Climate change, Trump ripudia l’Accordo di Parigi

Emissione compiuta. La Casa Bianca ufficializza all’Onu l’uscita dall’accordo di Cop 21. Ma l’altra parte dell’America non ci sta

Marina Catucci * • 6/11/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 125 Viste

NEW YORK. Non ha aspettato nemmeno un minuto, e così Donald Trump ha formalmente dichiarato alle Nazioni Unite che gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo globale di Parigi sul clima, lasciando i diplomatici a pianificare una via da seguire per tenere fede al progetto senza l’apporto della più grande economia del mondo.

QUESTA MOSSA È ARRIVATA il primo giorno possibile in base alle regole dell’accordo, e ha dato il via a un processo che durerà un anno per consentire agli Stati Uniti di ritirarsi il 4 novembre 2020, un giorno esatto dopo le elezioni presidenziali Usa.

Non serve troppa immaginazione per capire che su questa mossa Trump incentrerà una bella fetta della sua campagna elettorale, avendo già più volte dichiarato che città come Pittsburgh o Denver contano molto di più che Parigi, e che questa decisione è in linea con la politica di America First.

TRUMP NON HA MAI FATTO mistero di ritenere il cambiamento climatico una bufala messa in giro dalla Cina per danneggiare l’economia Usa e che il carbone statunitense produce comunque energia pulita. Solo il mese scorso aveva definito l’accordo sul clima «un disastro totale» in quanto i vincoli presi da Obama per tagliare le emissioni inquinanti avrebbero pesato sulla «competitività degli Stati Uniti».

Un eco delle affermazioni di Trump è rintracciabile anche nella dichiarazione del Segretario di Stato Mike Pompeo che comunicando la fine dell’accordo ha affermato che questo ha imposto «ingiusti oneri economici» sugli Stati Uniti, e che comunque gli Usa, anche fuori dall’accordo, restano in prima linea nella battaglia per l’ambiente.

Da quando l’anno scorso Trump aveva annunciato l’intenzione di ritirare gli Usa dall’accordo, un ampio gruppo di governatori, sindaci e dirigenti di grosse aziende aveva dichiarato che avrebbe comunque rispettato il patto siglato a Parigi e continuato a combattere il riscaldamento globale sotto la sigla We Are Still In, noi restiamo

È STATA UNA MOSSA ECLATANTE per una coalizione di leader locali: presentare al resto del mondo il fatto che loro, e non il presidente, parlino per la nazione riguardo la politica climatica.

Ora, mentre molti di questi stessi leader e dirigenti si riuniscono per una conferenza a San Francisco indetta per questa settimana, il gruppo che hanno creato si trova in un momento critico, in cui dovrà mostrare se può o meno affrontare il compito che si è dato. «C’è una vera spinta per assicurarsi che questo movimento We Are Still In diventi qualcosa di più di un semplice esercizio simbolico – ha affermato Gwynne Taraska, portavoce di Climate Advisers, una società di consulenza su temi ambientali – Questa è un’opportunità per loro per cementare la loro rilevanza diplomatica».

SUBITO DOPO L’ANNUNCIO il governatore Brown della California ha firmato un disegno di legge che richiede ai servizi di pubblica utilità dello Stati di ricavare il 100% della loro elettricità da fonti a zero emissioni di carbonio entro il 2045. Ha inoltre fissato l’obiettivo di mettere in circolazione 5 milioni di auto elettriche entro il 2030 dedicando 2,5 miliardi di dollari a sconti e infrastrutture di ricarica.Altri stati come il Massachusetts, New Jersey, New York, Oregon e Washington stanno seguendo lo stesso esempio.

SEGNI DI AZIONE PER IL CLIMA stanno spuntando anche a livello comunale. Più di 70 città tra cui Atlanta, Denver e Orlando hanno raggiunto l’obiettivo di acquistare energia rinnovabile sufficiente per tutto il loro consumo di elettricità.

Ma tutto ciò non basta. Mentre molti Stati hanno trovato relativamente indolore ripulire le loro reti elettriche, sostituendo il carbone con gas naturale e fonti rinnovabili più pulite ed economiche, le centrali elettriche sono responsabili solo di circa un terzo delle emissioni americane.

SONO ANCORA IN CIRCOLAZIONE molte emissioni prodotte da automobili e camion, agricoltura e settori industriali come cemento e acciaio che sono molto più difficili da decarbonizzare e la maggior parte degli Stati fino ad ora non ha fatto molti progressi su questi fronti. «Questa è una delle grandi lotte – ha dichiarato Jay Inslee, governatore democratico di Washington e copresidente dell’alleanza – Ma posso dirvi che sono fiducioso che l’alleanza crescerà dopo questo prossimo ciclo elettorale».

* Fonte: Marina Catucci, il manifesto

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