La Lega rilancia la flat tax, una tassa ingiusta, regressiva, classista

Tassa al 15% estesa a 55 mila euro di reddito, costo tra i 12 e i 13 miliardi. E si ricomincia a parlare di condoni («pace fiscale 2») e sanatorie sul contante nelle cassette di sicurezza

Roberto Ciccarelli * • 16/7/2019 • Lavoro, economia & finanza • 170 Viste

Prossimo vertice economico al Viminale, eletto sede di un esecutivo bifronte, fissato per il «6-7 agosto»

Ingiusta, regressiva, classista. È la proposta della «flat tax» formalizzata ieri nella sede leghista del governo: il Viminale. Più che a comunicare le reali intenzioni dell’esecutivo sulla «tassa piatta» – ancora ieri la viceministra all’economia Castelli (M5S) l’ha definita «superata: meglio rimodulare le aliquote Irpef») – l’incontro è servito a riaffermare il predominio della Lega nel governo. Siamo all’inizio dell’estenuante rincorsa per la legge di bilancio che non finirà «a luglio o ad agosto», come ha detto il maestro di cerimonie Salvini, ma a Natale, tra una partita a poker e un’altra con Di Maio: «La flat tax, facciamola anche prima di settembre, se il piano della Lega è già pronto» ha detto ieri il vicepremier pentastellato. Il redivivo ex sottosegretario Armando Siri, ispiratore della proposta, ha ribadito che la tassa al 15% sarà estesa fino a 55 mila euro, costo tra i 12 e i 13 miliardi di euro nel prossimo anno. Dati ai quali ha aggiunto valutazioni sulla platea dei beneficiari (20 milioni di famiglie, 40 milioni di persone coinvolte) con una risparmio di 3.500 euro per famiglie monoreddito con un figlio che dovrebbe aumentare i consumi, mentre è probabile che aumenterà la rendita.

I LEGHISTI hanno annunciato un piano triennale che inizierà nel 2020 con un taglio che interesserà i redditi tra i 35 mila e i 55 mila euro che oggi pagano un’aliquota media del 24%. La riduzione a cui sta lavorando la Lega avrebbe un impatto anche sulla fascia tra i 15 e i 35 mila euro attestata su un’aliquota media tra il 16 e il 17%. In questo caso l’impatto sarebbe minimo. Per i redditi tra zero e 15 mila euro l’impatto sarà nullo, essendo l’aliquota media al 5 per cento. Va ricordato che per i redditi bassi – all’incirca 18 milioni e mezzo di contribuenti – le aliquote sono più basse del 15%, grazie alla «no tax area». I benefici sbandierati ieri nel palazzo dove di solito si discutono le politiche di polizia riguarderebbero per la maggioranza una platea di circa tre milioni di contribuenti attestato tra i 35 e i 55 mila euro di reddito. Una volta superata, anche di un euro, quest’ultima soglia la famiglia monoreddito tornerebbe a pagare un’aliquota molto più alta (il 38%). Per aggirare questo rischio si sta valutando la possibilità di applicare un’aliquota ridotta del 15% sull’incremento di reddito maturato da un anno all’altro. Si pagherebbero meno tasse sulla ricchezza aggiuntiva. In questo quadro si sta studiando una proposta compatibile con il «quoziente familiare» che tenga conto della composizione del nucleo.

PER SOSTENERE la perdita del gettito fiscale pari a 12-13 miliardi il sottosegretario all’economia, Massimo Bitonci, e il vicepremier Salvini hanno ipotizzato nuovi condoni: una seconda «pace fiscale» ad esempio, per le persone fisiche e le imprese. Per queste ultime si sta studiando un meccanismo di natura forfettaria per i casi di evasione fiscale che non vorrebbe essere uno «scudo penale». Bitonci ha rilanciato il classico dei 150 miliardi da recuperare «dalle cassette di sicurezza». In passato tentativi di questo genere sono falliti. Oggi potrebbe essere una sanatoria per l’eventuale denaro derivante da evasione fiscale. Per finanziare l’intervento che prevede – a sentire Siri – «un’unica deduzione fiscale che assorbirà tutte le detrazioni» – si pensa anche al «tesoretto» derivante dai calcoli sbagliati sulla platea potenziale delle pensioni «quota 100» e del cosiddetto «reddito di cittadinanza». Siri ha assicurato che «nessuno perderà un centesimo, nessuno pagherà più rispetto a quanto paga già». L’elenco non comprende chi guadagnerà di più in un sistema regressivo che fa pagare meno tasse a chi guadagna di più nel segmento tra i 35 e i 55 mila. L’opposto di quanto dovrebbe invece fare un sistema basato sulla proporzionalità stabilita dalla Costituzione. A parità di reddito familiare il guadagno d’imposta sarà inoltre più forte per le famiglie monoreddito rispetto a quelle in cui entrambi i partner lavorano. L’effetto collaterale potrebbe essere quello di un disincentivo del lavoro femminile, considerando la sua condizione di svantaggio sul mercato del lavoro. Massimo Baldini e Leonzio Rizzo, autori di un libro sulla «Flat tax» (Il Mulino, 2019) sostengono che per il 20 per cento più ricco e per il 20 per cento più povero delle famiglie cambierà poco o nulla, mentre il 60 per cento centrale guadagnerebbe tra i mille e i 1.300 euro all’anno, perdendo però tutte le attuali detrazioni. Per l’ufficio studi del Consiglio nazionale dei Commercialisti i guadagni andrebbero dai 969 euro per chi ha un reddito da 25 mila euro annui a 7.639 euro per chi ha un reddito da 50 mila.

IN UNO STUDIO del giugno scorso la Cgil ha sostenuto che non sono solo le aliquote a determinare la tassazione, ma il loro incrocio con detrazioni e deduzioni. Questo significa che per i redditi bassi o per gli incapienti la pressione fiscale non diminuirà. Lo sarà sia per i redditi fino a 55 mila euro che per quelli superiori. Le tasse saranno abbassate sui primi 55 mila euro di chi guadagna di più. In questo sistema, aggiunge il sindacato, si toglie un euro di sconto fiscale a qualcuno per abbassare di un euro le tasse a qualcun altro: è «una partita di giro». Senza contare che la proposta leghista non sarà una semplificazione, ma introdurrà un altro sistema impositivo concorrente e parallelo. Una simile eventualità è stata paventata, tra gli altri, dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

IL FASTIDIO del premier Conte rispetto alla parata leghista di ministri e sottosegretari sulla flat tax – con la scenografia dei sindacati e delle altre 40 sigle delle rappresentanze di corporazioni e associazioni – è dovuta all’evidente tentativo di dettare i tempi di un’agenda fiscale che applicherà in forme al momento non prevedibili la ricetta leghista. Ne è consapevole lo stesso Salvini che solo la settimana scorsa ha firmato, in  stile berlusconiano, un contratto “con gli italiani” negli studi di un talk show tendenza “sovranista” sulle reti mediaset. In quella occasione il sovranista in camicia verde-bruna ha ipotizzato una «flat tax al 15% per il ceto medio dal 2020» e anche un mix con l’aumento egli stipendi».  Nel poker di governo questo potrebbe significare un’alchimia con le trovate dei grillini che parlano di “salario minimo” o di “taglio del cuneo fiscale” e, ancora, di taglio al “costo del lavoro” probabilmente dal lato delle imprese.

SONO IN ARRIVO mesi di chiacchiere, allucinazioni, progetti irrealistici, numerini che volano come piattelli abbattuti dalle pistole elettorali degli alleati mortalmente abbracciati nello stesso contratto. La fantasia è  vivida tra i nazional-populisti e ogni combinazione è possibile. Tutto continuerà finché suonerà la sveglia. E poi lo show ricomincerà.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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