Italia/Europa. Trattativa con la Ue sempre più ardua, Salvini rema contro

Salvini: taglio alle tasse di 10 miliardi o me ne vado, procedura da evitare ma non a ogni costo. Conte: non ho il cappello in mano. Panico tra i 5S: se la Lega vuole un governo tecnico lo dica

Andrea Colombo * • 22/6/2019 • Europa, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 181 Viste

Tria continua la caccia ai miliardi per convincere Bruxelles. In ballo anche i dividendi di Bankitalia

«Evitare la procedura d’infrazione», è la litania che i governanti ripetono più volte ogni giorno. Ora però Matteo Salvini aggiunge una postilla non trascurabile: «Però non a ogni costo». La Lega attacca a tutto campo, muovendosi al contrario esatto di come auspicava Conte. Ancora giovedì, da Bruxelles, il premier aveva chiesto ai vice – ma a uno, quello leghista, più che all’altro – di moderare i toni, restare se possibile in silenzio, lasciargli cercare una mediazione già molto difficile. La replica se la è trovata stampata ieri sul Corriere della Sera, con una intervista in cui il capo della Lega faceva rullare i tamburi di guerra in modo assordante. Salvini ha poi proseguito sulla stessa linea tutto il giorno. E’ un aut-aut secco: «Non esiste un taglio delle tasse serio che richieda meno di 10 miliardi». Senza quel taglio «io saluto e me ne vado».

MESSAGGIO UNICO, rivolto però a tre destinatari. In primo luogo ai soci dell’M5S, che capiscono l’antifona, sentono crisi ed elezioni a un passo e reagiscono senza nemmeno provare a nascondere il nervosismo. «Non può fare così e dire che o gli portiamo 10 miliardi o se ne va», replica un Di Maio disperato. «Se vuole il voto e riportare un governo tecnico lo dica», fanno filtrare le “fonti” 5S, con le dita intrecciate nell’augurio che non sia così. Il messaggio è rivolto poi alla terza gamba della maggioranza, alla “squadra del Colle”, Conte e Tria, la coppia sospetta di voler cedere alle imperiose pressioni della Ue. Il premier, da Bruxelles, se ne rende conto e adegua i toni: «Non mi sono mai presentato con il cappello in mano. L’Italia non ha nulla di cui farsi scusare. La situazione è complessa. Evitare la procedura è difficile ma ci proveremo. Però ulteriori richieste sono ingiuste e secondo me inaccettabili».

PERSINO LUI, CHE PIÙ di ogni altro dovrebbe avere il polso della situazione, appare sinceramente stupito dalla determinazione con cui una Commissione scaduta insiste per gestire una delle crisi più gravi nella storia dell’Unione. Basti dire che se il 9 luglio l’Ecofin dovesse avviare la procedura, spetterebbe poi alla Commissione inviare a Roma le richieste da adempiere per bloccarla: di fatto un classico Memorandum. Già, ma quale commissione? Quella che dovrebbe essere nominata, se lo stallo verrà sbloccato, il 30 giugno o il 7 luglio, e che sarebbe però ancora in attesa del voto del Parlamento europeo in settembre e dunque non ancora legittimata, o quella uscente, a quel punto non più in scadenza ma scaduta? Proprio su questo vuoto di poteri contava il governo italiano per rinviare il momento della verità a settembre, in modo da poter unificare la partita della procedura e quella della legge di bilancio. Ma Conte si è reso conto che non è affatto certo che le cose vadano così ed è molto meno ottimista del Di Maio che vede «ottime possibilità di scongiurare la procedura». Quando fa filtrare che «per fermarla ci vorrebbe un miracolo» il premier non drammatizza a bella posta.

La Ue è il terzo destinatario del segnale incendiario che Salvini rincara per tutto il giorno a colpi di battute come «la procedura nemmeno la prendo in considerazione. Sarebbe un attacco politico basato su antipatia politica e non sui numeri» e di insistenza per arrivare «entro una settimana» alla nomina del nuovo ministro per gli Affari europei (con Bagnai sempre in pole position). La comunicazione del leghista è secca: il compromesso è possibile e auspicabile. Ma solo partendo dalla certezza che la Flat tax si farà, dunque non a scatola chiusa. Anche a costo di anticipare il varo della legge di bilancio.

A Roma intanto il balletto dei miliardi ramazzati ovunque dal povero Tria prosegue. In ballo ci sarebbero ora, oltre agli introiti della fatturazione elettronica e alla Cassa depositi e prestiti, anche Bankitalia, con parte dei dividendi devoluti alla pezza antideficit, e un maxirisarcimento atteso dalla Kerin, multinazionale che include Gucci. La quantità forse si raggiungerà. La qualità no: non ci sono interventi strutturali. La Commissione non si accontenterà.

MA FORSE IL SEGNALE più inquietante è che tutti si preparano in realtà a una battaglia di cui è incerta solo la data. Difficile interpretare diversamente la proposta di legge Lega-M5S, di cui Conte giura di «non sapere niente», che mira ad affidare a governo e Parlamento le nomine del board di Bankitalia. Cioè di portare nelle mani di governo e maggioranza il timone della banca centrale.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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