Il tribunale di Essen: «Vertici Thyssen in cella in Germania»

Ora si attende l’appello dei manager condannati in Italia per il rogo del 2007. I familiari dei sette operai morti: siamo disgustati, ci hanno preso in giro fin dall’inizio

Mauro Ravarino * • 23/2/2019 • Carcere & Giustizia, Salute & Sicurezza sul lavoro • 230 Viste

Otto operai dello stabilimento ThyssenKrupp di corso Regina Margherita vennero investiti, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, da un getto di olio bollente in pressione che prese fuoco. Morirono, nei giorni successivi, in sette: uno dopo l’altro per le gravissime ustioni riportate. Una terribile agonia. Solo uno si salvò, l’unico testimone e poi parlamentare Pd, Antonio Boccuzzi.

QUELLA DELLA THYSSEN è una ferita ancora aperta per Torino e, come per altre tragedia avvenute nella città della Mole, scrisse una pagina nella storia del paese che spinse ad adeguamenti legislativi. Fu così per l’incendio al cinema Statuto (64 morti nel 1983), che portò alla riscrittura delle norme sulla sicurezza nei locali pubblici italiani. Così è stato per la recente tragedia di piazza San Carlo con una direttiva immediata sugli eventi pubblici. Dopo il rogo della Thyssen maturò il Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro, emanato nel 2008.

Il 13 maggio del 2016 la Cassazione aveva confermato tutte le condanne ridefinite in appello: erano finiti in carcere i manager italiani ma non i vertici tedeschi. L’estradizione fu chiesta ma non concessa, nel 2017 l’Italia chiese all’autorità giudiziaria tedesca di riconoscere ed eseguire la sentenza. Tra tentennamenti, dinieghi e rallentamenti si è arrivati fino a ieri quando si è diffusa la notizia che l’amministratore delegato Harald Espenhahn e il consigliere del cda Gerald Priegnitz possono essere arrestati anche in Germania. Il tribunale di Essen ha, infatti, riconosciuto la validità dell’ordine di carcerazione emanato, ormai quasi tre anni fa, in Italia per i due manager tedeschi condannati in via definitiva: 9 anni e 8 mesi a Espenhahn e 6 anni e 10 mesi a Priegnitz.

UN PICCOLO PASSO AVANTI verso la giustizia ma ancora legato a troppi interrogativi. Il provvedimento non sarà eseguito prima di una pronuncia della Corte di appello di Hamm, alla quale si sono rivolte le difese dei due condannati. Entrambi, in base a convenzioni internazionali, hanno diritto a scontare la pena in patria. Nel loro caso si parla di non più di cinque anni in carcere, che è il massimo previsto in Germania per l’omicidio colposo.

LE FAMIGLIE DEGLI OPERAI morti non hanno mai smesso di chiedere giustizia. «Non posso immaginare che possa esserci ancora un altro appello», ha detto con amarezza Laura Rodinò, sorella di Rosario, all’epoca 26 anni, uno dei sette operai morti nel rogo dell’acciaieria. «Sono disgustata, ci hanno presi in giro fin dall’inizio. Con tutto quello che ci hanno fatto passare, ci stanno facendo morire uno dopo l’altro». A proposito del ricorso dei manager tedeschi contro l’ordine d’arresto, ha aggiunto: «Siamo stufi, l’Italia non deve permettere una cosa del genere». Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha assicurato: «Continueremo a monitorare la vicenda giorno per giorno». Oltre a Rosario Rodinò, le altre vittime sono Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Giuseppe Demasi e Rocco Marzo.

I QUATTRO DIRIGENTI italiani condannati avevano cominciato il periodo di carcerazione già nel 2016. Cosimo Cafueri (6 anni e 8 mesi) ha ottenuto lo scorso dicembre il diritto a scontare il resto della pena lavorando ai servizi sociali come operatore della Croce Rossa, con obbligo della permanenza in casa dalle 22 alle 7. A ottobre una possibilità analoga era stata concessa a un altro condannato, l’umbro Marco Pucci. Gli altri due dirigenti italiani, tuttora detenuti, sono Daniele Moroni (7 anni e 6 mesi) e Raffaele Salerno (7 anni e 2 mesi).

«La magistratura ha fatto tutto il suo corso, è fondamentale che, ora che le responsabilità sono state accertate, i colpevoli paghino», afferma la segretaria generale Fiom, Francesca Re David. «La vicenda della ThyssenKrupp – ha spiegato Edi Lazzi, segretario della Fiom torinese – è una ferita che rimane aperta nella città e nei metalmeccanici torinesi anche dopo molti anni da quel episodio. La sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro devono essere una priorità per tutti, soprattutto quando le statistiche indicano che gli infortuni e gli incidenti mortali sul lavoro non stanno diminuendo».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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