Mediterraneo. Accordo per la nave di Sea Eye, sbarcano tutti i migranti

Mediterraneo. Accordo per la nave di Sea Eye, sbarcano tutti i migranti

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Francia, Germania, Portogallo e Lussemburgo. Alla fine saranno questi quattro Paesi a dividersi i 64 migranti della Alan Kurdi. Ad annunciare la svolta, dopo undici giorni di attesa, è stato ieri mattina il premier di Malta Joseph Muscat annunciando l’accordo raggiunto con la Commissione europea. «Ancora una volta il più piccolo Stato membro dell’Unione europea è stato messo sotto una pressione non necessaria, chiedendogli di risolvere un caso di cui non aveva né responsabilità né competenza. È chiaro che Malta non può continuare a sostenere questo fardello», ha detto Muscat dimenticando che dare un porto sicuro a dei naufraghi è previsto dal diritto internazionale. La Valletta ha comunque chiarito che alla nave della ong tedesca Sea Eye non sarebbe stata autorizzata ad entrare in porto. Lo sbarco dei migranti è quindi avvenuto in serata a bordo delle motovedette maltesi.

Che si fosse vicini a una svolta lo si era già capito venerdì sera, quando da Parigi il ministro degli Interni Christophe Castaner aveva annunciato la disponibilità francese a farsi carico di una ventina di migranti. Altri 26 andranno in Germania, mentre i rimanenti 18 saranno divisi tra le altre due capitali.

Tutto bene dunque? Niente affatto. Quanto avvenuto ieri ricalca un copione già visto in passato con altre navi delle organizzazioni umanitarie, quando si è atteso per giorni che qualche Stato «volenteroso» si facesse avanti mentre decine di uomini, donne e bambini attendevano accalcati sui ponti delle navi al freddo e sotto la pioggia. Non proprio un esempio di quella solidarietà che pure sarebbe un valore fondativo dell’Unione europea. Niente di strano dunque se Matteo Salvini esulta: «Come promesso nessun immigrato di questa nave di ong tedesca arriverà in Italia, andranno in Germania e in altri Paesi», commenta su Twitter il ministro degli Interni. «Fanno bene i maltesi a denunciare la pericolosità delle ong, siamo al loro franco nella lotta ai trafficanti di esseri umani».

In realtà le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti sono le uniche a non essere toccate dalle politiche repressive dell’Europa, che da anni colpiscono sempre e solo masse di disperati in fuga da guerre e miseria. Come sanno bene a Bruxelles, dove le istituzioni europee pur dicendosi «sollevate» perché finalmente si è trovata una soluzione che consente a un gruppo di migranti del quale fanno parte anche donne e bambini di mettere finalmente piede a terra, continuano a ripetere affermazioni già sentite nei mesi scorsi: «Questo incidente dimostra ancora una volta che l’Unione europea non può continuare a fare affidamento a soluzioni ad hoc – ha ripetuto per l’ennesima volta una portavoce della Commissione -. Sono necessarie soluzioni prevedibili e sostenibili per garantire che lo sbarco delle persone soccorse possa avvenire sistematicamente e in sicurezza in futuro». Improbabile, se non proprio impossibile, che a poco più di un mese dalle elezioni europee i 27 riescano a mettersi d’accordo come gestire gli sbarchi del migranti, cosa che non sono riusciti a fare negli ultimi anni.

Difficile anche per Gorder Isler, presidente di Sea Eye, capire le dinamiche che muovono i governi europei. «È semplicemente inspiegabile il perché sia stato necessario che le persone rimanessero a bordo durante i lunghi negoziati», ha detto. Così come difficile per Isler è anche capire quali pressioni avrebbe subito Malta. «Non comprendiamo questa interpretazione della realtà. Che dire della pressione che 64 persone in difficoltà hanno dovuto subire su un gommone in avaria?».

Per la ong tedesca il problema principale è un altro e riguarda la scelta dell’Unione europea di affidarsi alla Libia, Paese impossibile da considerare sicuro prima ancora che scoppiasse al guerra. «La missione di Alan Kurdi – ha concluso Isler – ha dimostrato che la Guardia costiera libica è incapace di agire e spesso non vuole farlo. L’area la largo della Libia è la più letale al mondo».

* Fonte: Leo Lancari, IL MANIFESTO



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