Caso Zaki. L’Egitto di Al Sisi e gli affari con l’Italia

L’Italia si prepara a prendere una bella fetta di commesse militari egiziane, ecco perché l’esecutivo finge di interessarsi della sorte di Zaki e della verità su Regeni ma in realtà non vede l’ora di archiviare queste questioni

Alberto Negri * • 16/2/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 299 Viste

Perché non possiamo rinunciare a fare affari con il Faraone? Mai dimenticare come è iniziata la storia: con il golpe militare del 3 luglio 2013 del generale Al Sisi, centinaia di morti, migliaia di incarcerati, il governo dei Fratelli Musulmani fuorilegge, i capi arrestati, torturati e condannati con processi farsa. E poi i miliardi delle monarchie del Golfo al generale-presidente per eliminare la Fratellanza, non solo in Egitto ma anche in Libia con il sostegno del Cairo al generale Haftar. Al centro ci sono i rivolgimenti di alleanze del Medio Oriente.

E gli interessi delle grandi potenze e di quelle regionali nel campo del gas e delle armi. Ecco perché per inchiodare alle loro responsabilità i colpevoli dell’uccisione di Giulio Regeni e ora dell’arresto del giovane studente egiziano Patrick George Zaki – per il quale Amnesty International chiede proprio adesso una mobilitazione civile ancora più forte – non si risolvono con la diplomazia e la legge. Solo la mobilitazione e l’allarme probabilmente ha fatto sì che Zaki, per il quale ieri all’ultimo momento il giudice ha deciso che «deve restare in carcere» sia ancora fortunatamente vivo. Anzi è proprio la nostra diplomazia a mostrare sotto traccia il maggiore fastidio, anche dentro Palazzo Chigi, perché il messaggio che viene è chiarissimo: «I rapporti tra Italia ed Egitto devono essere disgiunti dal “caso Regeni” e dalla sua famiglia e ora anche da quello di Zaki». Insomma la versione del nostro governo è questa: l’Italia non può farsi condizionare da questi «casi particolari». Alla faccia dei diritti umani e del più elementare desiderio di giustizia. E così sembra una chimera poter ottenere la verità per il barbarico assassinio di Regeni da parte della polizia egiziana e la liberazione di un giovane studente egiziano che nulla ha fatto se non manifestare il suo libero pensiero, come i tanti giovani oppositori finiti in carcere o fatti sparire. La reale versione livida e rinunciataria del nostro governo, con dichiarazioni biforcute da langue de bois, la lingua di legno, viene dopo il fallimento della missioni in Egitto del premier Conte e del ministro degli Esteri Di Maio.

In realtà sono due anni che la nostra procura non vede arrivare dal Cairo carte significative sul caso Regeni: inutile girarci intorno gli egiziani non collaborano, anzi ritengono irritante e fuori luogo l’insistenza degli italiani per avere giustizia. Al punto che il raìs Al Sisi con l’arresto di Zaki ha mandato un altro messaggio: a casa mia faccio quello che mi pare. Il raìs è anche irritato per il nostro appoggio a Tripoli e si è adombrato quando l’8 gennaio scorso Di Maio non ha firmato al Cairo un comunicato sulla Libia sbilanciato in funzione anti-turca. Quella tra Ankara e il Cairo è una delle grandi sfide del Mediterraneo e l’Italia c’è dentro in pieno. Da una parte fornisce con il giacimento Eni di Zhor l’autosufficienza di gas per i prossimi 50 anni all’Egitto ed è pure impegnata nel gasdotto East-Med con Egitto, Israele, Cipro e Grecia. È il grande gioco del bacino gasiero del Levante, l’alternativa ai riforimenti russi, incrinando anche il ruolo della Turchia come “hub” energetico. Dall’altra parte negozia con Ankara che vuole impedire le prospezioni nei giacimenti offshore di Cipro greca nella zona economica esclusiva. È su questa partita che il raìs Al Sisi sfida il Sultano Erdogan: chi non è con lui è contro di lui. Si aggiunge la Libia: dove il Faraone appoggia Haftar e il Sultano Sarraj e i Fratelli Musulmani.

Il nostro governo vuole mano libera: finge di interessarsi della sorte di Zaki e della verità su Regeni ma in realtà non vede l’ora di archiviare queste questioni. Come ha anticipato Chiara Cruciati su il manifesto – testata e articolo denunciati sul canale di Stato della tv egiziana come «minaccia ai rapporti Roma-Il Cairo» -, l’Italia si prepara a prendere una bella fetta di commesse militari egiziane. Un contratto da 9 miliardi di dollari, incentrato sulla fornitura di fregate Fremm (Fincantieri), due date per sicure e altre quattro da confermare. Ma nell’affare ci sarebbero anche pattugliatori, 24 cacciabombardieri Typhoon (joint venture di Leonardo), oltre ad aerei da addestramento Macchi M-346.

A noi il Faraone del Cairo fa così comodo che mai, nei quattro anni (e tre governi) che ci dividono dall’uccisione di Giulio Regeni, abbiamo messo in discussione le relazioni strategiche ed economiche bilaterali. L’Egitto è un mercato ambito dai maggiori produttori di armamenti, Usa, Russia e Francia, e Al Sisi ha stipulato un patto d’acciaio con le monarchie del Golfo, oltre ad avere una relazione privilegiata con Israele. Il tutto alimentato dal gas del giacimento offshore di Zhor e dai mega-progetti di pipeline nel Mediterraneo orientale. Con tutto questo ben di dio pensavate che il governo Conte 2 ritirasse l’ambasciatore, come ha chiesto anche ieri la famiglia Regeni? No, a quanto pare: cerca di tenere il piede in due scarpe ma in realtà trova, finora assai comoda la pantofola del Faraone egiziano

* Fonte: Alberto Negri,  il manifesto

ph by The White House from Washington, DC [Public domain]

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