Il Kosovo va al voto anticipato dopo lo scioglimento del Parlamento

Con 89 voti favorevoli su 120 è stato sciolto il Parlamento del Kosovo. Una scelta che apre ad elezioni anticipate. Il voto arriva a un mese dalle dimissioni del premier Ramush Haradinaj

Alessandra Briganti * • 23/8/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 192 Viste

Ci sono non detti che a volte pesano più delle parole. Il non detto di ieri in Kosovo è stato lo scacco al Re, il Presidente della Repubblica Hashim Thaqi. Con 89 voti favorevoli su 120 è stato sciolto il Parlamento del Kosovo. Una scelta che apre ad elezioni anticipate. Il voto arriva a un mese dalle dimissioni del premier Ramush Haradinaj che aveva lasciato l’incarico dopo esser stato convocato all’Aja per testimoniare dinanzi al Tribunale speciale per i crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) durante e dopo la guerra in Kosovo.
Da allora la scena politica è entrata in una fase convulsa. Il Presidente Thaqi ha cercato di ritardare il voto il più possibile suscitando un ginepraio di polemiche che ha portato le opposizioni a convocare una sessione straordinaria dell’Assemblea legislativa per votarne lo scioglimento. Secondo la Costituzione il Presidente ha ora dieci giorni di tempo per indire le elezioni che dovranno tenersi tra 30 e 45 giorni a partire da ieri.

Thaqi quindi è stato messo all’angolo e questa prima, simbolica sconfitta sembra preludere alla Caporetto della sua creatura, il Partito democratico del Kosovo (Pdk), alle prossime consultazioni. Un cambiamento che segna la fine di un’era. Fin dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo nel 2008, il Pdk ha sempre fatto parte della maggioranza di governo. Ora quell’epilogo non appare più così scontato. Al contrario all’orizzonte si intravede una modifica profonda degli equilibri politici nel Paese.

La cosiddetta «coalizione della guerra» emersa alle ultime elezioni nel 2017 era apparsa fragile fin dalla sua gestazione. Alla sua dissoluzione ha dato un deciso contributo il dibattito sull’accordo di scambio di territori con la Serbia che ha contrapposto i due leader della coalizione, gli ex guerriglieri dell’Uck, Haradinaj e Thaqi, in un lungo braccio di ferro che ha avuto pesanti ripercussioni politiche fuori e dentro il Kosovo. La prima vittima è stata proprio il dialogo con Belgrado che si è arenato definitivamente in seguito alla scelta di Haradinaj di imporre dei dazi del 100% sulle merci serbe. Sul piano interno a farne le spese è stata la coesione del governo. La decisione di Rambo, nome di battaglia di Haradinaj, di rassegnare le dimissioni ha di fatto preceduto (ed evitato) un voto di sfiducia verso il suo governo cui stavano lavorando da tempo le opposizioni insieme ad alcuni esponenti della maggioranza.

Se appare evidente quel che il Kosovo si sta lasciando alle spalle, non lo è altrettanto quel che l’aspetta nell’immediato futuro. In queste settimane si sta negoziando l’ingresso del Kosovo in una fase che per ora resta piena di incognite. I favoriti nella competizione elettorale sono le due principali forze d’opposizione, la Lega democratica del Kosovo (Ldk) di Isa Mustafa e Vetëvendosje di Albin Kurti. Due partiti ideologicamente agli antipodi, il primo è di destra, il secondo di sinistra, che insieme però avrebbero la forza di spingere Thaqi, e forse Haradinaj, all’angolo.

Non è da escludere invece un ritorno alle leve del potere del premier dimissionario verso il quale il Tribunale dell’Aja non ha formulato alcun capo d’imputazione, almeno per il momento. Lunedì scorso Haradinaj ha annunciato di aver siglato un accordo pre-elettorale con il partito social-democratico (Psd), ora all’opposizione , del sindaco di Pristina Shpend Ahmeti. Un accordo anche in questo caso ideologicamente innaturale, dal momento che il partito di Haradinaj, Alleanza per il Futuro in Kosovo (Aak), si colloca a destra.
Una situazione in cui tutti i ruoli vengono rovesciati con i rivali che divengono alleati e gli alleati che divengono rivali. In questa fase in cui tutto è possibile, però, una cosa appare certa. Il nuovo governo, qual che che sia, dovrà fare del dialogo con la Serbia una priorità. Altrimenti sarà il caos.

* Fonte: Alessandra Briganti, IL MANIFESTO

 

photo: Quinn Dombrowski [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

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