Brasile. Congiura anti-Lula, si aggrava la posizione di giudici e ministro

 Anche i media non legati al Pt hanno potuto verificare l’autenticità dei file diffusi da «Intercept»

Claudia Fanti * • 18/7/2019 • Internazionale • 163 Viste

Di rivelazione in rivelazione, il quadro relativo all’inchiesta Lava Jato e al suo giudice simbolo, l’attuale ministro della Giustizia Sergio Moro, si fa sempre più impietoso. E, con ciò, sempre più insostenibile appare la strategia seguita tanto dai procuratori della task force, a partire dal coordinatore Deltan Dallagnol, quanto, e soprattutto, dal ministro: quella di mettere in dubbio l’autenticità dei messaggi divulgati – definiti come frutto di un’azione criminale da parte di hacker – e di tentare, al tempo stesso, di ridimensionarne la gravità.
CHE LE CHAT RESE PUBBLICHE da Intercept non siano attendibili lo hanno infatti escluso sia la Folha de São Paulo che la rivista Veja, né l’uno né l’altra filo-Pt, assicurando che il materiale esaminato e divulgato in collaborazione con Glenn Greenwald e il suo team è originale e senza tracce di contraffazione.

E la stessa garanzia è offerta ora, al di fuori dei confini brasiliani, anche da El País, che, dopo aver avuto accesso a una parte dell’archivio relativa a una delle chat menzionate nei reportage «con l’ausilio di una fonte esterna a Intercept», lo ha confrontato con il materiale pubblicato dal portale investigativo, trovando il contenuto «identico».

Impossibile, del resto, negare l’autenticità del primo audio – il primo, pare, di una lunga serie – pubblicato da Intercept, in cui Dallagnol festeggia la decisione del ministro Luiz Fux, che ancora non era stata resa pubblica, di impedire a Lula, prima delle elezioni del 2018, di rilasciare l’intervista già autorizzata dalla Corte suprema. «Sarà che Dallagnol negherà che questa è la sua voce?», ha non a caso ironizzato Greenwald.

Glenn Greenwald

E PROPRIO SUL COORDINATORE del pool della Lava Jato è centrata la nuova devastante rivelazione della Folha, da cui emerge come il procuratore fosse impegnato a sfruttare la fama ottenuta grazie alle condanne – soprattutto quella di Lula – per accumulare grandi quantità di denaro attraverso corsi e conferenze. E addirittura progettasse di avviare un’impresa di organizzazione di eventi e intestarla – aggirando così la legge – a sua moglie e a quella di un altro procuratore del pool, Robinson Pozzobon, anche lui entusiasta dell’idea e dei potenziali profitti. «Organizziamo congressi ed eventi e ci guadagniamo, ok? È un buon modo di sfruttare i nostri contatti e la nostra visibilità», spiegava Dallagnol alla moglie.

Ma quanto gli implacabili protagonisti della lotta alla corruzione altrui fossero assai disinvolti nella loro condotta – discutibile anche penalmente – lo mostra bene anche l’ultimo scambio di messaggi divulgati dal giornalista Reinaldo Azevedo, sempre in collaborazione con Intercept. Qui Dallagnol si spinge addirittura a interrogare Sergio Moro sulla possibilità di usare il denaro pubblico del 13° Tribunale penale federale di Curitiba, da lui presieduto, per finanziare un video pubblicitario a favore della Lava Jato veicolato dalla Globo, per un valore di 38mila reais. Con Moro che gli risponde: «Credo che sia possibile. Lasciami controllare e ti dico».

Ma non è solo la loro posizione ad aggravarsi man mano che vengono divulgati nuovi messaggi. Da tutte le più recenti rivelazioni emerge infatti una trama di complicità ramificata in tutte le istanze del potere giudiziario, dalla Procura generale della Repubblica alla polizia federale, dai tribunali di secondo grado alla Corte Suprema.

A FINIRE NELLO SCANDALO è stato anche João Gebran Neto, relatore della Lava Jato presso il Trf4 – il Tribunale d’appello di Porto Alegre che nel 2018 ha addirittura aumentato la condanna di Lula a 12 anni e 1 mese -, la cui illecita collaborazione con la task force presieduta da Dallagnol, rivelata dalla rivista Veja, toglie ogni residua validità anche alla condanna di Lula in secondo grado.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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