Ho allertato la guardia di frontiera e l’esercito che questa è una emergenza nazionale. Le leggi devono cambiare».

L’ARRIVO A TAPACHULA, come ha sottolineato Denis Omar Contreras, uno dei rappresentanti della carovana e membro dell’organizzazione Pueblos Sin Fronteras, è una grande dimostrazione di forza: «Abbiamo rotto la barriera e lanciato ai nostri concittadini dell’Honduras, El Salvador e Guatemala un messaggio di ribellione contro i nostri governi e i loro abusi di potere».

MA HANNO FATTO ANCHE DI PIÙ: la carovana, ha evidenziato su La Jornada il sociologo Carlos Soledad, «rappresenta una speranza nuova. Si tratta di una migrazione organizzata collettivamente, in piena luce del giorno e con le telecamere al seguito. Il costo politico della repressione può essere molto alto per qualsiasi governo. In tal modo, si supera la strategia della migrazione individuale e disorganizzata, divenuta impraticabile di fronte al rischio di violenze».

DA DOMENICA, e fino alla giornata di oggi, i migranti si sono presi un po’ di riposo: troppa la stanchezza accumulata, oltre alla disidratazione provocata dalle alte temperature, malgrado i generosi aiuti offerti dalla popolazione. Lungo il percorso le autorità della polizia federale e l’Istituto di migrazione avevano, in realtà, messo a loro disposizione degli autobus che li avrebbero trasferiti in un centro di accoglienza, ma, poiché avrebbero dovuto anche sottoporsi a controlli migratori, hanno declinato l’offerta: «Vediamo cosa ci propongono i governi, a cominciare da quello del Chiapas». Perché, è chiaro, «se il Messico ci apre le porte e ci offre rifugio politico, ci fermiamo qui ed è qui che ci ricostruiremo una vita».

LE PAROLE PRONUNCIATE sulla carovana dei migranti dal presidente Andrés Manuel López Obrador, che tuttavia si insedierà solo il primo dicembre, sembrerebbero andare in questa direzione: «Che venga loro garantito il diritto a rifarsi una vita, che nessuno li maltratti, che siano protetti, aiutati e sostenuti».

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO



Related Articles

La Ue non si accorda nemmeno sul bilancio

PARIGI. Di fronte al cappuccino che ha concluso il pranzo a porte chiuse, ieri, i 27 (più uno: la Croazia) hanno dovuto ammettere che l’accordo non c’è. In un periodo di crisi, dove la prima reazione è l’esplosione degli egoismi nazionali, trovare un accordo sui soldi e sul modo di ripartirli era missione impossibile. Il Consiglio europeo straordinario, di fronte al blocco, ha tirato un po’ per le lunghe solo per identificare una base che, con nuovi ritocchi, possa permettere un compromesso più tardi.

Profughi, il confine con la Tunisia scoppia L’esercito contrattacca

Le navi da guerra statunitensi ieri si sono avvicinate alla Libia in vista di quelle che il portavoce della Casa Bianca ha definito contingenze di natura principalmente umanitaria. Ma è stato lo stesso Jay Carney ad aggiungere che «non scartiamo dal tavolo alcuna opzione» e avvertire che gli uomini più vicini a Gheddafi devono «pensarci due volte prima di continuare a sostenerlo».

Turchia, tra bombe e politica

L’attentato di Ankara si presta a mille congetture, di sicuro c’è tensione per il giacimento di Cipro

Poteva essere una strage. La bomba esplosa oggi, 20 settembre 2011, ad Ankara ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre quindici. Secondo fonti di polizia locale, non confermate, c’erano altre bombe nella zona della municipalità  di Cankaya, alle porte di Ankara, e la zona è stata evacuata. Una donna sarebbe stata fermata subito dopo l’esplosione dell’auto.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment