Restituire senso alle parole e umanità alle politiche

Una presentazione del 16° Rapporto sui diritti globali, pubblicata su Appunti, la rivista del Gruppo Solidarietà

Sergio Segio • 1/5/2019 • Contenuti in copertina, Rapporto 2018 • 401 Viste

Il 16° Rapporto sui diritti globali, come sempre realizzato dall’associazione Società INformazione e pubblicato da Ediesse editore, vede confermata una struttura dei contenuti dei singoli capitoli articolata in una panoramica generale e in un focus di approfondimento. Quest’anno i Focus sono dedicati, rispettivamente, al capitalismo delle piattaforme e al caso Facebook-Cambridge Analytica, con i suoi risvolti di messa a rischio delle procedure democratiche; al controllo autoritario della società e alla punizione dei poveri; alle politiche sulle migrazioni e alla criminalizzazione delle ONG e della solidarietà; al riscaldamento climatico e al negazionismo trumpiano.

Si tratta di materiali che, nella loro singolarità e nel loro intreccio, intendono essere un documentato e analitico ausilio per meglio comprendere ciò che sta succedendo nel mondo e del mondo. E anche – indirettamente ma non secondariamente – per provare a individuare cosa è necessario fare per correggere le rotte di una società globalizzata che – titolavamo lo scorso anno – vede in atto una Apocalisse umanitaria e una pervicace persistenza e approfondimento di tanti fattori di squilibrio e di crisi economica, sociale e ambientale, sino a comporre il quadro che abbiamo sintetizzato nel titolo di quest’anno: Un mondo alla rovescia.

La fotografia che emerge è nitida e univoca, per molti aspetti tragica, certo non confortante.

 

I DIRITTI UMANI, 70 ANNI DOPO

Ogni anno, il 2 dicembre ricorre la Giornata mondiale per l’abolizione della schiavitù, mentre il 10 dicembre viene celebrata la Giornata mondiale dei diritti umani. Diritti che, a 70 anni di distanza dalla Dichiarazione universale, vediamo svuotati come mai in precedenza e spesso negati in radice.

Chi non vive a diretto contatto con quelle tragiche realtà è portato a pensare che la schiavitù sia un fenomeno dei secoli passati. Invece, si contano attualmente almeno 40 milioni di schiavi: 25 milioni sono costretti a lavorare contro la loro volontà, 15 milioni sono le vittime di matrimoni forzati.

Di nuovo, qualcuno potrebbe ritenere che ciò riguardi Paesi lontani, considerati magari “sottosviluppati”, con leggi e culture arcaiche. Ma basterebbe andare nelle nostre campagne del profondo Sud, ma pure del profondo Nord, per scoprire che tutto ciò ci riguarda da vicino, anche se troppo spesso si preferisce non sapere e non vedere. Così che i nuovi schiavi risultano invisibili. Anche quando muoiono, com’è avvenuto per Suruwa Jaite, il migrante diciottenne morto proprio, con tragico paradosso, il 2 dicembre 2018 nell’ennesimo rogo all’interno della tendopoli di San Ferdinando, in Calabria.

Come documenta da anni l’Osservatorio Placido Rizzotto della CGIL, il fenomeno del caporalato (che spesso, appunto, altro non è che semi-schiavismo), solo nel settore dell’agricoltura vede quali vittime circa 430mila persone, costrette a lavorare a meno di tre euro all’ora per 12 ore giornaliere; un business da 4,8 miliardi di euro. Un terzo degli addetti in agricoltura in Italia (400.0000 su 1.200.000) sono stranieri, quindi ancor più ricattabili e sfruttati dalle agromafie.

Secondo una recente inchiesta della Caritas, dal significativo titolo Vite sottocosto, il 71% dei braccianti immigrati non è iscritto all’anagrafe, quindi è del tutto invisibile; il 70% non ha alcun contratto, quindi è totalmente ricattabile; il 36% è costretto a vivere senza acqua potabile, il 30% senza servizi igienici, circa ventimila sono gli accampati nelle tendopoli delle campagne nel Mezzogiorno. Accampamenti che sono come grandi galere in mezzo ai campi, dove oltre lo sfruttamento anche la violenza è spesso una regola.

Non c’è allora da stupirsi del fatto che i nostri governanti – e non solo quelli attuali – fingano di non vedere i lager libici dove vengono rispediti i migranti che tentano di venire in Europa attraverso il Mediterraneo, o almeno quelli che si salvano dalla traversata, ché gli altri finiscono nel cimitero marino: non vogliono accorgersi neppure di quelli presenti nelle nostre campagne.

Il recente decreto sulla “sicurezza” (le parole si fanno sempre più distanti dalle cose cui si riferiscono…) voluto e varato dal governo Conte porterà nuove decine di migliaia di braccia a questa industria infame di sfruttamento e violenza che, per quanto illegale, è non solo tollerata ma incentivata dalle scelte politiche e legislative.

Le normative via via succedutesi in Italia, dalla legge Martelli alla Bossi-Fini passando per la Turco-Napolitano, hanno avuto un filo conduttore, implicito ma robusto: considerare le persone migranti solo in quanto forza lavoro da sfruttare, la cui possibilità di permanenza e qualsivoglia diritto erano e sono totalmente dipendenti dal loro lavoro sottopagato o addirittura estorto senza alcun compenso.

Quello del lavoro gratuito, più o meno coatto, è, peraltro, un fenomeno assai più generale e in crescita, che riguarda fasce diverse di popolazione; i giovani in primis, sottoposti a infiniti stage e tirocini senza retribuzione o a prestarsi come “volontari” negli Expo, ma non solo loro. Basti pensare ai rifugiati e ai detenuti, che sempre più vengono utilizzati senza compenso in lavori pubblici.

Anche qui, il modello pare essere quello statunitense, dove i detenuti sono trasformati in schiavi messi al lavoro all’interno delle prigioni, spesso private, dunque votate al massimo profitto. Nelle carceri privatizzate ricevono infatti un minimo di 17 centesimi all’ora per un massimo di sei ore al giorno; nelle prigioni federali possono invece guadagnare 1,25 dollari l’ora e lavorare otto ore al giorno. Addirittura peggiore, oltre che pericoloso, il lavoro in cui vengono impiegati all’esterno dei penitenziari. Come, ad esempio, in California, di frequente nuovamente salita alle cronache per i paurosi incendi che l’hanno devastata provocando decine di vittime, dove detenuti vengono utilizzati sulla linea del fuoco per un “salario” di un dollaro l’ora oppure di due dollari per l’intera giornata se utilizzati nelle retrovie.

In generale, e dappertutto, il lavoro gratuito è dunque molto spesso un primo gradino nell’infinita scala dello sfruttamento in cui si è articolato un sempre più ampio segmento del mercato del lavoro e che vede ormai il precariato, magari a vita, come architrave.

Sfruttamento ma anche morte. Questi sono i due volti, spesso complementari, del lavoro privato di diritti.

Secondo i dati INAIL, nel 2018 le denunce di infortunio in Italia sono state 641 mila (+0,9%), mentre i morti sul lavoro sono stati 1133, 104 in più rispetto al 2017. Anche questo è uno degli indicatori maggiormente eloquenti, oltre che più drammatici, della perdita di potere e di diritti da parte dei lavoratori. Quasi una vittima su due era anziana, con un’età compresa tra i 50 e i 64 anni: non si può qui non ipotizzare un rapporto con l’aumento dell’età pensionabile, in Italia la più alta d’Europa grazie alla legge Fornero, un “golpe previdenziale” che ha comportato immani drammi umani e sociali e centinaia di migliaia di “esodati”, ovvero persone rimaste per anni senza stipendio, senza pensione e senza ammortizzatori.

Quando si parla di tagli, di conti e di certe “riforme” bisogna perciò sempre ricordare che di diritti, di sofferenze e di vite, si sta in realtà discutendo.

 

L’ASCENSORE BLOCCATO

Tempo addietro il nostro Rapporto era stato definito “il Censis del sociale”. Pur se gli sguardi e la loro ampiezza sono abbastanza diversi, essendo il Censis concentrato, come recita il suo titolo, sulla “situazione economico-sociale del Paese”, mentre la nostra analisi si pone programmaticamente su un innovativo piano globale e di interconnessione tra le sfere diverse dei diritti, comprendendovi quelli umani e quelli ambientali, e nel quadro di una critica esplicita al neoliberismo, dominato dalle grandi corporation multinazionali.

Tuttavia, il panorama socio-economico che esce dal 52° Rapporto Censis non è per nulla più roseo di quello descritto nel nostro 16° volume. La fotografia è eloquente dello stato di questo Paese, impoverito e depresso, «preda di un sovranismo psichico», che al rancore covato da anni fa ora seguire la cattiveria. Ancor più preoccupantemente, si tratta di un Paese privato di speranza nel presente e nel futuro se è vero che meno di un quarto degli italiani (il 23%) ritiene di aver raggiunto una condizione migliore di quella dei genitori, a fronte di una media europea del 30%; il 67% guarda al futuro con paura e incertezza; ben il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che la loro vita non potrà migliorare.

Come sappiamo e scriviamo da tempo, insomma, l’ascensore sociale è bloccato e funziona solo in discesa. Le diseguaglianze hanno raggiunto profondità tali da costituire una barriera invalicabile, tanto più in assenza di una consapevolezza sufficientemente diffusa e di scelte politiche ed economiche alternative o perlomeno correttive. È ormai un fossato geografico e di classe, che determina non solo la qualità della vita ma la sua stessa possibilità e durata. Lo ha evidenziato con un’immagine appropriata l’epidemiologo Giuseppe Costa: «A Torino chi sale sul tram che attraversa la città dalla collina alto-borghese all’estremo est per andare nella barriera operaia di Vallette all’estremo nord-ovest vede salire dei passeggeri che perdono mezzo anno di speranza di vita ogni chilometro che percorre: più di quattro anni di aspettativa di vita separano i benestanti della collina dagli abitanti degli isolati più poveri del quartiere Vallette».

Uno svantaggio sociale e di salute – ma verrebbe da dire di destino imposto – che comincia sin dalla nascita, poiché, dicono i dati, nel Mezzogiorno italiano già nei primi 12 mesi il rischio di mortalità è più alto del 40% rispetto alle regioni del Nord. Un rischio ancor più accentuato per gli stranieri: costituiscono l’8% della popolazione, il 15% delle nuove nascite ma ben il 23% della mortalità infantile.

 

IL RAZZISMO ISTITUZIONALE

La Grecia è vicina, titolavamo il Rapporto sui diritti globali del 2012. Oggi lo è ancora di più, con l’economia italiana che arranca e con la palla al piede di un debito pubblico che alimenta se stesso, che sottrae risorse al Paese per consegnarle alla finanza. Una Grecia che ha visto in questi anni quadruplicare il numero dei senza tetto e crescere del 40% i suicidi, oltre che massificarsi la povertà. L’austerità, difatti, ingrassa le banche ma uccide le persone. O meglio, ne uccide o comunque avvilisce e mantiene in uno stato di povertà, precarietà e bisogno la stragrande maggioranza, ma contribuisce ad arricchirne, sempre più e smisuratamente, qualche centinaio.

Il consueto studio annuale della ONG Oxfam ha aggiornato i dati di questa colossale e progressiva ingiustizia. In un solo anno, tra il 2017 e il 2018, la ricchezza di 1900 miliardari nel mondo (nei dieci anni successivi alla crisi globale il numero di miliardari è quasi raddoppiato!) è aumentata di oltre 900 miliardi di dollari (+12%), vale a dire di oltre 2,5 miliardi al giorno; mentre quella della parte più povera della popolazione è simmetricamente crollata dell’11%. Ciò contribuisce a far sì che la ricchezza sia sempre più concentrata in pochissime mani: nel 2018 soli 26 individui (erano 43 l’anno prima) possedevano una quantità di ricchezza pari a quella di 3 miliardi e 800 milioni di persone, la metà più povera dell’umanità. Tre miliardi e mezzo di persone vivono infatti con poco più di 5 dollari al giorno.

Alla gigantesca crescita di povertà e diseguaglianze negli Stati Uniti, in Europa, in Italia si è accompagnato un fenomeno massiccio di declassamento del ceto medio, con il corollario di “guerra tra poveri”, tra ultimi e penultimi, tra autoctoni e stranieri.

Lo abbiamo visto anche in Grecia con fenomeni virulenti di razzismo, con Alba Dorata pronta a fomentarlo e strumentalizzarlo. Ma vi è una differenza sostanziale con l’Italia: là c’era e c’è un governo che – pur con tutti i suoi limiti ed errori – è di coalizione di sinistra che ha contrastato i gruppi fascisti e razzisti; in Italia ora c’è invece un governo che è difficile non considerare di estrema destra, i cui primi provvedimenti, lungi dall’onorare le promesse elettorali (in primis, l’abolizione della legge Fornero e il varo di un vero reddito di cittadinanza), si sta caratterizzando per provvedimenti che alimentano intolleranza e xenofobia e che quei gruppi hanno sdoganato quando non incoraggiato.

Questo spiega la rapidità e la profondità con la quale si è diffuso e ha attecchito un “razzismo dall’alto”, che ha ormai pericolosamente inquinato i sentimenti e le politiche pubbliche. Un razzismo che non tollera più testimoni: per questo si è sviluppata la pressione e l’aggressione contro le ONG.

Come è cominciata e come si è articolata questa campagna di criminalizzazione della solidarietà e di razzismo istituzionale lo ricostruiamo nel nostro 16° Rapporto, chiamando in causa anche i governi precedenti e, in particolare, le misure che hanno preso il nome del precedente ministro dell’Interno Marco Minniti, per quanto vi siano aggiornamenti quotidiani possibili, con i reiterati blocchi di navi e porti, con politiche sull’immigrazione che – non solo in Italia ma in tutta Europa, nonché negli Stati Uniti – mostrano per intero il proprio fallimento, oltre che l’ingiustizia e disumanità di fondo.

Un fallimento che si traduce in un dramma di proporzioni che forse sfuggono ai più e che, in ogni caso, ancora non mobilitano a sufficienza le coscienze e le reazioni di fronte a una vera e propria crisi di civiltà. È una situazione che ha portato un settimanale storico e autorevole, non certo barricadiero, come “L’Espresso” a questo titolo di copertina: Reato di umanità, e a questo sommario: «Gli sgomberi militari dei centri di accoglienza. La guerra alle ONG. L’accanimento contro i volontari laici e cattolici. È la nuova fase della crociata anti migranti. Non solo in mare, ma città per città». Per continuare poi: «Caccia grossa a chi aiuta». «Prima l’accanimento contro le ONG. Ora gli sgomberi dei CARA. La guerra agli SPRAR. E l’isolamento di chi assiste i migranti. È la fase due di Salvini. La più violente e feroce». «A Roma i ragazzi del Baobab sono stati cacciati 28 volte. Ora portano cibo e coperte a chi dorme per strada e al freddo. E per questo sono stati fermati e denunciati».

Un mondo al contrario, appunto. Dove le istituzioni fomentano odio, alimentano sentimenti e convinzioni razziste, contrastano con ogni mezzo chi si adopera per tamponare le ferite sociali e per ricordare le leggi sul diritto d’asilo e sulla protezione umanitaria. Per descrivere il rovesciamento di valori in corso tocca così inevitabilmente ricorrere ad aggettivi forti, a frasari bellici. Perché di questo si tratta: di un’offensiva militare e repressiva, che ha trovato nuovo impulso e copertura attraverso le norme del “decreto sicurezza”, rivolte contro chi è riuscito ad arrivare in Italia; un’offensiva che si affida ai mercenari libici per bloccare le partenze e per riportare indietro nei lager di Tripoli chi riesce comunque a salpare e a sopravvivere ai naufragi.

Il ministro Salvini rivendica, come già il suo predecessore al Viminale, la diminuzione degli sbarchi. Peccato che cresca la frequenza e incidenza delle morti. Oltretutto, il flusso si è così semplicemente spostato verso la Spagna, che ha visto raddoppiare gli arrivi nel 2018, e verso la Grecia. Ci dice l’Alto Commissariato per i rifugiati che sono state circa 2275 le persone morte o scomparse attraversando il Mediterraneo nel 2018, una media di sei vite perse al giorno, un decesso ogni 14 arrivi. Il tasso era uno su 38 nel 2017. Il prezzo della diminuzione degli sbarchi in Italia è dunque assai salato, pur se nascosto e trascurato dalla disumana enfasi populista e da una politica ridotta a propaganda via Twitter.

Andando indietro negli anni i numeri della strage sono poi enormi e terribili: dal 1993 al 5 maggio 2018 sono 34.361 le morti documentate (dunque il numero reale stimato è sensibilmente maggiore) di persone che cercavano di arrivare in Europa. A livello mondiale, dal 2000 a oggi sono oltre 60mila i migranti morti nel tentativo di lasciare il proprio Paese.

La politica dei muri e dei respingimenti, dell’esternalizzazione delle frontiere e del blocco dei porti è una vera e propria guerra scatenata contro persone indifese, cui viene impedita con ogni mezzo la fuga da fame, violenze e bombardamenti. E di cui nessuno si sente responsabile!

In un Paese normale tutto ciò dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità. Ma, come abbiamo detto, viviamo ormai in un mondo rovesciato.

Che fare allora? Padre Alex Zanotelli ha scritto che è tempo di «reagire e organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità, sperimentando forme di disobbedienza civile ovunque».

Mobilitare le coscienze, resistere alla barbarie, ristabilire il primato della giustizia su una legalità ridotta troppo spesso a feticcio e a bandierina, anche nel mondo del sociale. Fare emergere, e mettere maggiormente in comunicazione, le tante buone pratiche, l’accoglienza spontanea e la cultura di condivisione, i mille e mille esempi quotidiani di solidarietà dal basso che pure esistono e resistono, anche se ancora non riescono a pesare e incidere sulle scelte della politica.

Si tratta, insomma, di restare umani. E di continuare a sapere e a dire qual è il verso giusto delle cose. Noi proviamo a fare la nostra piccola parte anche con questo Rapporto, fortunosamente arrivato al sedicesimo compleanno.

Fonte: Sergio Segio, Appunti, (n. 1/2019, gennaio – marzo 2019), rivista del Gruppo Solidarietà

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IL 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI PUO’ ESSERE ACQUISTATO O ORDINATO IN LIBRERIA, OPPURE DIRETTAMENTE ONLINE DALL’EDITORE

Scarica qui il pdf dell’indice del 16° Rapporto

Leggi qui la prefazione “I diritti globali al tempo degli algoritmi e del rancore”, di Susanna Camusso,

Leggi qui l’introduzione “La banalità del disumano” di Sergio Segio

Guarda qui il video della presentazione del 16° Rapporto

 

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