Theresa May difende l’accordo sulla Brexit, ma si dimettono in otto e il governo vacilla

Brexit. La bozza di trattato non piace a nessuno. La premier però tira dritto e si auto-assolve: «Non ci sarà mai un altro referendum»

Leonardo Clausi * • 16/11/2018 • Europa • 166 Viste

LONDRA. Se ieri mattina Theresa May si è svegliata più leggera, era perché il suo governo aveva appena perduto due ministri chiave e stava per perderne altri sei. La notte, infatti, porta consiglio. E a volte dimissioni. Otto, appunto: ha aperto le danze di prima mattina Dominic Raab, nientemeno che il Brexit Secretary. Proprio non sapeva Raab, in tutta coscienza, come assecondare l’operazione di umiliazione nazionale sancita dalla bozza di accordo con l’Ue. Del resto, quasi non sapeva nemmeno che a Dover arrivassero tutti quei camion pieni di merci da Calais, come ha confessato candidamente giorni addietro, strappando diffuse risate miste a lacrime (Il Brexit secretary).

ERA LA CREPA NELLA DIGA. Gli sono andati dietro la ministra del Lavoro Esther McVey e altre sei nomi di minor cabotaggio, Suella Braverman, Shailesh Vara, Anne-Marie Trevelyan, Ranil Jayawardena, Rehman Chishti e Nikki Da Costa.

Nessuno dei quali in grado digerire la bozza che May aveva cercato di far deglutire loro, apparentemente riuscendoci, per la durata di una notte. Una bozza che infligge alla sovranità dell’Unione un vulnus inammissibile, che invischia il paese nelle regole commerciali europee a tempo indeterminato, che infligge l’umiliazione giurisdizionale della Corte di giustizia europea sulla common law, che fa regali inammissibili ai repubblicani irlandesi, che ci costa miliardi di sterline e, last but not least, che impedisce all’industria ittica nazionale di pescare in libertà quegli ultimi quattro merluzzi del Mare del Nord, noti ormai per nome. Capitan Findus ringrazia. Mercoledì sera May era emersa da 10 Downing Street col cervello tumefatto da 5 ore di discussioni per annunciare l’accordo nato morto su una bozza di accordo nata morta.

Anche nel caso del suo altrettanto disgraziato piano Chequers era stato così: lì per lì parevano tutti d’accordo, le hanno dato il sostegno che le ha permesso di uscire davanti al plotone di flash e microfoni da amnistiata.

È IL «TORY STYLE»: di persona strette di mano, non sia mai che il sangue sporchi le suppellettili. Le coltellate arrivano dopo. Tanto poi ci sarà il dibattito in Parlamento, dove semplicemente non ha i numeri, succube com’è dell’aiuto peloso del Dup e di qualche laburista eterodosso.

Poi, nel primo pomeriggio, Jacob Rees-Mogg, l’arci-brexittiere signorotto di campagna che parla come il duca di Westminster e colleziona pigiami di tweed confezionati da mani britanniche muliebri e virtuose, ha vibrato il colpo finale.

Ha messo in moto il meccanismo con cui i Tory decidono di aprire una corsa interna alla leadership scrivendo una lettera di sfiducia a May. Ce ne vorranno altre quarantasette, ma ora che il Rubicone è stato varcato, è probabile che quel numero sarà presto raggiunto. Rees-Mogg nega, ma implicitamente la sua è già una candidatura a leader. Un golpe legale.

NON È DETTO naturalmente che questo ponga fine al tormento (anche un po’ all’estasi è lecito sospettare a questo punto) di S. Theresa. È uno sfacelo, mentre Bruxelles guarda e aspetta, ma è l’unico che abbiamo.

Proprio per questo, nonostante il governo crivellato di dimissioni, May resta dov’è. Il dibattito parlamentare di ieri mattina è stato particolarmente feroce. Un’aula incattivita, popolata da deputati dal sonno arretrato che avevano passato la notte in bianco ponderando le umiliazioni contenute nelle 580 pagine dell’accordo presentato loro qualche ora prima. Non si era mai vista una leader attaccata da ogni quartiere (soprattutto il suo) difendere stancamente e ripetitivamente per tre ore un argomento così unanimemente osteggiato e respinto.

Infine, la sera, May ha convocato una conferenza stampa, dove ha ripetuto ai giornalisti, pronti a un crollo nervoso in diretta, esattamente quello che aveva ripetuto la mattina in aula: questo è il migliore accordo possibile, l’unico che soddisfa la volontà popolare, ci permette di controllare le nostre frontiere e leggi, interrompe la libera circolazione delle persone, è nell’interesse nazionale, il popolo britannico si è pronunciato, non ci sarà mai un altro referendum perché quelle cose le fanno in Europa, eccetera. May è la leader più debole nella negoziazione più dura. Questo è il paradosso della sua insostituibilità che accompagna la saga Brexit di suoi inizi. Nominerà altre mezze figure nei posti rimasti vacanti e andrà avanti perseverando nella disperata scommessa che al momento del voto in parlamento la paura di un governo Corbyn, l’unica cosa capace di unificare il suo spregevole partito, lo guarisca dall’autofagia.

* Fonte: Leonardo Clausi, IL MANIFESTO

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