La Grecia riforma il sistema d’asilo, ora meno tutele e più espulsioni

Migranti. Sarà più difficile ottenere la protezione internazionale. Tra le norme più contestate vi è quella che priva in alcuni casi il richiedente che veda respinta la propria domanda, del diritto di ricorrere in appello

Alessandra Briganti * • 3/11/2019 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 174 Viste

Fallimentare anche il tentativo del governo di decongestionare i campi di accoglienza sulle isole del mar Egeo

Meno tutele, più espulsioni. Questa la sostanza della riforma del sistema d’asilo approvata dal parlamento greco. Una riforma controversa che avrà l’effetto di rendere più difficile per i migranti l’ottenimento della protezione internazionale. Con questa legge, voluta dal governo di centrodestra del premier Kyriakos Mitsotakis, Atene tenta di scoraggiare le partenze e arginare i flussi migratori in ripresa negli ultimi mesi.

Da luglio la Grecia ha registrato il picco più alto di arrivi degli ultimi tre anni e mezzo. Numeri ancora lontani dalla crisi del 2015 quando più di un milione di migranti sono arrivati in Europa dalla Turchia attraverso la Grecia. Secondo i dati forniti dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati sarebbero più di 50mila i profughi sbarcati in Grecia dall’inizio dell’anno, di cui 21mila solo ad agosto e settembre. Effetti collaterali della politica di repressione della Turchia che intercetta un sentimento di ostilità verso i migranti sempre più diffuso nella popolazione. Ankara, come denunciato da Amnesty International, avrebbe poi lanciato una vera e propria campagna di deportazione dei siriani. Direzione: Siria del Nord, l’area al confine con la Turchia che Recep Tayyp Erdogan vorrebbe trasformare in una zona cuscinetto smilitarizzata in cui trasferire contro la propria volontà i 3.6 milioni di rifugiati che vivono ora in Turchia.

Tutto questo ha spinto i profughi a prendere la via del mare. La pressione migratoria ha colpito soprattutto le isole greche nel mar Egeo dove già stazionavano migliaia di persone stipate in campi stracolmi e in pessime condizioni igienico sanitarie. Una «situazione esplosiva al limite della catastrofe» l’ha definita Dunja Mijatovic, commissaria dei diritti umani del Consiglio d’Europa. La commissaria che ha visitato le isole di Lesbo e Samos, ha chiesto «misure urgenti per migliorare le disperate condizioni in cui vivono migliaia di esseri umani». Eppure le decisioni prese finora dal governo greco sembrano andare in direzione opposta.

La riforma del sistema d’asilo che nelle intenzioni del governo mira ad accorciare i tempi di esame delle domande, è stata duramente contestata da organizzazioni internazionali e associazioni umanitarie che ravvisano una serie di gravi violazioni dei diritti umani dei richiedenti asilo in relazione ad alcuni provvedimenti. La riforma introduce criteri più stringenti per l’accoglimento della domanda e per la valutazione delle condizioni di vulnerabilità dei migranti. Tra le norme più contestate vi è quella che priva in alcuni casi il richiedente asilo che veda respinta la propria domanda, del diritto di ricorrere in appello. Per i minori non accompagnati e altri soggetti vulnerabili vengono inoltre disposte delle procedure accelerate di asilo che secondo le associazioni per i diritti umani, sarebbero però prive di adeguate tutele. Controversa anche la norma che obbliga i richiedenti asilo a rimanere nei campi profughi o in altri alloggi per l’intera durata del processo in modo da essere localizzati in caso di rigetto della domanda e da disporne così il rimpatrio. Nella riforma si innalzano i tempi di detenzione dei profughi da 3 a 18 mesi (e in casi estremi anche a 36).

«Il troppo è troppo» ha tuonato il premier greco Mitsotakis che con questa riforma spera di scoraggiare le partenze di chi «sa di non aver diritto all’asilo ma che comunque entra e rimane nel nostro Paese». Il solito ritornello contro i cosiddetti “migranti economici” che appare ancora più insensato se si considera che la ripresa dei flussi è determinata dai migranti in fuga dalla guerra, quindi più che titolati a vedere riconosciuta la protezione internazionale.Fallimentare si sta rivelando anche il tentativo del governo greco di decongestionare in parte i campi di accoglienza che si trovano sulle isole greche del mar Egeo. Dei veri e propri inferni come l’hotspot di Moria, sull’isola di Lesbo dove vivono 14 mila migranti in una struttura progettata per un massimo di 3mila persone. Il premier aveva promesso di trasferire 20mila migranti dalle isole alla terraferma entro la fine dell’anno. Un’operazione che a ben vedere non farebbe altro che riprodurre tanti inferni come quello di Moria ma di dimensioni più ridotte e distribuiti sul territorio. Senza contare poi il fatto che almeno finora il piano di ricollocazione sta incontrando la resistenza della popolazione locale e non solo.

A Nea Vrasna, 40 km a est di Salonicco, nove bus con a bordo 380 persone, perlopiù famiglie e soggetti vulnerabili, sono stati attaccati da un gruppo di manifestanti e costretti a tornare indietro all’isola di Eubee. Nel cento di accoglienza di Katsikas nella Grecia nord occidentale, invece, sono stati gli stessi migranti ad opporsi all’arrivo dei nuovi, stipati come sono in una struttura che avrebbe dovuto accogliere 350 persone, ma che ne conta almeno un migliaio. Una triste parabola per un Paese come la Grecia che negli anni Novanta aprì le porte a quasi un milione di albanesi, e per un continente intero come l’Europa che da anni ha smarrito il senso dello stare insieme.

Fonte: Alessandra Briganti,  il manifesto

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