La Torino di Gianduja e Giacometta e la modernità del No-TAV

Alta velocità. Bisognerà ben dirlo, non c’è niente di moderno nella riproduzione di un progetto e di un’idea già obsoleta un quarto di secolo fa quando era stata promossa

Marco Revelli * • 8/12/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Movimenti • 223 Viste

Non solo un treno. Quelle che si confrontano a Torino non sono solo due posizioni su una linea ferroviaria. Sono due visioni del mondo. Anzi, due “mondi”, diversi culturalmente, socialmente, si potrebbe anche dire antropologicamente.

Da una parte il mondo dell’intreccio tra politica e affari, e tra sistema dell’informazione e sistema del denaro, saldati dall’illusione (forse la fake più accreditata) di uno sviluppo potenzialmente infinito e vertiginosamente veloce e sostenuti da una narrativa altrettanto falsificante, che fantastica di flussi di traffico iperbolici, di corridoi ferroviari tanto infiniti quanto inesistenti (qualcuno ha parlato di un collegamento tra Atlantico e Pacifico! altri hanno scomodato la “via della seta”), di penalità miliardarie quando di miliardario c’è solo il costo di un’opera che, se terminata, peserebbe per alcuni decenni sul debito pubblico.

Dall’altra il mondo dei territori e dei beni comuni. Di chi non crede alla retorica autoritaria del Just do it! – del «Fallo e basta!» – ma s’interroga sul senso e sul costo di opere grandi solo nella quantità di denaro pubblico sprecato e di ambiente devastato. Di chi fa di conto e si misura con la complessità dei problemi e delle possibili soluzioni ponendosi più di una domanda sulla reale utilità di esse rispetto all’interesse collettivo; oltre che, più in generale, sulla sostenibilità di un modello (esattamente quello che ci ha portato al disastro attuale) in cui solo pochi si avvantaggiano a scapito dei molti.

In questo senso la vicenda della Torino Lione è uno straordinario catalizzatore delle grandi questione aperte del nostro tempo, a cominciare forse dalla più insidiosa, che va sotto il nome di post-verità. Di quella forma di messa in mora dei fatti, delle evidenze empiriche, del reale, in nome di narrative semplificanti – brutalmente semplificanti – e sostanzialmente “non vere”: se si analizza il materiale comunicativo che, con grande dispendio di mezzi mediatici, ha preparato la piazza torinese del 10 novembre (la “piazza delle madamine” come la si è chiamata) non può sfuggire l’assenza di cifre, dati di fatto, argomentazioni articolate, informazioni tecniche (una si è anche vantata di ignorarle!), sostituite da appelli generici all’”apertura del tunnel”, a rompere il minacciato isolamento del Piemonte e di Torino, come se si fosse ancor oggi ai tempi di Cavour e non fosse stata, la linea storica, ampiamente ammodernata.

Intorno a quell’asse retorico era stata costruita quella piazza, presentata dagli aedi di sistema come emblema della modernità e del futuro nascondendo il fatto che, al contrario, era, quella, una piazza del passato. Non l’apertura di Torino oltre la propria crisi ma la sintesi del composto politico, sociale e finanziario che ne aveva gestito il declino (il cosiddetto “sistema Torino”) e che ora rivendicava la propria perduta centralità. La sua cifra non era l’orgoglio della storica metropoli di produzione orgogliosa della propria autonomia ma la Torino di Gianduja e Giacometta. Lo stesso spirito gozzaniano del salotto di nonna Speranza.

Bisognerà ben dirlo: non c’è nulla di “moderno” nella riproduzione di un progetto e di un’idea già obsoleta un quarto di secolo fa quando era stata promossa. Non c’è nulla dell’imprenditore schumpeteriano o weberiano (innovativo, attento ai propri costi e benefici e a quelli del pubblico, capace di valutare razionalmente il proprio vantaggio) in questa folla di confindustriali questuanti che hanno occupato la scena da un mese, perduti dietro una fata morgana, adoratori di un feticcio a cui appendono la propria esistenza come l’impiccato alla fune. Moderno è chi ha consapevolezza delle contraddizioni del progresso e della tecnica, e non ne adora il totem ma ricerca le soluzioni meno distruttive, applicando un elementare principio di responsabilità.

Questa modernità scende in piazza oggi a Torino. A marcare l’esistenza di un altro Paese.

* Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

 

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