Green New Deal. Decreto approvato, ma il governo ha perso il clima

Consiglio dei ministri. Varato il bonus rottamazione per auto e moto inquinanti, ma il taglio dei sussidi dannosi per l’ambiente è stato rinviato alla legge di stabilità

Roberto Ciccarelli * • 11/10/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 208 Viste

Il decreto sul clima approvato ieri dal consiglio dei ministri non è un decreto contro l’emergenza climatica. Non contiene gli annunciati tagli ai sussidi dannosi per l’ambienti, né spiega il modo in cui avverrà la loro cancellazione lineare del 10% su base annuale entro il 2040. Nel patchwork delle norme elencate in un testo di 11 articoli, snelliti rispetto a quello circolato nelle bozze delle settimane scorse, manca il provvedimento politicamente più rilevante di quello che il governo considera il «primo pilastro» del «Green New Deal». «Il provvedimento non è esaustivo, certamente, c’è tutto un percorso da fare» ha commentato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa (Cinque Stelle).

LE DECISIONI saranno prese nella legge di bilancio. Costa ha sottolineato che l’orientamento del governo è già presente nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) approvata il 30 settembre: «Se la approvi in un provvedimento non ha senso metterla anche in un altro. Andrà in legge di stabilità. La nostra idea è fare un taglio costante negli anni, da qui al 2040, ma senza penalizzare nessuno. L’obiettivo principale di tutelare l’ambiente, salvaguardando al tempo stesso il nostro sistema produttivo» ha aggiunto Costa. L’impressione è che il governo voglia salvare capra e cavoli. E sottovaluta quella che è stata definita la contraddizione tra il capitalismo e il mondo vivente denunciata dai movimenti «Fridays For Future» e «Extinction Rebellion». Nel conflitto bisogna «scegliersi la parte dietro la Linea Gotica» cantavano i Csi in una memorabile canzone.

PER IL MOMENTO la Nadef e il «decreto clima» spiegano il modo in cui il governo intende muoversi in una giungla di 161 sussidi con un impatto economico complessivo di 41 miliardi. Secondo il ministero dell’ambiente i sussidi dannosi sarebbero il 45% del totale (ovvero 75). Nel settore energetico equivalgono a 12 miliardi, 4,6 miliardi per l’Iva agevolata, 1,4 miliardi nei trasporti, 279 milioni tra agricoltura e pesca e 655 milioni in altri settori. Se non tutto, almeno qualcosa poteva dirla il consiglio dei ministri. Da dove si inizia? E come e dove reinvestire il gettito fiscale supplementare, si legge nel testo della nota di aggiornamento «di circa lo 0,1 per cento del Pil»?

CON IL PRESIDENTE del Consiglio Conte, Costa ha spiegato che il «decreto clima», collegato alla legge di bilancio, è stato inserito in una complessa architettura normativa composta dalla «legge Salva mare», in discussione alla Camera, e a quella sul «Cantiere ambiente», un provvedimento contro il dissesto idrogeologico, all’esame del Senato. Il processo sembra una matrioska. Sarebbe opportuno che il potere legislativo e quello esecutivo, ogni tanto, si orientassero invece verso provvedimenti organici e di sistema. In fondo, un tema come il «Green New Deal» sembra prestarsi a un esercizio di razionalità. Magari alternativa. Sarà per un’altra volta. «Sono necessari provvedimenti ben più radicali di questo decreto – ha commentato Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – A partire da una seria svolta pro-rinnovabili e da una drastica rimodulazione dei sussidi ai combustibili fossili. Facciamo inoltre notare al governo che l’Italia non è all’avanguardia in fatto di contrasto ai cambiamenti climatici, come affermato nelle ultime ore da Luigi Di Maio. Le emissioni del settore energetico nazionale sono infatti in ripresa, a causa della frenata data alle rinnovabili dai diversi esecutivi in carica in questi anni, dal governo Monti in poi».

DAL TESTO APPROVATO è sparito il comitato interministeriale sui cambiamenti climatici e la qualità dell’aria previsto al Cipe, tagliato l’articolo sulla velocizzazione della pianificazione sul trattamento dei rifiuti, scomparsa anche la campagna di informazione ambientale nelle scuole «#iosonoAmbiente». Sono stati approvati un «buono mobilità» per città per 255 milioni di euro. Previsti f 1500 euro per la rottamazione dell’auto fino alla classe «euro 3 » e fino a 500 euro per i motocicli a due tempi. È stato istituito un fondo di 40 milioni di euro per la realizzazione delle corsie preferenziali in città e 20 milioni di euro per accompagnare gli alunni nelle scuole elementari e medie a bordo di mezzi ibridi, elettrici non inferiori a «euro 6». Trenta milioni di euro saranno destinati alla piantumazione, al reimpianto degli alberi e alla creazione di foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane. Saranno aumentati i poteri dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque per affrontare il problema delle infrazioni ambientali; venti milioni saranno destinati ai commercianti (fino a 5 mila euro per ciascuno) per la realizzazione di «Green corner» per la vendita di prodotti sfusi.

«L’APPROVAZIONE del decreto clima è una delle migliori risposte ai milioni di ragazzi che manifestano per un cambiamento vero delle politiche ambientali» ha detto il ministro per i rapporti con il parlamento Federico D’Inca (Cinque Stelle). Per capire cosa, veramente, pensano i giovani attivisti italiani, conviene rileggere il documento dell’assemblea di «Fridays For Future» a Napoli la settimana scorsa. «Pretendiamo l’obiettivo emissioni zero entro il 2030 per l’Italia – sostengono – La decarbonizzazione totale entro il 2025». Il «decreto clima»manca entrambi gli obiettivi.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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