Stefano Bonaga: «Sardine, cittadinanza attiva per battere il populismo»

Parla il filosofo considerato ‘il maestro’ delle ‘nuotate’. «Bonaccini è bravo e spero che vinca. Ma punta tutto sulla qualità della vita qui da noi. È molto ma non basta»

Daniela Preziosi * • 26/1/2020 • Politica & Istituzioni • 209 Viste

«Serve ridare senso alle persone e al loro ruolo, ricostruire i corpi intermedi. Per attaccare alla radice il salvinismo e la destra oggi serve la ripoliticizzazione della società»

A Bologna Stefano Bonaga è stato avvistato in piazza con le sardine sin dai tempi dalla prima «nuotata» in piazza Maggiore, nel novembre scorso. Docente di antropologia filosofica, voce della vita culturale e politica della città (è stato consigliere comunale come indipendente del Pci e assessore nella giunta Vitali), c’è chi sospetta che sia il ‘maestro’ delle sardine. E anche dei ‘sardoni’, cioè i seniores del movimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bonaga, dica la verità. Lei è il grande vecchio delle sardine?

Neanche per sogno. Le sardine le ho conosciute il 14 novembre in piazza. E visto che il tema tormenta, le racconto che dieci giorni fa ho incontrato Prodi che mi ha detto: ‘quanto mi piacerebbe contattare le sardine. Ma è meglio di no’.

Però va in piazza con loro .

Sì. La mia linea è quella. Ma delle sardine non sono né allenatore né regista né altro. Mi piacerebbe semmai essere il loro massaggiatore. Perché i muscoli li hanno già. Posso dire come io interpreto il loro movimento?

Prego.

La piazza del 14 novembre non ha testimoniato che Bologna è tendenzialmente contro il sovranismo, lo sapevamo già. Ma in quei giorni Salvini aveva fatto una sfida: «Saremo al Palazzo dello Sport in 5.500, ci stringeremo come sardine». I ragazzi hanno risposto: e noi arriveremo in 6 mila, 6 mila sardine. Hanno fatto un appello ai corpi. La loro presenza fisica in piazza non ha solo testimoniato l’antisalvinismo, hanno usato il proprio corpo nella battaglia dei numeri. È l’uso politico del corpo.

I movimenti funzionano così.

Non sempre. Le sardine non hanno fatto la solita menata di criticare il potere, i partiti e i politici. Hanno detto: la politica ha bisogno di noi. E anche la delega non è l’unico modo di partecipare al processo democratico. Hanno fatto vedere che nei processi democratici occorre mettere il proprio corpo. Con tutto quello che c’è dentro.

Le sardine dicono di essere antipopuliste. Che significa?

Il populismo in senso ontologico è la depoliticizzazione della società, la sua fenomenologia è il capo e i nemici esterni, cioè in questo caso l’Europa e i migranti, e la propaganda continua. Attaccare solo la fenomenologia significa attaccare solo il sintomo. Ma per attaccare la radice serve la ripoliticizzazione della società, quella che è allo sbando perché i corpi intermedi sono molto indeboliti. Questo spiega anche perché in una regione che ha i migliori standard qualitativi rischia di vincere a Lega.

Ecco, appunto. Perché in Emilia rischia di vincere la Lega?

Perché non si vive di solo pane. Quando funzionavano i corpi intermedi i cittadini si sentivano protagonisti, non solo voti. Prendevano iniziative, venivano considerati importanti. In qualche modo Salvini, con la follia grottesca e violenta del «prima gli italiani», ridà loro un’identità. La sinistra ha rinunciato a questa dimensione, quello che Bersani alla sua maniera chiama «il senso». Il senso è che ciascun cittadino si senta importante nella società. La società non è solo governo e parlamento ma anche cittadinanza attiva, partecipazione nel senso latino che a me piace, «partem capere», prendere un pezzo di mondo e cambiarlo. Quello che fanno i 5 milioni di cittadini del volontariato che però non fanno neanche parte del lessico politico. E quella non è politica? Da poco li ha citati Zingaretti, nella sua riforma del Pd. Il centrosinistra dell’Emilia Romagna invece dà per scontato che i suoi parametri bastino a dare «il senso».

Il populismo fa sentire importanti le persone?

Il populismo gioca sul «prima gli italiani», voi sì che siete qualcuno.

Le sardine ridanno senso alla cittadinanza?

La natura profonda delle sardina è, sempre secondo me, la funzione della cittadinanza attiva. Mattia Santori ha detto in piazza: «le sardine non esistono, esistono le persone». In un sistema di valori – accoglienza, antisovranismo, gentilezza del linguaggio -, dunque chiunque agisca in maniera democraticamente attiva è funzionalmente una sardina. La sardina è una funzione, non un’identità. Una cittadinanza sorvegliante, come direbbe Nadia Urbinati, ma anche agente in prima persona. Ma non per fare richieste ai partiti – quello lo faccio come elettore. Come cittadino devo occuparmi del mio ambiente sociale, della scuola, del luogo in cui abito.

A parte il rifiuto del giustizialismo, che però non è poca cosa, che differenza c’è con i movimenti passati, i girotondi, il popolo viola?

Nanni Moretti urlò «con questi dirigenti non vinceremo mai», anche se poi curiosamente la sinistra ha cominciato a vincere da allora. I girotondi erano rivendicativi, criticavano il malfunzionamento della delega. Le sardine invece ribaltano il ragionamento. Anche sulla fesseria che va di moda ora, quella per la quale sarebbe superata la differenza fra destra e sinistra.

È il grande classico del M5S.

Il modello della destra è un’élite che guida una cittadinanza passiva, quello della sinistra è una élite che guida una cittadinanza attiva. Certo, se quelli di sinistra diventano come Renzi, indifferente alle sorti del partito e persino ostile ai corpi intermedi, aprono praterie al populismo. Ma la differenza di paradigma tra destra e sinistra è insuperabile. Al di là del leninista «che fare» la differenza sta nel come fare il giusto. Un materialista analizza gli obiettivi ma anche gli strumenti per arrivarci. Le sardine dicono «ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni». È Marx, è la sua definizione di comunismo, questa rivoluzione. In questi giorni una candidata di una lista comunista ha detto: io sono per il lavoro, per la giustizia, per l’uguaglianza. Brava, ma come? Quando hai ben detto che il capitalismo finanziario governa il mondo, o indichi come reagire o hai fatto solo un’analisi sociologica. La politica è azione, è trovare strumenti.

La linea di demarcazione fra destra e sinistra non dovrebbe anche passare per la politica sull’immigrazione e sull’integrazione?

Sì, anche perché la strumentalizzazione del migrante come nemico è storicamente un classico della destra populista.

Tutto questo discorso precipita oggi nell’urna della sua regione. Bonaccini vincerà?

Temo che dobbiamo sperare nel voto disgiunto. Peraltro i 5 stelle e il Pd sono incredibili. In Umbria dove era quasi certa la sconfitta sono andati uniti, in Emilia dove è possibile vincere sono andati divisi. Detto questo, Bonaccini è bravo ma ha il limite che dicevo prima: convince chi è già convinto. La qualità della cittadinanza è al di là dei servizi, e lui invece punta tutto della qualità dei servizi. Ma è anche il problema del Pd. Non basta dire cose di sinistra. La funzione di un partito è far crescere una società matura, consapevole, attiva. È quello che ha fatto il Pci per cinquant’anni senza mai neanche andare al potere. Gli intellettuali sentivano di essere ascoltati. Qui siamo arrivati a Boschi che riformando la Costituzione dice «ma cosa vogliono i costituzionalisti e i professoroni?».

Che impressione le ha fatto la citofonata di Salvini al Pilastro?

Solo occuparsi di questo orrore è poco dignitoso.

Non dovremmo parlarne?

Come bisognerebbe fare con le sciocchezze esagerate. Di certe cose è meglio tacere, ridere. Si ricorda la grottesca polemica della Lega sui tortellini al pollo per i musulmani, qui a Bologna? Commentai così: Apelle, figlio di Apollo, fece i tortellini di carne di pollo, tutti i fessi vennero a galla per contestare il ripieno di carne di pollo fatto da Apelle figlio di Apollo.

È una risposta da indiano metropolitano?

Molte delle iniziative di Salvini non meritano commento.

* Fonte: Daniela Preziosi, il manifesto

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